“L’amico del popolo”, 23 ottobre 2018

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Anno II. La rubrica ospita il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

INCENDIES (La donna che canta, Canada, 2010), regia di Denis Villeneuve. Tratto dall'opera teatrale Incendies di Wajdi Mouawad. Sceneggiatura: Valérie Beaugrand-Champagne, Denis Villeneuve. Fotografia: André Turpin. Montaggio: Monique Dartonne. Musiche: Grégoire Hetzel. Cast: Lubna Azabal - Nawal Marwan. Mélissa Désormeaux-Poulin - Jeanne Marwan. Maxim Gaudette - Simon Marwan. Rémy Girard - Jean Lebel. Abdelghafour Elaaziz - Abou Tarek/Nihad "Nihad de Mai" Harmanni. Allen Altman - Notary Maddad. Mohamed Majd - Chamseddine. Nabil Sawalha - Fahim. Baya Belal - Maika. Bader Alami - Nicolas.

“Canada. Il notaio Jean Lebel legge ai due gemelli Jeanne e Simon le ultime volontà della madre Nawal Marwan; la donna chiede ai suoi figli di consegnare due lettere, una per il padre che essi non hanno mai conosciuto e che ritenevano morto in guerra, l'altra per il fratello di cui ignoravano l'esistenza. Solo Jeanne accetta questo compito e si reca in Libano, mettendosi sulle tracce del passato della madre. Tornando indietro nel tempo, si ricompone piano piano il percorso di Nawal sin da quando era solo una ragazza. La giovane Nawal, cristiana, ama un non cristiano, e questo suscita il disprezzo della sua famiglia: il suo amante viene ucciso, il figlio che partorisce le viene sottratto subito dopo il parto e lei viene cacciata di casa per avere disonorato la sua famiglia.
Dopo qualche anno, allo scoppio della guerra civile in Libano, Nawal torna al suo paese in cerca del figlio a cui non ha mai smesso di pensare, ma trova solo morte e violenza. Decide allora di ripagare la violenza subita con la stessa moneta, legandosi ad un gruppo radicale. In quanto cristiana riesce ad entrare in contatto con un importante leader politico cristiano e, al momento stabilito, lo uccide. Catturata, viene rinchiusa in prigione, dove resterà per 15 anni, subendo torture e violenze, e dando anche alla luce un figlio, frutto degli stupri subiti. Jeanne viene a sapere della prigionia a cui era stata sottoposta la madre e convince il fratello Simon a raggiungerla in Libano. I gemelli visitano anche la prigione in cui Nawal è stata rinchiusa senza mai piegarsi alle torture e alle violenze e dove era conosciuta come la donna che canta. Jeanne e Simon scoprono anche che, in seguito alle violenze subite, la madre ha partorito non uno, ma due bimbi: due gemelli, loro due.
Nella ricerca del padre, cioè il violentatore della prigione, e del fratello che era stato affidato ad un orfanotrofio, trovano l'aiuto del capo del gruppo di guerriglieri ai quali la madre aveva dato molto, uccidendo il leader politico avversario. Arrivano così alla scoperta della tremenda verità: il fratello, insieme agli altri bambini dell'orfanotrofio, era stato preso dai guerriglieri e, addestrato alla guerra, era diventato un cecchino. Dopo aver cercato inutilmente di rintracciare la madre, era diventato un fanatico della guerra, ma gli era stata negata la possibilità di diventare un martire. Ritornato a Daresh per combattere, venne imprigionato dai nemici e, addestrato, divenne lo spietato torturatore della prigione. Padre e fratello sono la stessa persona.
Egli vive in Canada, e Jeanne e Simon possono così tornare a casa e consegnare le due lettere al loro padre e fratello.

“L'adattamento di Denis Villeneuve della premiata commedia di Wadji Mouawad è stato uno dei più acclamati film canadesi del decennio, con otto Genie e una nomination all'Oscar come miglior film straniero. Spostando abilmente tra due timeline, Incendies racconta la storia di gemelli fraterni che viaggiano da Montreal verso un paese mediorientale senza nome per soddisfare il desiderio morente della madre di individuare due membri della famiglia persi; la loro ricerca è intercalata con scene ambientate negli anni '70 che descrivono la difficile adolescenza della madre nel mezzo di una guerra civile religiosa. La complessità della trama è compensata dalla netta e ossessiva chiarezza dell'immaginario di Villeneuve: i nuotatori che si muovono attraverso una piscina, i bambini soldato che vengono strappati per la battaglia, uno scuolabus in fiamme contro uno sfondo desertico. "

(In: www.tiff.net)

Incendies di Denis Villeneuve, film che descrive alcune delle macabre realtà della storia recente, ha tuttavia la struttura e parte dell'atmosfera di un antico racconto popolare. È una storia di ricerca, sui bambini che cercano i misteri della loro parentela e anche la storia di un'eroina piena di risorse, la madre di quei bambini, sopravvissuta a una serie di prove quasi inimmaginabili.

