“L’amico del popolo”, 12 dicembre 2020

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Anno IV. La rubrica ospita il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

VAMPYR - DER TRAUM DES ALLAN GRAY (Francia, Germania, 1932), regia di Carl Theodor Dreyer. Prodotto da: Carl Theodor Dreyer. Julian West. Sceneggiatura: Christen Jul, Carl Theodor Dreyer. Basato su: “In a Glass Darkly” racconti del 1872 di Sheridan Le Fanu. Musiche: Wolfgang Zeller. Fotografia: Rudolph Maté. Montaggio: Tonka Taldy, Carl Theodor Dreyer.

Cast:

  • Nicolas de Gunzburg (accreditato come Julian West) nei panni di Allan Gray, un giovane vagabondo i cui studi di argomenti occulti lo hanno reso un sognatore
  • Rena Mandel nel ruolo di Giséle, la sorella minore di Léone e la figlia del Lord of the Manor
  • Sybille Schmitz nei panni di Léone, la sorella maggiore di Giséle, che è schiava del vampiro e vede la sua forza diminuire di giorno in giorno
  • Jan Hieronimko nel ruolo del Dottore del villaggio, una pedina del vampiro
  • Henriette Gérard nei panni di Marguerite Chopin, il vampiro, una donna anziana la cui presa si estende oltre le sue vittime immediate
  • Maurice Schutz nei panni del Lord of the Manor, il padre di Giséle e Léone che offre a Gray un libro sul vampirismo per aiutare Gray a salvare le sue figlie
  • Albert Bras nel ruolo di un vecchio servitore della casa padronale
  • N. Babanini come sua moglie
  • Jane Mora come infermiera
  • Georges Boidin nel ruolo del soldato zoppicante

 

“Al calar della sera, un viaggiatore di nome Allan Grey arriva in una locanda presso il villaggio di Courtempierre, e lì affitta una camera per dormire. Il viaggiatore è però risvegliato all'improvviso da un vecchio, che entra nella stanza e lascia un pacchetto quadrato sul tavolo di Grey, sulla cui carta di imballaggio scrive "Zu öffnen nach meinem Tode" ("Da aprirsi alla mia morte"). Grey prende il pacchetto ed esce fuori dalla locanda. Alcune ombre lo guidano a un antico castello, dove vede le ombre che danzano e vagano. Aggirandosi per l'edificio in rovina, Grey intravede prima un soldato solitario con una gamba di legno, poi un altro vecchio e, infine, una misteriosa donna anziana.

Il viaggiatore allora lascia il castello e si dirige verso un maniero nelle vicinanze. Guardando attraverso una delle finestre, Grey scorge l'uomo che in precedenza gli ha dato il pacchetto aggirarsi per le sale della sua tenuta reggendo in mano un candelabro. Tutto a un tratto, però, il vecchio subisce il colpo di un'arma da fuoco da una figura di cui Grey vede solo l'ombra. Il fatto allarma la servitù del maniero e le due figlie dell'uomo, che accorrono in aiuto del vecchio, ma ormai è troppo tardi e il signore del maniero esala il suo ultimo respiro. Intanto, a Grey è concesso passare la notte nella casa dei servitori. Grey si ricorda del pacco lasciato dal signore del maniero e lo apre: all'interno trova un libro del 1820: “Die Seltsame geschichte der Vampyre” ("La strana storia dei vampiri"), di Paul Bonnant. Gisèle, la figlia più giovane del signore del castello, conduce Grey alla biblioteca e gli dice che sua sorella, Léone, è gravemente malata. Proprio in quel momento i due vedono Léone aggirarsi fuori dalla tenuta, così la seguono. Tuttavia arrivano tardi, solo per trovare Léone a terra priva di sensi e con recenti ferite da morso.

Dopo averla portata di nuovo dentro grazie alla servitù, Grey viene a sapere, leggendo il libro, che Léone è caduta vittima di un vampiro, e che tali creature dell'Oltretomba sono in grado di piegare gli esseri umani alla loro volontà. Nel frattempo, giunge al maniero un medico dal villaggio vicino, e Allan lo riconosce come il vecchio che aveva visto nel castello. Il medico dice a Grey che è necessaria una trasfusione di sangue, così il giovane offre il suo sangue per salvare Léone. Spossato per la perdita di sangue, si addormenta. Allan viene poi svegliato di colpo da un servo, il quale gli dichiara che sta accadendo qualcosa di strano, e si precipita da Léone, dove sorprende il medico mentre si sta tentando di avvelenare la ragazza. Il dottore, scoperto, riesce a fuggire dal maniero, ma anche Gisèle è sparita. Grey decide pertanto di seguire il medico verso il castello, in cui Grey ha una visione di se stesso sepolto vivo. Ripresosi dalla visione, trova e salva Gisèle, ma il medico riesce ancora a sfuggirgli.

