Quando mi attanaglia quel senso di nostalgia che opprime e soffoca gola e pensieri, devo partire per ritornare alle mie radici. Il cuore mi guida, la memoria fa il resto.

Ci doveva essere uno sbaglio. Il Regio Carabiniere sicuramente si sbagliava. “Int i alpè? Mo s'a n so stê gnânca a Brisighèla!” (Negli Alpini? Ma se non sono mai andato nemmeno a Brisighella!).
I Regi Carabinieri si erano presentati sull’uscio di casa a mezzogiorno con la chiamata alle armi per Checo (Francesco) e gli stavano spiegando che il giorno dopo doveva prendere il treno da Ravenna per Ferrara per andare a Belluno, dove era stato arruolato nella 67esima Compagnia Alpina del Battaglione Pieve di Cadore.

La luce era bluastra e l’aria dolciastra, profumata di detersivo. Sdraiato sul letto d’ospedale, osservava quanto gli si parava di fronte. La stanza era grande, ordinata. La porta d’ingresso si apriva sulla destra, mentre la parete di fronte era occupata da piccoli quadri, indistinguibili a quell’ora. Una seggiola di metallo pareva aspettare qualcuno, mentre la flebo gocciolava poco alla volta, scandendo il tempo.

Correva silenzioso nella notte. Emozionava salire su un treno così lungo a quattordici anni, quando i viaggi non erano alla portata di tutti e molti non ne sentivano la necessità. L’espresso per Roma era pronto sul terzo binario alle 24.20, prima che le ore diventassero piccole. Il pantografo s’era sollevato silenziosamente in testa all’E646, modello innovativo anni '60 rispetto all'E636 del periodo fascista ancora in uso agli inizi degli anni '50 su quella tratta; aveva scintillato per l’impatto, entrando in collisione con la rete dei fili elettrici sovrastanti che ballonzolavano, frenati dalla tensione che si stabiliva.

Nei miei lontani ricordi dei racconti di mio nonno, ora che sono nonno e bisnonno pure io da un pezzo, riaffiora la leggenda di una donna misteriosa. Non si sa come sia arrivata a Zoldo; qualcuno disse di averla vista soffermarsi presso le cucine operaie delle miniere di Arsiera per chiedere una zuppa calda, altri l’hanno vista a pregare nella chiesa di San Martino nell’Ospizio del Canale in attesa di una assistenza da parte dei religiosi del posto. Comunque sia, arrivò a Forno di Zoldo come una chiocciola e trovò posto e ospitalità in una tiepida stalla.

Oddiomio, no, la vita a tutti i costi e costi quel che costi, no. È una lezione che ho imparato presto, è una lezione che allo stesso modo, si dimentica veloce, sempre e costantemente. Così, vado a ripetizioni di significati ogni mattina, pomeriggio e prima del tramonto.

Col passare degli anni, le mie visite al paese natio sono sempre più rare, i fattori che condizionano le circostanze sono molti e, principalmente, mi rendo conto dei miei dati anagrafici… Recentemente, ho deciso di fare una vacanza, però non in località di villeggiatura, ma proprio al paesello dove sono nato, Stanghella, in provincia di Padova. Ho prenotato la mezza pensione presso l’Albergo Ristorante Giardino, quindi mi sono programmato le mie cinque giornate.

Vieni ad abitarmi. Sono l'ultimo piano delle tue ipotesi, al termine di una rampa di sospiri. Ti ho riservato stanze luminose, un armadio pieno di giorni, mensole per appoggiare speranze. Ho balconi sospesi sui desideri, pareti di vetro, sorrisi che sbocciano sui davanzali. Potrai affacciarti sul mondo dal mio lato migliore.

I suoi occhi erano azzurro chiaro, quasi trasparente. Guardavano Luciano con intensità, ma parevano osservare anche altrove. Il muso era allungato, fiero; e celava la bocca chiusa, disegnata come un taglio da una parte all’altra. Ogni tanto pareva deglutire, ammiccando con le palpebre. Per il resto, rimaneva immobile: seduto sulle zampe posteriori. Era il lupo.

