L’isola di Pantelleria, la perla nera del Mediterraneo

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Dal 4 all'11 settembre 2021 si è svolto, a Pantelleria, il "viaggio della ripartenza" che l'Associazione DLF Cremona-Mantova ha organizzato per i Soci dopo la pandemia. Il racconto del viaggio è stato scritto dal prof. Franco Verdi, socio affezionato e sempre presente alle iniziative turistiche del DLF, per le quali redige il "Diario di Bordo". Ex Preside dell'IIS Luigi Einaudi di Cremona, attualmente è Commissario Provinciale della Fondazione Cariplo di Cremona.

Pantelleria, la perla nera del Mediterraneo

Isola sperduta nel cuore del Mediterraneo, a 100 chilometri dalla costa siciliana e a 70 chilometri dalla costa tunisina, Pantelleria è uno di quei luoghi che lascia un segno indelebile nell’anima di chi lo visita. Immaginate una terra circondata dal mare, eppure senza spiagge; un’isola dove non piove per oltre trecento giorni all’anno, ma che è verdeggiante; un paesaggio dove si è abbagliati dal nero cupo e tagliente delle rocce vulcaniche, prima ancora che dall’azzurro di un cielo tersissimo e dal bianco dei tetti a cupola dei dammusi.

Pantelleria è una tavolozza di colori contrastanti, come lo sono i sentimenti che si agitano nei visitatori: c’è chi la ama alla follia e chi la detesta. Non resta che affidarsi alle parole di Giosuè Calaciura, autore di “Pantelleria. L’ultima isola”, per raccontare questo ribollire di emozioni: “Al molo, nei pomeriggi di malura di pesce perché la corrente è cuntrariusa, i pescatori di canna si raccontano leggende di viaggiatori appena sbarcati che nell’urgenza del loro malessere hanno trascinato i trolley lungo tutta la banchina, sono entrati nell’ufficio Siremar e hanno acquistato i biglietti per il ritorno immediato con lo stesso traghetto all’isola madre, a Trapani, nell’incongruenza di quanto sembri più rassicurante la Sicilia, tutto il mondo, da Pantelleria”.

Qui non ci sono calette addomesticate e l’accesso all’acqua è difficile ovunque. Non solo per via delle rocce frastagliate color della pece, che si frappongono tra la terra ed il mare, ma anche per l’assenza di sorgenti potabili. Questo apparente inferno, che già si profila nella foschia azzurrina mentre ci si avvicina, è in realtà un’oasi di pace, dove il tempo non corre via, ma scorre tra gli incanti di un mare blu intenso che, comunque, si raggiunge dopo aver camminato in mezzo ai profumi dell’elicrisio, del rosmarino e sulle colate laviche. Oppure tra le risorgive di acqua calda, le coltivazioni di capperi, le viti colme di zibibbo, le acque termali del lago di Venere, i giochi di vapore delle favare, le magie circolari dei giardini panteschi.

Gabriel Garcia Marquez trascorse un’estate nell’isola in una casa dipinta a calce fin negli scalini, dalle cui finestre si vedevano nella notte senza vento i fasci luminosi dei fari dell’Africa”. Forse non è un caso che la leggenda racconti del mal di Pantelleria. Di contro, Giorgio Armani, il re Giorgio dell’alta moda, si innamorò a tal punto dell’isola che non solo vi acquistò dammuso e azienda agricola, ma donò importanti e necessarie attrezzature mediche all’ospedale isolano che ne era privo e sostenne, accollandosi le spese, un progetto innovativo per una portualità attrezzata in cala Levante. Poi il progetto, per l’insipienza della politica, non ebbe seguito. Anzi, si racconta che al sindaco che voleva lui i soldi perché lui ci avrebbe pensato, Armani rispose con un poco elegante ma efficacissimo gesto che chiuse definitivamente il discorso. Altro gesto, altri mali.

Il viaggio. Un’esperienza resiliente

Diceva Marcel Proust che il viaggio non è prioritariamente scoperta di cose nuove, nuovi paesaggi, nuove visioni, ma scoperta di nuovi occhi, nuovi sguardi. È un uscire da sé, dai propri limiti, per attingere all’infinitudine, scoprire i segreti dell’ordine cosmico, farli propri e servirsene, scambiare con altri uomini esperienze, emozioni, saperi. È crescere attraverso gli ostacoli. È nel viaggio, nell’avanzare concreto e simbolico per il mondo che l’uomo, trascinato dall’incontinenza del divenire, mostra la propria resistenza alle avversità della vita, il proprio esorbitante desiderio di conoscere, di scoprire, di dischiudere la propria capacità di trasformare i momenti di crisi in occasioni, gli impedimenti in acquisizioni.

In un tempo difficile, il nostro, in cui l’umanità intera è stata sottoposta alla prova della pandemia a da essa costretta ad una forzata, invalidante immobilità, diventa più che mai vitale ritornare all’esperienza primigenia del mettersi in viaggio verso ciò che non è conosciuto, realizzando appieno la propria personale umanità e arricchendone quella collettiva. È in questa prospettiva che va colto, dopo la sosta forzata, il valore del viaggio della ripresa, della ripartenza, con meta Pantelleria, isola misteriosa.

Spazio, soggiorno, sentieri e giornate tematiche

Ottimamente organizzato dall'Associazione DLF Cremona-Mantova, con la guida di Natalino Giovanati e Romeo Domaneschi, il viaggio, ha visto la presenza di ben 60 cremonesi alla scoperta dell’isola, dal 4 all’11 settembre 2021.