Al maniero, intanto, un vecchio servitore trova il libro di Grey e scopre che un vampiro può essere sconfitto trafiggendogli il cuore con una barra di metallo. Il servo così si dirige subito al cimitero del villaggio, e lì si ricongiunge con Grey presso la tomba di una certa Marguerite Chopin. I due aprono la tomba e trovano la salma della vecchia perfettamente conservata. Il servitore conficca subito una grande barra di metallo attraverso il suo cuore, uccidendola. Al castello del vampiro, intanto, il soldato servitore della creatura muore cadendo dalle scale mentre cercava di sfuggire alle visioni della padrona. Il medico, invece, si nasconde in un vecchio mulino, ma si ritrova bloccato in una camera dove sono riempiti sacchi di farina. Il vecchio servitore arriva e attiva i macchinari del mulino, riempiendo la camera con la farina e facendo di conseguenza soffocare il medico. La maledizione del vampiro è finalmente annullata e Léone si riprende. Gisèle e Grey, invece, attraversano il fiume in barca nella nebbia e, dopo aver attraccato, camminano verso una radura luminosa.

Liberamente ispirato ad alcune novelle di Joseph Sheridan Le Fanu, questo horror onirico affida il suo fascino più all'atmosfera e alla suggestione che alla tensione. I dialoghi sono ridotti al minimo, accompagnati da efficaci mix di rumori.
Il regista Carl Theodor Dreyer iniziò a ideare Vampyr verso la fine del 1929, un anno dopo l'uscita de La passione di Giovanna d'Arco. La casa produttrice avrebbe voluto che girasse un altro film a tema religioso, ma Dreyer rinunciò perché temeva di rimanere prigioniero dell'etichetta di "regista di film religiosi". Essendo il suo primo film sonoro, Dreyer andò in Inghilterra per studiare la tecnologia del cinema sonoro e lì si incontrò con lo scrittore danese Christen Jul che all'epoca risiedeva a Londra. Dreyer decise di creare una storia basata sul soprannaturale e a tal proposito lesse circa trenta racconti del mistero e del terrore. Dopo questa esperienza, Dreyer affermò con orgoglio: «Noi possiamo farla molto meglio questa roba!». Nel 1927, a Londra e New York, la versione teatrale di Dracula era stata un grande successo. Quindi Dreyer e Jul scrissero una storia basata sui vampiri, che Dreyer riteneva "andassero molto di moda ai tempi". Dreyer costruì la trama di Vampyr, utilizzando sia elementi da Carmilla, un racconto di vampiri con un sottotesto lesbico, che da The Room in the Dragon Volant, racconti entrambi scritti da Sheridan Le Fanu. Difficile fu la scelta del titolo del film. Inizialmente avrebbe dovuto essere Destino, poi Ombre dell'inferno, ma infine si decise per Il vampiro (Vampyr).

Celebre è la sequenza in soggettiva della sepoltura di David Gray, interpretato da uno dei produttori, il barone Nicolas de Gunzburg, sotto lo pseudonimo di Julian West.”

(In wikipedia.org)

“La storia dell'"esperienza fantastica di Allan Grey" si svolge tutta in una notte di luna piena nel villaggio di Courtempierre. Immersosi nello studio dei culti satanici e del vampirismo, il giovane Grey era diventato "un sognatore e fantasticatore che aveva smarrito il confine tra la realtà e il soprannaturale". Nel suo girovagare giunge di sera nell'isolata locanda del villaggio in riva al fiume. Ottenuta una modesta stanza, si mette a letto. Nel sonno vede la chiave girare ed entrare un uomo maturo che parla affranto di una lei che "non deve morire". Costui gli lascia sul comodino, un libro sigillato su cui scrive: "Da aprire dopo la mia morte", poi scompare. "L'Unheimliche si impadronì" di Allan: sente di dover rispondere a un grido di aiuto. Esce, segue un'ombra senza corpo, giunge a una casa abbandonata, dove arriva una vecchia cieca che poi si rivelerà essere il vampiro. Grey incontra un uomo, all'apparenza un medico, che lo mette alla porta, mentre da un'altra porta entra la vecchia che consegna al medico del veleno. Seguendo un'altra ombra Grey giunge al castello dell'uomo apparsogli alla locanda, che veglia una delle sue due figlie, Léone, mortalmente ammalata perché vittima del vampiro. Il castellano è ucciso da un'ombra; intanto Léone, seguendo un richiamo, esce nel parco e si offre alla vecchia. Arriva il medico prima incontrato; Grey dona il proprio sangue per la salvezza di Léone, poi cade in deliquio. Svegliato dal servitore del castello, riesce a impedire a Léone di ingerire il veleno portatole dal medico, ma Gisèle, la sorella minore, è intanto scomparsa. Grey si precipita fuori, cade in un nuovo deliquio, si sdoppia. Il suo "Ego" giunge alla casa diroccata dove Gisèle è prigioniera, vede una bara - dentro cui giace egli stesso - che viene sigillata e traslata al cimitero. Si sveglia, corre al cimitero. Qui il servitore del castello, che ha scoperto nel libro un tempo dato a Grey l'identità del vampiro, scoperchia la tomba della vecchia Marguerite Chopin, morta nella dannazione, e insieme le conficcano un paletto nel cuore. Léone ormai salva può chiudere gli occhi, Gisèle viene liberata, il medico trova un'orribile morte sepolto dalla farina di un mulino dove aveva cercato rifugio; Grey e Gisèle attraversano il fiume e si incamminano mano nella mano nel bosco, all'alba.