(Articolo completo di A. O. Scott, aprile 2011, in: www.nytimes.com)

 

Una poesia al giorno

Lo sciopero, di Shamsur Rahman

Oggi non ci sono braccia ansiose al banco.
Nessuno si solleva sulle punta dei piedi,
nessuna fila nervosa, niente spingi-spingi.
Nessuna moneta ammaliante dietro le grate,
nessun fascio di banconote nei cassetti
simili a gabbiani entusiasti e frenetici.
Oggi, sono scomparsi i mucchi di carne in un attimo,
dalle strade e stradine della città. La città dorme
come un bambino sul grembo della mamma,
silenzioso come il pensatore di Rodin.
Calma: ciò che si racchiude nella testa del poeta
quando aspetta che l’undicesimo verso oscuro
si presenti dopo d’avere fatto i primi dieci:
quello che Maometto portò un giorno nel sacco sulle spalle
mentre percorreva la strada piena di sassi verso la sua grotta,
quello che gli ricoprì la testa di ragnatela,
quando ritornò dal nascondiglio ove si era nascosto
fuggendo dagli artigli selvaggi e rilucenti,
quando accese la stella della parola
nel suo cuore - la calma di oggi.
La strada principale è un torbido bordello di mezzogiorno.
Calma: ferisce il cuore come una baionetta. Un uomo, due uomini -
Come pezzetti di carta volanti per la strada che sospira.
Oggi le pompe di benzina sono vuote e silenziose.
Proprio qui nella strada il rumore del mio respiro
mi fa sobbalzare. Da qualche parte qui vicino
si schiudono i fiori: sento i petali aprirsi lentamente.
Dopo tanto tempo il grande sfarfallio sembra
essere sfuggito dietro la grande parete di treni.
Prima di oggi non avevo mai saputo che tanti uccelli
brillassero di tanto rumore in questa città.
Gli occhi del mio visitatore spaziano intorno:
ombre di ragazzi guizzano alle ombre più scure
nel parco tranquillo e silenzioso. I motori infocati
delle fabbriche e nelle officine stanno immobili.
Una gru distende il suo collo sottile
fuori della finestra della Banca Nazionale
mangiando il silenzio.
Ho camminato per le strade vuote di Dhaka
Immaginando molto nello spazio silenzioso.
Un pesciolino mi è saltato alle dita,
si è gonfiato ed è guizzato via verso un giardino cremoso
per trovare nuova forma in quella infinita galleria di fiori.
Mentre camminavo ho cancellato le insegne e i tabelloni
E ci ho messo, tremolanti, le mie poesie.
Ad ogni angolo di strada ho messo
un Picasso, un Matisse, un Kandinsky.
Quattro strade a incrocio simili ad una grande fronte:
la strada principale, la curva del vicolo velato,
il mercato del ventriloquo - calma ammassata,
bellezza catturata, come un angelo, in un paradiso di pietra.
Una gatta è saltata, malata d’amore,
al bagliore della luce del sole sul cumulo di spazzatura.
Oggi la gente ha dormito fino alle prime ore di mezzogiorno,
sotto gli alberi, ha dimenticato il lavoro, il danaro.
All’ombra dei carrelli, nei vari magazzini,
sui carrelli, fermi nei tunnel degli autobus,
materassi del silenzio. E l’intera furia dei verbi
giace affogata in acque profonde,
in una stanza verde ricoperta di muschio,
come tartarughe di color giada.
Oggi, improvvisamente, la mia città
è cambiata completamente, terribilmente.

Shamsur Rahman (23 ottobre 1929 - 17 agosto 2006)

Shamsur Rahman (23 ottobre 1929 - 17 agosto 2006), autore poco conosciuto in Italia, fu un poeta e giornalista del Bangladesh, il più grande poeta bengalese della sua generazione, morto all'età di 76 anni. Era un uomo di paradossi. L'autore di oltre 60 libri di poesie e molte opere in prosa, ha dato nella sua scrittura un'impressione di eloquenza senza sforzo... ha resistito al manto del "poeta nazionale". A differenza della maestosa figura di Rabindranath Tagore (1861-1941), era senza vanità o affettazione...”