Eccellente l’ospitalità al villaggio in località Suvaki (in arabo, la terra fertile) buono il tempo del soggiorno, con due evidenze simboliche di notevole stacco: la pioggia scrosciante di eccezionale rarità all’arrivo e la drammatica tromba d’aria la sera del 10 settembre, vigilia dell’11, altra data simbolo. Rimane viva, nella dolce malinconia del ricordo, la bellezza delle giornate tematiche che hanno ritmato il soggiorno. La Panoramica paesaggistica e il suo percorso perimetrale con le sue tappe: il meraviglioso Lago di Venere; cala Gadir, un porticciolo di pescatori e le sue sorgenti calde; la splendida cala Levante, il suo faraglione e l’imponente Arco dell’Elefante. Più avanti si ammira dall’alto la Balata dei Turchi, spianata lavica dominata da costoni di pietra pomice; l’impressionante precipizio di Salto la Vecchia.

Dopo Scauri, località portuale, si visitano la Grotta dei Gabbiani e il Santuario della Madonna delle Grazie, a mezza costa. Una giornata intera è dedicata a Pantelleria in moto barca alla scoperta di stupendi paesaggi, insenature, faraglioni. Si ha modo di apprezzare la natura vulcanica dell’isola scoprendo le varie stratificazioni laviche e la morfologia delle falesie a picco sul mare. Per i più arditi le soste al largo hanno consentito balneazioni ristoratrici nel mare blu cobalto.

Suggestiva è la giornata dedicata all’escursione tra i vari fenomeni termali dell’isola, attraverso una vera e propria spa naturale dove si possono fare trattamenti con fanghi termali, rilassanti bagni in acque calde oltre che un bagno turco all’interno di una grotta naturale. Ecco le Tappe. A Gadir, con l’antico bagno rituale del calidarium-frigidarium; il Lago di Venere, famoso per il suo fango ricco di zolfo e le sue vasche sorgive dove praticare la fangoterapia; poi la contrada di Sibà per ammirare l’affascinante e misteriosa grotta di Benikulà, dove si pratica il bagno asciutto, sauna naturale alimentata dal calore residuo del vulcano.

Altra meta, particolarmente gustosa, sono le tappe dell’itinerario gastronomico. Si visita il cuore agricolo dell’isola, dei suoi vigneti a zibibbo, con particolare attenzione alla tecnica colturale “ad alberello”, patrimonio Unesco. Si visitano e si degustano vini passiti, olio, formaggi. Si segue la coltivazione e la lavorazione del cappero. Re indiscusso di questa fiera del gusto è il mitico Passito di Pantelleria, un capolavoro dell’enologia pantesca di fama mondiale. Regalità e Sapidità ben meritate, è doveroso riconoscerlo! Per affinità di tema è bene corrispondere titolo di merito alla cucina pantesca che ha nutrito la nostra quotidianità. Bella, ricca, gustosa, colorata, mai ripetitiva, armoniosa nei sapori e nelle preparazioni. Buon pro!

Per fedeltà di cronaca, il soggiorno a Pantelleria non è stato ritmato da una sequenza obbligata di escursioni organizzate, ma ha contemplato tempi e spazi di appagante autonomia, dal solarium, dopo una suggestiva discesa a mare tra le rocce e i fichi d’india per inebriarti agli spruzzi iodizzanti del mare tra gli scogli, alla bellissima piscina del villaggio dove tutti, ma proprio tutti, potevano tuffarsi e rinfrescarsi senza rischio di meduse urticanti.

E per dire la bellezza, la suggestione, la magia, l’arcano silenzio di un percorso a piedi, in solitaria e dolce compagnia di chi ti è più caro, nell’entroterra rurale dell’isola, ho trascritto un testo, trovato su di un pannello di informazione turistica, lungo il sentiero, nella luce del crepuscolo di un pomeriggio di fine estate: “Niente è più sereno e raccolto di queste lente pendici corse da muretti, come se questi muretti realizzassero le curve di livello e dentro i muretti, a riparo dei venti, le viti con le zocche gonfie di zibibbo come mammelle verdi. Niente è più ameno di queste casette o rosa, o bianche o anche nere, ma con le cupolette affioranti, sempre in ordine sparso, anche dove fanno paese ma non si ammucchiano e ognuna respira da tutte le parti e ha il gelso affianco, la palma, la pergola oppure una specie di nurago e invece non è che un muro tondo e inclinato a tronco di cono dove all’interno sta chiuso, come il minotauro nel labirinto, un limone o un arancio. Qui dove tutto è naturale e nello stesso tempo è artificiale, dove la terra, la poca terra è rastrellata da sotto i massi, liberata da questi massi che non sono le leggere pietre bianche della Puglia ma blocchi pesanti di lava, di basalto, di ossidiana. E se ne fanno quelli che ho chiamato muretti, che sembrano muretti da lontano e quando si vedono da vicino appaiono come bastioni al cui riparo le viti maturano e i capperi fioriscono con quei fiocchi di luce ancor più aerei dei fiori dei papaveri. Che cosa è costata di sudore e di amore, questa campagna” (Cesare Brandi, 1989).

Una descrizione che rende bene il fascino del paesaggio e la struggente malinconia del congedo!

Franco Verdi

 

 

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