Vampyr, presentato a Berlino il 6 maggio del 1932 (poi distribuito anche come Vampyr, der Traum des Allan Grey e, nell'edizione francese, come L'étrange aventure de David Gray), fu un insuccesso di pubblico e di critica, il che è comprensibile se si pensa alla sua disorientante complessità. Realtà e sogno, soprannaturale e naturale scivolano gli uni negli altri senza soluzione di continuità. C'è un'unica dimensione che li comprende entrambi, e chi si attarda a distinguere e ordinare gli eventi seguendo un nesso causale è perduto. A questo si aggiungono alcune incongruenze che trovano spiegazione solo leggendo la sceneggiatura originale (per es. Grey che chiede di un bambino e di cani al medico, alludendo a una scena non montata di un pastorello inseguito da cani). Allo spettatore è richiesto di abbandonarsi senza riserve e di identificarsi nel viaggio agli inferi di Allan Grey. Abbattuta l'opposizione tra reale e onirico, restano solo quelle tra vita e morte, salvezza e dannazione, suggerite fin dall'inizio dal montaggio alternato tra un uomo con la falce in spalla che vuole traversare il fiume e l'insegna con un angelo che sormonta la locanda dove arriva Grey. E tuttavia queste due opposizioni sono incrociate a formare una sorta di chiasma. La salvezza si trova nel poter morire, la dannazione nell'essere condannati a vivere. Il vampiro è tale perché non gli è concessa la morte: perfino nella celebre e inusitata soggettiva di Grey dall'interno della bara si esprime l'orrore di non poter chiudere gli occhi neppure da morti. Di contro è nel morire che Léone approda alla pace senza essere a sua volta costretta a una sopravvivenza vampiresca; e il film stesso, in una riflessione metafilmica, può acquietarsi e trovare il suo scioglimento non in Grey e Gisèle che camminano verso la luce ma negli ingranaggi del mulino che si fermano.

Il disorientamento è dato anche dalla struttura linguistica del film. Carl Theodor Dreyer usa piani-sequenza con panoramiche di interni che, pur suggerendo il senso di esplorazione e di attesa, dovrebbero dare certezza dello spazio filmico. Tuttavia l'effetto è opposto: in parte attraverso l'uso del montaggio incrociato, e soprattutto attraverso la costante ambiguità tra inquadrature soggettive e non soggettive, lo spettatore crede spesso di vedere la scena dal punto di vista del personaggio principale, ma presto si accorge di essere stato ingannato. C'è sempre un ulteriore punto di vista in agguato, che fa perdere ogni chiaro riferimento spaziale e narrativo, obbligando a continui riaggiustamenti percettivi. Celebri sono anche le inquadrature sfumate degli esterni, i dettagli di mani e la soggettiva di un morto: ultimo e irraggiungibile punto di vista.

Vampyr è il primo film sonoro di Dreyer e fu edito in tre versioni, tedesca, francese e inglese. Tutte le scene con dialoghi furono girate tre volte così che gli attori potessero mimare nelle tre lingue. Le tre bande sonore (con musiche, suoni e dialoghi) furono sincronizzate successivamente da Dreyer e dal suo assistente Børge Nielsen. La critica più recente ha riconosciuto nel film il punto di svolta nell'evoluzione di Dreyer, tanto psicologica (M. Drouzy) quanto stilistica e narrativa (D. Bordwell, E. Kau). Vampyr è "a un tempo gioco, thriller psicologico e metafilm" (Kau).”

(Ettore Rocca, Enciclopedia del Cinema, 2004)

“Ci sono alcuni film dell'orrore che operano su un livello più profondo, più sconcertante, più psicologico che sono decisamente inquietanti. Vampyr di Carl Theodor Dreyer è uno di questi film. C'è pochissimo dialogo nel film perché Dreyer ha dovuto girare il film in tre lingue, quindi realizzarlo senza molte parole ha risolto molti problemi. Utilizza invece i tradizionali titoli di testa neri. Il film è preoccupante e sconcertante perché non si è mai abbastanza sicuri di cosa sta succedendo e quale vista viene effettivamente rappresentata. Il suo stile mi ricorda un film di David Lynch. Sei costantemente spinto a cambiare le tue idee sulla trama e sembra che ci siano molte trame diverse, a seconda di come interpreti le varie scene. Il mondo è quello che puoi riconoscere, tuttavia c'è la natura sconosciuta e misteriosa delle azioni, che sconvolge ogni punto fermo che potresti aver avuto. Riprendere nella nebbia, cambiare improvvisamente le angolazioni della telecamera aumentano ulteriormente il disorientamento e il senso di minaccia e di pericolo.”

(In brieencounter.wordpress.com)

Il film:

 

12 dicembre 1904 nasce Julian West, attore, giornalista e produttore cinematografico francese (morto nel 1981)

“Julian West, nome d'arte di Nicolas Louis Alexandre de Gunzburg (Parigi, 12 dicembre 1904 - New York, 20 febbraio 1981), è stato un attore, giornalista e produttore cinematografico francese. Noto soprattutto per il ruolo di protagonista in Vampyr - Il vampiro. Di origine francese e rampollo di una ricca famiglia ebrea russa, Nicolas, 5º barone de Gunzburg era noto a Parigi nell'élite artistica e sociale degli anni '20 e '30 del Novecento.