(Articolo completo in www.theguardian.com)

 

Un fatto al giorno

23 ottobre 1983: durante la guerra civile libanese, la caserma dei marines degli Stati Uniti a Beirut è colpita da un camion bomba, che ha ucciso 241 militari statunitensi. Anche una caserma dell'esercito francese in Libano è stata colpita quella stessa mattina, uccidendo 58 soldati.

La guerra civile libanese è stata una guerra civile combattuta nel paese tra il 1975 ed il 1990, che ha visto numerosi contendenti e frequenti capovolgimenti di alleanze.
Le cause del conflitto sono sia interne che esterne. L’elemento che innescò la guerra fu il contrasto inter-etnico tra la componente cristiana del Libano, che temeva di perdere la propria prevalenza demografica in seguito all’arrivo dei profughi palestinesi, e la componente musulmana, che si sentiva sottorappresentata nelle istituzioni e intendeva rimettere in discussione i rapporti di forza. Ad alimentare e prolungare la guerra contribuirono fattori esterni, ossia l’intervento di altri Stati decisi a perseguire i propri interessi: la Siria, intenzionata a porre sotto tutela il Libano secondo il progetto di una "grande Siria", e Israele, che intendeva contrastare i miliziani dell’Olp creando una fascia di sicurezza sotto il proprio controllo...Un attentato al quartier generale falangista, in cui persero la vita 25 dirigenti, tolse dalla scena politica l'appena eletto presidente del Libano, Bashir Gemayel (figlio del fondatore del partito Falangista). Per tutta risposta, le Forze Libanesi - alleanza radicaleggiante maronita - scatenarono un attacco alle componenti musulmane. Primo obiettivo erano i Drusi di Walid Jumblatt, che respinsero l'attacco.
In cerca di vendetta per l'assassinio di Gemayel, le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika, alle 18:00 circa del 16 settembre 1982, entrano nei campi profughi di Sabra e Shatila.
Le milizie cristiane lasciarono i campi profughi soltanto il 18 settembre, causando dalle 500 alle 3500 vittime palestinesi; il numero esatto dei morti non è tutt'oggi chiaro. Elie Hobeika, il primo responsabile di tale strage, era a sua volta un superstite del Massacro di Damur avvenuto nel 1976 per mano palestinese.
Fu allora raggiunto un accordo internazionale denominato Unifil per l'invio di forze militari di pace statunitensi, francesi e italiane (Missione Italcon) per la protezione dei campi profughi e garantire ai sopravvissuti dell'OLP di trovare rifugio negli stati arabi confinanti. Philip Habib, l'inviato del presidente degli USA Ronald Reagan in Libano, garantì all'OLP che i civili palestinesi nei campi profughi non sarebbero stati nuovamente attaccati.
Intanto, a seguito dell'invasione israeliana del 1982, l'Iran – con l'accordo e l'aiuto dei siriani – inviò molti Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione khomeinista) per addestrare alla guerra la comunità musulmana sciita. Fece così la comparsa sulla scena libanese una nuova variante: Hezbollah, cioè il "Partito di Dio", composto da musulmani sciiti. Tale partito è tuttora presente nell'attuale mosaico libanese.
Il 23 ottobre 1983 un duplice attentato dinamitardo da parte di Hezbollah alle basi della forza multinazionale causò la morte di 241 marines statunitensi e 56 soldati francesi. Nel febbraio 1984, moltiplicando attentati e rapimenti, Hezbollah costrinse la Forza multinazionale a ritirarsi dal Libano...”

(Wikipedia)

Libano, 1976. Una donna ‎palestinese implora un falangista di risparmiare la vita al proprio marito, storico scatto della ‎fotografa francese Françoise Demulder

“NEW YORK - Il 23 ottobre 1983 era una domenica. A Beirut stava sorgendo il sole e la maggior parte dei mille marines arrivati nella capitale libanese il maggio precedente era ancora nelle camerate; nelle cucine i cuochi stavano friggendo il bacon per un insolito breakfast caldo, come insolita era la quiete fuori dalla caserma: un palazzotto di quattro piani trasformato in quella che sembrava una roccaforte inespugnabile vicino l'aeroporto internazionale. Il sergente Steve Russell e i suoi uomini erano di guardia all'ingresso principale, era l'alba e nessuno di loro prestò molta attenzione a quel camioncino Mercedes giallo che stava girando lentamente nel parcheggio della base militare...”