Alcuni anni fa, ho conosciuto in stazione una coppia studenti che frequentavano l’Università di Milano Bicocca: arrivavano con il treno alla Stazione di Milano Greco-Pirelli e raggiungevano le loro Facoltà. Terminate le ore di studio, si ritrovavano in stazione per prendere il treno e tornare ognuno alla propria residenza, che in questo caso era la cittadina di Carnate Brianza. Due studenti universitari, pendolari come tanti altri, che giornalmente affollavano la Stazione di Milano Greco-Pirelli.

Tira, Toni...
Mola, Bepi!
E ti urta
Urla

Dai, parlami della dolcezza. Di quel sorriso appena accennato, di quella curva così poco ripida da poter esser stirata con un solo passaggio di sguardo corvo, dai, parlami della dolcezza della parola fuori posto e fuori luogo, del silenzio che crea intorno e degli sguardi che forma, parlami di quella parola lì, descrivimela, raccontami cosa contiene e per quanti minuti vada baciata. Per sempre.

La RACCONTADINA e i suoi Rimedi per il freddo:
- coprirsi il collo con una sciarpa, possibilmente non sintetica e possibilmente che porti ancora un profumo o almeno un ricordo
- tenersi al caldo i piedi, pancia e reni con calzini e maglioni di lana

Ieri abbiamo visto il tuo concerto in tivù. Un Mephisto Waltz straordinario, davvero. Ci hai riempito il cuore di gioia, sei sempre più brava. Mia moglie ti manda i suoi più cari saluti, dice che le manchi molto. Pochi suonano Liszt come te. Lo hanno affermato anche il mio amico Raimond e sua moglie Petra, due che di musica ne capiscono, erano nostri ospiti.

Il salto (per me) è stato capire il seme.
Da un seme di pomodoro nasce un pomodoro.
Da un seme di cetriolo nasce un cetriolo.
Da un seme di cavolo nasce un cavolo.

Ho acceso
Tutte le stelle in cielo
È stato un lavoro
Lungo e faticoso

Ti canterei
La notte
Riempiendola
Di stelle

Il chiodo aveva ceduto. Con un tonfo, erano caduti tutti i calendari appesi al muro, trascinandosi dietro altre cose affisse: ricette, cartoline, fotografie, appunti. Sì, perché lui i calendari non li buttava mai via. Preferiva conservarli, anno per anno: sullo stesso chiodo.

Tra i personaggi che popolavano il mondo della ferrovia, il casellante era certamente uno dei più noti, sul quale gravavano grandi responsabilità: era un mestiere dalle attività relativamente semplici da cui però potevano derivare gravi conseguenze anche a causa di piccoli errori.

Marco amava guidare di notte. La musica della radio pareva accompagnarlo, quando gli orizzonti cambiavano, mostrando un contorno che di giorno sarebbe stato invisibile. Ecco, sì; del buio apprezzava la diversità, il fatto di poter esplorare luoghi difficili a ritrovarsi, tra luci e ombre scure, quando le linee bianche e gialle finivano per congiungersi nel nulla: laggiù, dove doveva andare.

- Fra'
- Oi, dimmi
- Sono diversa
- In che senso?

Ho detto ti amo all'albero, al sentiero e al sasso, all'erba che cresce e a quella che secca, al sole, al monte, alla spiga e ai panni stesi, all'assenza, alle stelle e alle scarpe.

Roma è come ‘na bella donna
che de giorno dispettosa e prepotente
je devi sta appresso
co’ l’anima in pena tribolante

Oggi sono triste
I fiori soccombono all’aurora
Ma il mare è sorto
Ed il sole brilla
Allora tra rosa e sentimenti
L’amore va come un veliero

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