Nicolas desiderava diventare un attore, per questo motivo finanziò il regista Carl Theodor Dreyer per produrre il classico dell'horror “Vampyr - Il vampiro” e in cambio ottenne il ruolo di protagonista, utilizzando il nome "Julian West".
Non molto tempo dopo che il film uscì, suo padre morì e Nicolas rimase con pochi soldi. Decise di andare in America in cerca di fortuna nel 1934. I suoi tentativi di riprendere la sua carriera cinematografica non funzionarono, e “Vampyr - Il vampiro” rimase il suo unico film.
Si trasferisce quindi a New York nel 1940 dove diviene redattore-capo della rivista Town & Country, in seguito "fashion editor" di Vogue e di Harper's Bazaar.
Nicolas era apertamente gay, ma la sua vita sentimentale era molto discreta. Influenzò personaggi nel campo della moda come Calvin Klein. Morì all'età di 76 anni a New York.
Oggi è ricordato per il suo unico ruolo nel suo unico film e per la famosa scena della sepoltura in “Vampyr - Il vampiro”, ma la sua influenza sul mondo della moda ha continuato a lungo dopo la sua morte.”

(In wikipedia.org)

 

Una poesia al giorno

Canto XXIII, di Ana Emilia Lahitte

Esta morada.
Esta prisión.
                Humanas
por temporalidad o por engaño
de sus cinco pilares capitales.
Sólo contiene humores, apetencias,
para quien sólo sangre
reclama y testifica.

Pero también resguarda
el vértice invisible,
el instante crucial donde converge
la mirada del hombre
que entierra sus pupilas
para seguir mirando
                el horizonte.

Canto XXIII (trad. in cantosirene.blogspot.com)

Questa dimora.
Questa prigione.
                    Umana
per la temporaneità o per l’illusione
dei suoi cinque pilastri capitali.
Contiene soltanto umori, appetiti,
per chi solo il sangue
rivendica e testimonia.

Ma anche sorveglia
il vertice invisibile,
l’istante decisivo dove convergono
lo sguardo dell’uomo
che insabbia i suoi occhi
per continuare a guardare
                     l’orizzonte.

 

Ana Emilia Lahitte (La Plata, 12 dicembre 1921 - La Plata, 10 luglio 2013) fu una poetessa, scrittrice e giornalista argentina. Le sue opere comprendono molti generi, ma soprattutto poesia.

“Ha pubblicato 27 libri (poesia, narrativa, saggio, teatro e giornalismo). La sua attività socioculturale è incessante, proiettata prioritariamente all'interno del suo paese o patrocinata da paesi stranieri.
Tirocinante del l'OSA in Messico (l966) e del l'Istituto di cultura ispanica di Madrid (l969, 1972 e l975). Invitata da Inter Nationes della Repubblica Federale Tedesca; dal Ministero della Stampa d'Austria; dal Ministero dell'Educazione e della Cultura del Belgio e dall'Italia, il suo lavoro si estende a tutta l'America Latina, dove ha diffuso e diffonde la poesia argentina contemporanea. Nel 1994 è invitata dalla Fondazione Argentina della Città Internazionale Universitaria di Parigi, per guidare un corso di Poesia Argentina Contemporanea.

È stata direttrice del Centro di Documentazione e Informazione Pedagogica del Ministero di Educazione della Provincia di Buenos Aires; Consulente letteraria di Radio Universidad Nacional de La Plata; Segretaria tecnica del Dipartimento di Teatro della Scuola Superiore di Belle Arti; giuria di premi provinciali, nazionali e stranieri. I suoi cicli di trasmissioni radio di "Paese Totale" hanno superato i 1.500 ascoltatori.
Collabora alle principali pubblicazioni specifiche. La sua opera è stata raccolta in numerose antologie e tradotta in inglese, francese, tedesco italiano, portoghese e catalano.”

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Un fatto al giorno

12 dicembre 1915: il presidente della Repubblica Cinese Yuan Shikai si autoproclama Imperatore dell'Impero Cinese, ristabilendo la monarchia.

“L'Impero di Cina del 1915-1916 fu il tentativo di Yuan Shikai, presidente della Repubblica di Cina, di ripristinare l'impero cinese a proprio vantaggio. La restaurazione durò poco, ma il suo fallimento ebbe la conseguenza di privare la Cina di un forte governo centrale. Nel marzo 1912, Sun Yat-sen, fino a quel momento presidente provvisorio, lasciò a Yuan Shikai, capo del Corpo d'armata del Pei-yang, la presidenza della Repubblica di Cina.

Venne adottata una costituzione provvisoria sotto forma di una legge convenzionale, e in agosto e settembre le leggi elettorali istituirono la Camera dei Deputati. A febbraio del 1913, le elezioni diedero la maggioranza al Kuomintang. Song Jiaoren, il braccio destro di Sun Yat-sen, era ben posizionato per diventare primo ministro, ma venne assassinato il mese successivo. Yuan Shikai fu sospettato di aver ordinato l'omicidio per impedire che la sua autorità venisse messa in discussione. Nel corso dell'anno, Yuan Shikai organizzò un giro di vite sui membri del Kuomintang, spodestando i tre governatori provinciali che erano membri del partito e praticando la corruzione in entrambe le assemblee legislative e dal luglio 1913 usò la forza. Il 4 novembre, il Kuomintang venne dichiarato illegale e i giornali dell'opposizione vennero banditi. Sun Yat-sen e altri oppositori si rifugiarono in Giappone chiedendo una "Seconda Rivoluzione" (二次革命), questa volta diretta contro la dittatura di Yuan Shikai. Nel gennaio del 1914, Yuan Shikai sciolse ciò che rimaneva del parlamento e nominò nuovi parlamentari al suo soldo. I governatori provinciali vennero sostituiti da governatori militari. La costituzione provvisoria del 1912 fu annullata e sostituita, nel maggio 1914, da un testo che estendeva considerevolmente i poteri del presidente. Questa costituzione era integrata da un emendamento che portava a 10 anni la durata del mandato presidenziale, rinnovabile senza rielezione.