(La Repubblica, dal corrispondente Alberto Flores D'Arcais in: ricerca.repubblica.it)

Immagini:

Beirut, 23 ottobre 1983

 

Una frase al giorno

“I gatti sono le tigri dei poveri”

(Pierre Jules Théophile Gautier, Tarbes, 30 agosto 1811 - Neuilly, 23 ottobre 1872, scrittore, poeta, giornalista e critico letterario francese).

“La vita di Pierre Jules Théophile Gautier si sviluppa per quasi tutto il XIX secolo, un periodo politico e sociale molto tumultuoso in Francia che diede come frutto molti capolavori e molta creatività artistica. Fu un ardente difensore del Romanticismo, anche se il suo lavoro è di difficile classificazione e rimane un punto di riferimento per molti movimenti letterari successivi come il Parnassianesimo, il Simbolismo, il Decadentismo e il Modernismo. Fu stimato tantissimo da scrittori i più diversi quali Charles Baudelaire, i fratelli Edmond e Jules de Goncourt, e Oscar Wilde. Il suo maggior successo in prosa fu Il Capitan Fracassa, dove la maschera del soldato millantatore viene ingentilita in una operazione classica di metateatro con la figura di un nobile decaduto che, per amore, si unisce ad una compagnia di attori girovaghi”.

(Wikipedia)

 

Capitan Fracassa, di Theophile Gautier, sceneggiato televisivo, prodotto dalla Rai nel 1958, per la regia di Anton Giulio Majano. Con: Arnoldo Foà, Lea Massari, Margherita Bagni, Marina Dolfin, Scilla Gabel, Ivo Garrani, Romolo Costa, Alfredo Bianchini, Roberto Bertea, Tullio Carminati, Fiorella Mari, Leonardo Cortese, Nando Gazzolo, Alberto Lupo, Mario Colli, Giulia Lazzarini, Ubaldo Lay, Massimo Pianforini, Diego Michelotti, Livio Lorenzon.

Capitan Fracassa, di Theophile Gautier, sceneggiato televisivo, prodotto dalla Rai nel 1958, per la regia di Anton Giulio Majano

 

Un brano musicale al giorno

«Adelina». Sinfonia (Largo, Spiritoso), di Pietro Generali
Eseguita dall’orchestra Virtuosi Brunensis, diretta da Giovanni Battista Rigon.

Pietro Generali (Roma, 23 ottobre 1773 - Novara, 8 novembre 1832)

"Era il lontano 16 settembre del 1810 quando al Teatro San Moisè di Venezia veniva data la prima rappresentazione di Adelina, melodramma sentimentale in un atto del compositore Pietro Generali su libretto di Gaetano Rossi."

(Articolo completo in www.operalibera.net)

"Pietro Generali (Roma, 23 ottobre 1773 - Novara, 8 novembre 1832) è stato un compositore italiano."

(Articolo completo di Teresa Chirico - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 53, anno 2000, in: www.treccani.it)

 

 


Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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web www.brusaporco.org

 

 

 

 

 

UNA STORIA MODERNA - L'APE REGINA (Italia, 1963), regia di Marco Ferreri. Sceneggiatura: Rafael Azcona, Marco Ferreri, Diego Fabbri, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, da un'idea di Goffredo Parise, atto unico La moglie a cavallo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Lionello Massobrio. Musiche: Teo Usuelli. Con: Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini, Gian Luigi Polidoro, Achille Majeroni, Vera Ragazzi, Pietro Trattanelli, Melissa Drake, Sandrino Pinelli, Mario Giussani, Polidor, Elvira Paoloni, Jacqueline Perrier, John Francis Lane, Nino Vingelli, Teo Usuelli, Jussipov Regazzi, Luigi Scavran, Ugo Rossi, Renato Montalbano.

È la prima opera italiana del regista che, sino ad allora, aveva sempre girato in Spagna.

