IMPARIAMO DAI GIGANTI

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Iniziamo da Franco Fontana, perché è un personaggio simbolo della fotografia. Ha avuto un inizio amatoriale, proseguendo poi tra ambizione a coerenza. Non si è fermato davanti a nulla, perché non c’era committenza che lo trovasse impreparato. Fantasioso, vigile, simpatico: ama definirsi “Lambrusco positivo”; ma è uno di quelli che guarda fotograficamente, come dovremmo fare noi.

Franco Fontana. Essere, prima di diventare

Franco FontanaSu Franco Fontana è stato detto (e scritto) tanto. Viene riconosciuto come il fotografo italiano più illustre all'estero, eppure troppo spesso si è tentato di etichettarlo in qualche specializzazione “chiusa”.

Molti lo chiamano “maestro del colore”, senza accorgersi che il nostro si è occupato anche di nudo, reportage, fine art e polaroid: con opere dedicate a pubblicità, moda e ad altri lavori commerciali in genere.

Il suo pedigree è di tutto rispetto: quaranta libri all'attivo e centinaia di mostre esposte in tutto il mondo (al Museum of Modern Art di New York e al Musée d'Art Moderne di Parigi, tanto per fare dei nomi).

Per capire Franco Fontana, però, occorre indagare sul suo rapporto profondo con la fotografia, entrando nei meandri di quella passione che l'accompagna da sempre.

I molti aforismi che compongono la sua dialettica altro non sono che altrettante finestre aperte su una pratica (la fotografia) che per lui è ragione di vita, se non l'esistenza stessa.

Più volte ci ha detto che “lo scatto” gli ha restituito qualità, tutti i giorni: allontanando (sono suo parole) quel cimitero che è dentro di noi e che si combatte rischiando il proprio esistere e non cercando certezze.

“Picasso a ottant'anni ha continuato a sperimentare, io da poco ho scoperto il Computer”. Con queste poche parole Franco ci ha mostrato tutta la propria energia, che nasce da una continua ricerca del proprio essere, della identità che lo accompagna. “Una scimmia può restituirci una buona foto, semplicemente facendo click sulla fotocamera; di certo, armata di matita, non produrrà mai il nostro ritratto”, così ci ha parlato, aggiungendo però: “Noi dobbiamo essere quella matita, noi dobbiamo incarnare quella macchina fotografica; non possiamo permettere che lo strumento, se pur semplice, possa sostituirsi alle nostre idee”.

Che dire? La fotografia, per Franco Fontana, è un atto di coraggio, forse anche d'amore: non una professione, quindi, ma una realtà che parte dall'essere, dalla vita stessa.

Abbiamo parlato a lungo con lui, sempre ricadendo nell'io. “L'arte”, ci ha detto, “è rendere visibile l'invisibile. Occorre donarsi totalmente alla fotografia, costituirsi a Lei come un sacrificio. Solo così la materia potrà diventare opera, elemento che vive: però sempre se saremo in grado di essere, prima di diventare”.

Questo lungo incipit su Franco Fontana ci mostra un mondo semplice, il che un po’ ci scoraggia. In realtà lui ha aperto un nuovo stile che, almeno agli inizi (tanto per curiosare tecnicamente), si componeva di prospettive compresse (lunghi tele, quindi) e colori saturi.

Di certo il nostro non si è fermato alla classica composizione, lasciando vivere la propria visione delle cose: con un gusto quasi innato per le cose mai percepite.

Questo dovrebbe stimolarci a guardare tra il soggetto, i paesaggi, le persone, i frammenti di vita, gli attimi di memoria: obbedendo più a noi stessi che alle regole conosciute.

Franco Fontana, PaesaggioCome fare, però? Cerchiamo il colore, troviamone uno forte; solo dopo tenteremo di ritrarlo in immagine, sfocando l’intorno o comprimendo le prospettive.

Sarà uno scatto alla Fontana?

Non possiamo dirlo; di certo, avremo aperto una nuova visuale a noi stessi e alle nostre capacità.

 

INFORMAZIONI

Luciano Marchi

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