Alleato alla Triplice intesa, come la Cina, il Giappone conquistò e annesse i possedimenti tedeschi della provincia dello Shandong. Nel gennaio del 1915, il governo di Shigenobu Ōkuma formulò un elenco di ventuno richieste volto a rendere la Cina un protettorato giapponese. Il ministro giapponese lo presentò segretamente a Yuan Shikai. Quest'ultimo non rifiutò, ma i ritardi, portano i giapponesi a dargli un ultimatum il 7 maggio 1915. Egli accettò alcune richieste e le rese pubbliche, portando a una protesta degli Stati Uniti ed a un movimento di opinione in Cina. Il 25 maggio 1915, le ventuno richieste furono inizialmente adottate, ma ciò provocò il boicottaggio di merci e banche giapponesi. I capi della protesta lanciarono una sottoscrizione nazionale tendente a raccogliere fondi per consentire alla Cina di essere abbastanza forte da resistere alle richieste giapponesi. La reazione cinese e la pressione occidentale costrinsero l'Impero giapponese a riconsiderare le sue richieste.
Giudicando la situazione favorevole, Yuan Shikai cercò di rafforzare ulteriormente il suo potere. Alcuni dei suoi seguaci, come Yang Du, gli consigliarono di restaurare la monarchia e assumere il titolo di imperatore. Dall'agosto 1915 era prevista la restaurazione imperiale. Il discorso ufficiale di Yuan Shikai chiedeva il ripristino di un forte potere centrale al fine di portare stabilità in Cina e resistere alla pressione giapponese.

L'11 dicembre 1915, con una messa in scena sapientemente orchestrata, l'assemblea, sotto gli ordini di Yuan Shikai, gli offrì l'incarico di Imperatore. Yuan Shikai inizialmente finse di rifiutare, ma poi accettò, alla fine della giornata, quando il parlamento ribadì la sua richiesta. Il 12 dicembre, Yuan Shikai proclamò ufficialmente la restaurazione imperiale, prendendo il titolo di Grande Imperatore di Cina (中華帝國大皇帝), assumendo il nome di Hongxian e distribuendo titoli nobiliari.

La restaurazione suscitò l'immediata opposizione dei governatori provinciali e dei capi militari. I primi a ribellarsi furono i generali Cai E in Yunnan e Li Liejun nello Jiangxi. Gli insorti decretarono la formazione dell'"Esercito di protezione nazionale" (護國軍), mentre altre province proclamarono la loro indipendenza. Il Corpo d'armata del Pei-yang, le cui truppe erano più pagate, non si oppose con particolare resistenza, alle forze armate in rivolta.
Yuan Shikai cercò di guadagnare tempo rimandando la sua cerimonia di incoronazione. Le potenze straniere ritirarono il loro sostegno, senza scegliere di sostenere un campo specifico, ad eccezione dell'Impero giapponese, che minacciò di invadere la Cina militarmente e sostenne apertamente i repubblicani. Yuan Shikai fece marcia indietro e rinunciò ufficialmente al titolo imperiale il 22 marzo 1916, dopo un regno di 83 giorni, senza mai essere stato incoronato. Cercò di trattare con i suoi avversari proponendo di tornare al governo centrale ma era isolato politicamente. Morì di malattia al fegato il 6 giugno 1916.
Li Yuanhong, vice-presidente della Repubblica di Cina, divenne capo dello stato, secondo gli ultimi desideri (non costituzionali) di Yuan Shikai. Ripristinò la Costituzione provvisoria del 1912 e il Parlamento, mentre Duan Qirui divenne Primo Ministro. Il 1º agosto 1916, il Kuomintang ebbe la maggioranza della Camera.
L'autorità centrale cinese era tuttavia fortemente indebolita e l'esercito diviso. La situazione portò ad un periodo di alta instabilità e i signori della guerra regnarono indisturbati.”