Alfonso, agiato commerciante di automobili, arrivato scapolo ai quarant'anni decide di prender moglie e si consiglia con padre Mariano, un frate domenicano suo vecchio compagno di scuola e amico di famiglia. Il frate gli combina l'incontro con una ragazza, Regina. Bella, giovane, sana, di famiglia borghese e religiosa, illibata, è la moglie ideale. Alfonso non ci pensa due volte: e padre Mariano li sposa. Regina si dimostra subito una ottima padrona di casa, dolce e tenera con il marito; dal quale decide però di voler subito un figlio. Alfonso, premuroso, cerca di accontentarla, ma senza risultati. A poco a poco l'armonia tra i due coniugi si incrina: Regina gli rimprovera di non essere all'altezza della situazione, di venir meno a una sorta di legge biologica; Alfonso comincia a sentire il peso delle continue prestazioni sessuali che gli sono richieste e che a poco a poco logorano il suo equilibrio psicologico e fisico. Preoccupato, al limite della nevrosi, chiede consiglio a padre Mariano, che non si rende conto del suo problema e inorridisce quando l'amico accenna alla possibilità di ricorrere alla Sacra Rota: il desiderio di Regina di avere un figlio ha la benedizione della Chiesa, e più che legittimo, doveroso. Alfonso tenta di sostenersi fisicamente con farmaci, ma diventa sempre più debole. Arriva finalmente il giorno in cui Regina annuncia trionfante e felice di essere incinta: parenti e amici vengono in casa a festeggiare l'avvenimento. Alfonso, ormai ridotto a una larva d'uomo, viene trasferito dalla camera da letto a uno sgabuzzino, dove potrà finalmente restare a godersi in pace gli ultimi giorni di vita. Alfonso muore, mentre Regina, soddisfatta, prepara la culla per il nascituro.

“Particolarmente avversato dalla censura per i contenuti fortemente anticonvenzionali e anticattolici, il film venne condizionato da pesanti tagli alle scene, modifiche ai dialoghi e con l'aggiunta di Una storia moderna: al titolo originario L'ape regina. Anche la colonna sonora non sfuggì all'attenzione dei censori. La scena del carretto che trasporta i resti di una salma, era in origine commentata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante e, pertanto, ne fu decisa la cancellazione”

(Wikipedia)

“L’ape regina" segna il primo incontro di Tognazzi con Marco Ferreri e lo sceneggiatore Rafael Azcona: incontro fortunato (per Tognazzi forse ancora più determinante di quelli con Salce e Risi), l'inizio di una collaborazione che diventerà, nel corso degli anni, esemplare. Assieme a Salce, Ferreri è il regista che rende più vigoroso e attendibile il nuovo, complesso personaggio incarnato dall'attore, anche questa volta protagonista maschile assoluto di una storia inconsueta. Al suo apparire, prima al festival di Cannes e poi sugli schermi italiani, il film fa scalpore, suscita polemiche e scandalo, supera a fatica le strettoie della censura (che, fra l'altro, fa misteriosamente premettere al titolo "Una storia moderna: "). Il film (che apre a Tognazzi anche il mercato statunitense) è uno dei maggiori successi commerciali delia stagione 1962/63 e procura all'attore il Nastro d'argento (assegnato dal Sindacato dei Giornalisti cinematografici) per il miglior attore protagonista. Ricordando anni dopo “L’ape regina", Tognazzi ne ha così commentato l'importanza: «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio. [...] Amo il cinema non in se stesso ma in quanta rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli [...]. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità [...] di conoscere, per mezzo del cinema, la vita.”

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5)

“[...] Ludi di talamo infiorano anche troppo il nostro cinema comico; e le prime scene de L’ape regina, saltellanti e sguaiate, mettono in sospetto. Accade perché il film sfiora ancora il suo tema, lo tratta con estri bozzettistici. Ma quando coraggiosamente vi dà dentro, mostrandoci l'ape e il fuco appaiati in quell'ambiente palazzeschiano, carico di sensualità e di bigottismo, allora acquista una forza straordinaria, si fa serio, e scende alla conclusione con un rigore e una precipitazione da ricordare certe novelle di Maupassant. [...] Ottima la scelta dei protagonisti, un calibratissimo Tognazzi (che ormai lavora di fino) e una magnifica e feroce Marina Vlady.

(Leo Pestelli, La Stampa, Torino, 25 aprile 1963)

     

“Ape regina, benissimo interpretato da Ugo Tognazzi (che ormai è il controcanto, in nome dell'Italia nordica, di ciò che è Sordi per quella meridionale), appare come un film con qualche difetto (cadute del ritmo narrativo, scene di scarsa efficacia e precisione), ma la sua singolarità infine si impone.”