(In wikipedia.org)

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Una frase al giorno

“Posso fare tofu fritto, tofu bollito, tofu ripieno. Cotolette e altre cose di fantasia, sono per altri registi”

(Yasujirō Ozu, regista e sceneggiatore cinematografico giapponese, nato a Tokyo il 12 dicembre 1903 e ivi morto il 12 dicembre 1963)

Ozu, Yasujirō è ritenuto con Mizoguchi Kenji e Kurosawa Akira uno dei più importanti registi del cinema giapponese, ne ha segnato con la sua opera le tappe principali, dagli anni del muto a quelli del colore, arrivando sino alle soglie della modernità. La sua grande influenza sul cinema contemporaneo è stata, fra l'altro, attestata dagli omaggi che al suo lavoro hanno attribuito registi come il tedesco Wim Wenders e il cinese Hou Hsiao-hsien. Progressivamente il cinema di O. venne a focalizzarsi intorno a un unico e grande tema, quello della famiglia, con particolare attenzione al rapporto tra genitori e figli. Estraneo a un approccio di tipo sociologico, il regista fece soprattutto dei sentimenti materni, paterni e filiali l'oggetto d'attenzione principale dei suoi film, riuscendo a dar loro una connotazione che, liberatasi da ogni particolarismo, rende conto della loro universalità. Ed è per questo che, pur essendo le sue storie ancorate ai costumi e alle tradizioni del suo Paese - in patria è ancora oggi ritenuto 'il più giapponese dei registi giapponesi' -, i suoi film riescono davvero a parlare a tutti, coinvolgendo gli spettatori delle culture più diverse. Il cinema di O. è considerato in Giappone un'espressione del mono no aware, ovvero di quel sentimento di melanconia che si può vivere di fronte alla natura, alle stagioni e alle vicende umane. È proprio grazie a questo sentimento che i protagonisti dei suoi film arrivano, attraverso le loro esperienze, alla consapevolezza ultima del carattere effimero e transitorio di ogni cosa, a una sorta di dolente e matura accettazione dell'ineluttabilità del cambiamento.

Cresciuto in un ambiente della media borghesia - il padre era proprietario di una piccola industria di fertilizzanti -, O. visse per tutta la vita insieme alla madre, senza mai sposarsi. Studente mediocre e indisciplinato, trascorse gran parte del suo tempo guardando film americani. All'età di vent'anni entrò negli studi di Kamata della Shōchiku, dove gli venne affidato il ruolo di assistente operatore e poi, sotto la guida del regista Ōkubo Tadamoto, di ideatore di gag. Dopo aver steso una prima sceneggiatura, nel 1927 fu promosso a regista: nacque così Zange no yaiba (La spada della penitenza), suo primo e unico jidaigeki (film storico).

Come accadeva in quel periodo a tutti i giovani registi assunti dalle grandi case di produzione cinematografica nipponiche, O. realizzò nei primi anni della sua carriera un gran numero di film: ben 19 fra il 1927 e il 1930, per arrivare poi a 54 al termine della sua vita. In questi primi film, che spaziano attraverso i generi più diversi, è evidente l'influenza dei modelli americani, e in particolare quella dello slapstick, come testimonia il suo primo lavoro oggi conservato per intero, Wakakihi (1929, Giorni di gioventù).

Con l'arrivo degli anni Trenta, O. era pronto a essere promosso nel gruppo dei registi di prima fascia della Shōchiku, quelli che dirigevano i film con più ampio impegno finanziario e che potevano avvalersi dei migliori collaboratori. Segno di questo passaggio fu Ojōsan (1930, Signorina), che ottenne il terzo posto nella classifica redatta dall'importante rivista "Kinema junpō" dei migliori dieci gendaigeki (film d'ambientazione contemporanea) dell'anno. Fu anche l'inizio del felice rapporto tra il regista e la critica del suo Paese, confermato dal fatto che dal 1931 al 1937 (anno del suo ultimo film del decennio) un'opera di O. si trovò sempre fra le prime dieci della graduatoria di "Kinema junpō", e per tre anni di seguito - con Umarete wa mita keredo (1932; Sono nato ma…), Dekigokoro (1933, Capriccio passeggero) e Ukigusa monogatari (1934, Storia di erbe fluttuanti) - fu proprio un suo film a occupare la prima posizione.

Gli anni Trenta videro anche una svolta fondamentale nella sua produzione: O. si specializzò nello shomingeki (dramma della gente comune), il genere cui progressivamente si dedicò in modo esclusivo. Dominante divenne anche il tema della famiglia, come testimoniano i film del periodo, tra gli altri, Umarete wa mita keredo, storia di due bambini che scoprono con amarezza la perdita di dignità del padre di fronte al suo datore di lavoro, e Hitori musuko (1936, Figlio unico), storia di una madre delusa dall'atteggiamento rinunciatario del figlio nei confronti della vita.

Nel settembre 1937 O. venne arruolato nell'esercito giapponese e spedito a combattere in Cina. Rientrò in patria nell'agosto 1939 e riprese il suo lavoro alla Shōchiku. Il clima culturale del Paese era però decisamente cambiato, e il governo richiese film consoni allo spirito di sacrificio necessario a una nazione in guerra: O. vi si adattò, senza tuttavia rinunciare al suo universo poetico. Nacquero così Toda ke no kyōdai (1941, Fratelli e sorelle della famiglia Toda) e Chichi ariki (1942, C'era un padre), due film a loro modo complementari: nel primo, che narra la storia di una grande famiglia, un figlio decide di portare con sé, nella Manciuria occupata, la madre e la sorella più giovane, che erano state abbandonate dagli altri parenti; nel secondo, che invece si concentra sul rapporto fra un padre vedovo e il suo unico figlio trasferitosi per motivi professionali, è invece il primo a costringere il secondo a lasciarlo solo, non ritenendo giusto che un uomo debba rinunciare al suo lavoro e ai suoi doveri sociali soltanto per poter restare accanto al proprio genitore.

Fu nel 1949, con Banshun (Tarda primavera), che il cinema di O. entrò nella sua vera e propria maturità: lo stile si radicalizza e i temi rimangono gli stessi degli anni precedenti, ma le sue famiglie, ora, sembrano essere diventate delle entità a sé stanti, prive di qualsiasi legame con il resto della società. Banshun, nel suo narrare le vicissitudini di un padre vedovo che, per spingere la figlia a sposarsi e a farsi una propria vita, finge di avere un'amante, è, nei fatti, la matrice narrativa di altri successivi film del regista come Akibiyori (1960; Tardo autunno) e Sanma no aji (1962; Il gusto del sakè), l'ultimo suo lavoro. I ruoli dei due protagonisti sono interpretati da Ryū Chishū, il padre, già protagonista di Chichi ariki, e da Hara Setsuko, la figlia: i due attori che con i loro volti avrebbero segnato più di ogni altro interprete l'ultimo periodo del cinema di Ozu. Si ritrovano entrambi in Tōkyō monogatari (1953; Viaggio a Tokyo), il film del regista più apprezzato in patria e più noto in Occidente, che narra la storia di un'anziana coppia di genitori in visita ai diversi figli, ormai grandi, sposati e con prole, che vivono nella capitale. Anche in questo caso - come per es. già accadeva per Hitori musuko - i due genitori dovranno misurare la distanza che ormai li separa dai figli, e prendere atto della definitiva disgregazione del loro nucleo familiare. La morte della madre e la solitudine del padre, con cui si chiude la vicenda, acquistano così un evidente valore simbolico. Se il tono di Tōkyō monogatari era prevalentemente drammatico, gli ultimi film di O., anche grazie all'uso del colore, avrebbero invece assunto talvolta l'andamento di una commedia, come testimoniano Ohayō (1959, Buon giorno), storia di due fratellini che entrano in conflitto con il padre perché questi non vuole comprar loro un televisore, e Higanbana (1958; Fiori d'equinozio), che s'incentra sul contrasto tra un padre e la figlia, rea di aver scelto da sé il proprio futuro sposo.

Dal punto di vista narrativo, spesso i film di O. presentano un andamento strutturale assai simile che prende le mosse da una situazione di apparente armonia, destinata a rompersi attraverso la rivelazione di una verità nascosta che determina così un momento di conflitto, cui però segue l'accettazione di questa nuova realtà e il conclusivo instaurarsi di un'armonia contrassegnata da un'autentica consapevolezza. È questa, per esempio, la struttura che regola i rapporti tra figli e padre in Umarete wa mita keredo, tra madre e figlio in Hitori musuko, tra figlia e padre in Banshun.

Sul piano stilistico il cinema di O. si è invece affermato sia per la progressiva riduzione del suo lessico cinematografico a poche ed essenziali figure che evitano movimenti di macchina, dissolvenze e tutto ciò che il regista considerava un mero artificio tecnico, sia per alcune scelte che conferiscono ai suoi film una dimensione iconica affatto particolare. Tra queste, di rilievo l'uso insistito della posizione bassa della macchina da presa (da non confondersi con l'angolazione dal basso cara, per es., a Orson Welles), che sembra dare alle azioni dei personaggi un andamento quasi rituale, come se questi si muovessero su un palcoscenico; il montaggio che procede per dominanti e armonici, in cui l'oggetto principale di un'inquadratura diventa secondario in quella seguente, la quale si trova dominata da un nuovo elemento, destinato tuttavia anch'esso a una posizione subordinata nel piano successivo; i campi e controcampi nelle scene di dialogo ripresi con la macchina da presa che inquadra frontalmente i personaggi, quasi che le loro parole fossero rivolte agli spettatori; le inquadrature di transizione, ovvero quei campi vuoti che legano le scene di un film sospendendo il corso degli eventi e prolungando nel tempo i sentimenti e le emozioni suscitati nello spettatore da quanto è appena accaduto. Sono queste tuttavia soltanto alcune delle peculiarità espressive del cinema di O., un regista che, come i più grandi, non adattò le sue scelte formali alle particolarità delle storie e ai personaggi rappresentati, ma le piegò a un universo espressivo che, nel senso letterale e traslato dell'espressione, costituisce una vera e propria visione del mondo.”

(Dario Tomasi - Enciclopedia del Cinema, 2004)

 

Il ricco Tetsuo Horino si gode la vita da studente con gli amici e Shigeko la figlia del panettiere. Quando il padre muore Testuo eredita la sua fruttuosa compagnia e gli amici gli chiedono di entrarne a farne parte.

Il 12 dicembre 1903 nasce Yasujirō Ozu, regista e sceneggiatore giapponese (morto nel 1963)

 

Un brano musicale al giorno

Toshiko Akiyoshi. Toshiko's Piano

EPN-47. Toshiko's Piano.
J.C. Heard: Drums.
Herb Ellis: Guitar.
Ray Brown: Bass.