(Pietro Bianchi, Il Giorno, Milano, 25 aprile 1963)

“Il film è gradevole, per la comicità delle situazioni, il sarcasmo con cui descrive una famiglia clericale romana, tutta fatta di donne. Ferreri ci ha dato un film in cui la sua maturità di artista, esercitata su un innesto fra Zavattini e Berlanga, ha di gran lunga la meglio, per fortuna, sul fustigatore, lievemente snobistico, dei costumi contemporanei. Marina Vlady è molto bella e recita con duttilità; Ugo Tognazzi, in sordina, fa benissimo la parte un po’ grigia dell'uomo medio che ha rinnegato il suo passato di ganimede per avviarsi alla vecchiaia al fianco di una moglie affettuosa, e si trova invece vittima di un matriarcato soffocante.”

(Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, Milano, 25 aprile 1963)

“Gran parte dell'interesse del film deriva dal notevole, asciutto stile della comicità di Ugo Tognazzi e dall'asprezza di Marina Vlady. Tognazzi ha un'aria magnificamente remissiva e angustiata e un bellissimo senso del ritmo che introduce delle osservazioni ad ogni sua azione. Quando scherza con un prete, ad esempio, per rompere un uovo sodo, egli riesce ad essere semi-serio in modo brillante. E quando egli guarda semplicemente la moglie, lui tutto slavato e lei tutta risplendente, nei suoi occhi c'è tutto un mondo di umoristica commozione.”.

(Bosley Crowther, The New York Times, New York, 17 settembre 1963)

Scene Censurate del film su: http://cinecensura.com/sesso/una-storia-moderna-lape-regina/

Altre scene in: https://www.youtube.com/watch?v=Cd1OHF83Io0

https://www.youtube.com/watch?v=IalFqT-7gUs

https://www.youtube.com/watch?v=htJsc_qMkC4

https://www.youtube.com/watch?v=9Tgboxv-OYk

Una poesia al giorno

Noi saremo di Paul Verlaine, Nous serons - Noi saremo [La Bonne Chanson, 1870].

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l'anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

Nous serons

N'est-ce pas? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d'envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

N'est-ce pas? Nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l'Espoir,

Peu soucieux qu'on nous ignore ou qu'on nous voie.

Isolés dans l'amour ainsi qu'en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

Quant au Monde, qu'il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes? Il peut bien,

S'il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d'ailleurs, possédant l'armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n'aurons peur de rien.

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l'âme enfantine

De ceux qui s'aiment sans mélange, n'est-ce pas?

Un fatto al giorno

17 giugno 1885: La Statua della Libertà arriva a New York. Duecentoventicinque tonnellate di peso, 46 metri di altezza (piedistallo escluso) e 4 milioni di visite ogni anno. La Statua della Libertà, oggi simbolo di New York, ha una storia costruttiva avventurosa e originale, caratterizzata da trasporti eccezionali e un fundraising senza precedenti. Ripercorriamola insieme con queste foto storiche. Fu uno storico francese, Édouard de Laboulaye, a proporre, nel 1865, l'idea di erigere un monumento per celebrare l'amicizia tra Stati Uniti d'America e Francia, in occasione del primo centenario dell'indipendenza dei primi dal dominio inglese. I francesi avrebbero dovuto provvedere alla statua, gli americani al piedistallo. L'idea fu raccolta da un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che si ispirò all'immagine della Libertas, la dea romana della libertà, per la sagoma della statua, che avrebbe retto una torcia e una tabula ansata, a rappresentazione della legge. Per la struttura interna, Bartholdi reclutò il celebre ingegnere francese Gustave Eiffel (che tra il 1887 e il 1889 avrebbe presieduto anche alla costruzione dell'omonima Torre) il quale ideò uno scheletro flessibile in acciaio, per consentire alla statua di oscillare in presenza di vento, senza rompersi. A rivestimento della struttura, 300 fogli di rame sagomati e rivettati. Nel 1875 il cantiere fu annunciato al pubblico e presero il via le attività di fundraising. Prima ancora che il progetto venisse finalizzato, Bartholdi realizzò la testa e il braccio destro della statua e li portò in mostra all'Esposizione Centenaria di Philadelphia e all'Esposizione Universale di Parigi, per sponsorizzare la costruzione del monumento. La costruzione vera e propria prese il via a Parigi nel 1877.

(da Focus)

Una frase al giorno

“Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare.”

(Gustave Flaubert, 1821-1880, scrittore francese)

Un brano al giorno

Marianne Gubri, Arpa celtica, Il Viandante https://www.youtube.com/watch?v=_URmUFpa52k