“Toshiko's Piano (pubblicato come Amazing Toshiko Akiyoshi in Giappone) è la registrazione di debutto della pianista jazz Toshiko Akiyoshi. Fu registrato in Giappone nel 1953 con il chitarrista Herb Ellis, il bassista Ray Brown e il batterista J.C. Heard, che all'epoca erano conosciuti per il loro lavoro come sezione ritmica del pianista Oscar Peterson per i concerti Jazz at the Philharmonic. L'album è stato pubblicato come un album da 10 pollici LP su etichetta Norgran Record di Norman Granz. Le successive ristampe di LP da 12 pollici e CD (giapponese) includono anche tutte e 4 le tracce di Akiyoshi dalla registrazione della Verve Records del 1957, Toshiko e Leon Sash a Newport. L'artwork della copertina è di David Stone Martin.”

(Con altre notizie in wikipedia.org)

 

Toshiko Akiyoshi (in giapponese 秋吉 敏子; Liaoyang, 12 dicembre 1929) è una compositrice, pianista e bandleader giapponese.

Ha ricevuto quattordici nomination ai Grammy Award ed è stata la prima donna a vincere il premio come "miglior arrangiatore e compositore dell'anno" conferito dalla rivista Down Beat. Nel 1984, è stata protagonista del documentario Jazz Is My Native Language. Nel 1996 ha pubblicato la sua autobiografia, Life with Jazz, e nel 2007 negli Stati Uniti è stata nominata "NEA Jazz Master" (National Endowment for the Arts).

Akiyoshi è nata a Liaoyang, in Manciuria, da emigranti giapponesi. Era la più giovane di quattro sorelle e all'età di sei anni ha iniziato lo studio del pianoforte classico. Nel 1945, dopo la seconda guerra mondiale, la famiglia di Toshiko perse la casa e tornò in Giappone, stabilendosi a Beppu. Un collezionista locale la introdusse al jazz facendole ascoltare un disco di Teddy Wilson che suonava Sweet Lorraine. Ne fu immediatamente colpita e da allora cominciò a studiare questo genere di musica. Nel 1952, durante un tour in Giappone, il pianista Oscar Peterson la scoprì durante una performance in un club di Ginza, un quartiere di Tokio. Peterson rimase impressionato e convinse il produttore discografico Norman Granz a farle registrare un disco. Nel 1953, sotto la direzione di Granz, registrò il suo primo album accompagnata dalla sezione ritmica di Peterson: Herb Ellis alla chitarra, Ray Brown al contrabbasso e J. C. Heard alla batteria. L'album venne pubblicato con il titolo Toshiko's Piano negli Stati Uniti e Amazing Toshiko Akiyoshi in Giappone.

Akiyoshi ha approfonditi gli studi sul jazz al Berklee College of Music a Boston, grazie a una borsa di studio offertale nel 1955 dal direttore della scuola Lawrence Berk. Qualche tempo dopo, apparve come concorrente alla trasmissione del 18 marzo 1956 del format televisivo della CBS “What's My Line?”. Nel 1998, ha ricevuto un dottorato onorario di musica dalla Berklee College of Music.

Akiyoshi si è sposata due volte: la prima nel 1959 con il sassofonista Charlie Mariano con il quale, dopo aver formato diverse band, ha divorziato nel 1967. La coppia aveva una figlia, Michiru. Nello stesso anno ha incontrato il sassofonista Lew Tabackin, che ha sposato nel 1969. Akiyoshi, Tabackin e Michiru si trasferirono a Los Angeles nel 1972. Nel marzo 1973 Akiyoshi e Tabackin formarono una big band di 16 strumentisti, prevalentemente musicisti di studio. Akiyoshi ha composto e arrangiato le musiche per la band, e Tabackin ne è stato il solista al sassofono tenore e al flauto.

La formazione registrò il suo primo album, Kogun, nel 1974. Il titolo, che si traduce in "soldato solitario", è stato ispirato dal racconto di un soldato giapponese smarritosi per 30 anni nella giungla credendo che la seconda guerra mondiale fosse ancora in atto, convinto così di rimanere fedele all'Imperatore. Kogun ebbe un buon successo commerciale in Giappone, e la band cominciò a ricevere l'attenzione della critica.

Nel 1982 la coppia si è trasferita a New York e ha alternato performances con la Toshiko Akiyoshi Jazz Orchestra (con Lew Tabackin) ad altre con gruppi più piccoli. Nel contempo la BMG ha continuato a pubblicare le registrazioni della sua big band in Giappone, rimanendo però riluttante sull'uscita negli Stati Uniti. Anche se Akiyoshi ha pubblicato diversi album negli Stati Uniti con il suo pianoforte in solo e in piccoli combo, molti dei suoi successivi album realizzati con la big band sono stati pubblicati solo in Giappone.

Lunedì 29 dicembre 2003, la sua band ha suonato per l'ultima volta al Birdland di New York, dove aveva tenuto regolarmente un concerto ogni lunedì sera per più di sette anni. Il 24 marzo 2004, Warner Japan ha pubblicato l'ultima registrazione della big band di Akiyoshi. L'album, intitolato Last Live in Blue Note Tokyo, è stato registrato il 28-29 novembre 2003.

Il 27 novembre 2018 Carnegie Hall le ha reso omaggio celebrando il suo 88º compleanno con un evento presentato da IMJS: Japanese Cultural Heritage Initiatives e Columbia University intitolato "Totally Toshiko: Celebrating Toshiko Akiyoshi at 88".”

(In wikipedia.org)

 

Il 12 dicembre 1929 nasce Toshiko Akiyoshi, compositrice e pianista giapponese.

 


Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

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Ugo Brusaporco

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