“L’amico del popolo”, 10 gennaio 2022

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Anno VI. La rubrica ospita il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

NO GRAZIE, IL CAFFÈ MI RENDE NERVOSO (Italia, 1982), regia di Lodovico Gasparini. Soggetto: Massimo Troisi. Sceneggiatura: Lello Arena, Michael Pergolani, Stefano Vespignani. Produttore: Mauro Berardi. Fotografia: Pasquale Rachini. Montaggio: Antonio Siciliano. Musiche: James Senese.
Cast: Lello Arena, Michele Giuffrida. Maddalena Crippa, Lisa Sole. Massimo Troisi, se stesso. Anna Campori, signora Rosa. James Senese, se stesso. Sergio Solli, mitomane. Carlo Monni, commissario Barra. Armando Marra, Dieci Decimi. Nando Murolo, il ferito al porto "Manniti di Riale". Antonio Sigillo, Antonio Giuffrida, padre di Michele. Elio Polimeno, Mastino. Alfredo Cozzolino, agente Fusco. Lucio Ciotola, agente Amaniero. Christoph Baumann, Kim Norton.

Napoli. L'organizzazione del Primo Festival Nuova Napoli è turbata da alcuni inspiegabili episodi: prima cede l'impalcatura del Teatro Tenda, successivamente alla redazione de Il Mattino arriva la lettera d'un maniaco secondo il quale chiunque partecipi al Festival sarà ucciso. La brillante giornalista Lisa Sole vuole offrire al timido collega Michele Giuffrida la possibilità di ricavarne uno scoop, incarico che il direttore gli affida.

Per cercare di scoprire qualcosa, Lisa e Michele vanno al teatro durante le prove per il concerto di James Senese, con il pretesto di un'intervista; da una musicassetta viene audiodiffuso un messaggio del maniaco in cui è contenuta un'esplicita minaccia di morte verso il musicista, reo d'avere accettato d'intervenire alla kermesse. Lisa recupera la cassetta e corre al deposito della Pasam Records, dove viene seguita da Michele; i due vengono scoperti dagli scagnozzi del contrabbandiere Mastino, ma riescono a fuggire. Anche l'attore Massimo Troisi, giunto da Roma per partecipare al Festival, viene piantonato da due agenti del commissario Barra, che vorrebbe approfittare d'una mossa falsa del maniaco per incastrarlo.

Nel frattempo però succede di tutto: Senese viene ucciso nella sua auto, Troisi minacciato nella sua stanza d'albergo, Michele viene sospettato d'essere un emissario d'un rivale di Mastino e da questi fatto rapire; stessa sorte toccherà a Lisa, che viene poi rocambolescamente tratta in salvo da Michele. Ciò nonostante il Festival continua; Troisi vorrebbe rinunciare a parteciparvi ma viene convinto dal piano del commissario, con l'assenso dei vari giornalisti, Lisa compresa: la finta pubblicazione d'un articolo in cui l'attore rinuncia al Festival, per poi farlo apparire a sorpresa e successivamente farlo allontanare da Napoli scortandolo fino a Roma.

Troisi accetta con titubanza, ma la cosa non sfugge al maniaco, che finisce per strangolarlo e infilargli una pizza in bocca. Dopo quest'episodio, Lisa è decisa ad arrivare in fondo; i suoi sospetti cadono su un uomo misterioso presente in tutte le fotografie effettuate dai giornalisti dopo i delitti. Questi si rivelerà essere l'impresario musicale Kim Norton, giunto dagli Stati Uniti per acquistare in blocco i diritti del Festival e ritrovatosi solo casualmente al centro di quanto accaduto. La cruda verità circa l'identità dell'assassino non tarda ad arrivare: si tratta proprio di Michele, condizionato da un raptus, il cui movente sta nel totale rifiuto d'una Napoli da allontanare dai soliti stereotipi. Proprio mentre Lisa sta per essere uccisa, il commissario Barra riesce a intervenire e ad arrestarlo.

 

“Paranoico conservatore della tradizione musicale partenopea boicotta con minacce, attentati e persino due omicidi l'organizzazione del festival della canzone "Nuova Napoli". Simpatico ma sbilanciato: troppo giallo, poco comico con frequenti sbandate tra la sceneggiata napoletana e il poliziottesco truce all'italiana.”

(il Morandini)

 

 

“Due su tutti, il grande James Senese, autore anche delle musiche, e Massimo Troisi, autore del soggetto del film. Entrambi interpretano loro stessi, entrambi sono presi di mira dallo spietatissimo Funiculì Funiculà, amante e devoto della tradizione napoletana (sole, pizza, sfogliatelle, caffè ecc.) pronto a far fuori chiunque pensi che “Napoli ha da cagnà”.

Senese infatti morirà ucciso nella sua automobile, e Troisi da napoletano doc, morirà con un pezzo di pizza in bocca, con sottofondo la celeberrima canzone che dà il nome all’assassino. E tra un delitto e l’altro c’è Lello Arena, finalmente in un ruolo da protagonista, che dopo aver recitato in “Ricomincio da tre” a fianco di Troisi, che qui interpreta un giornalista de “Il mattino”, condannato a scrivere i necrologi, ma sostenuto dalla collega Lisa (Maddalena Crippa), che lo incoraggia a indagare su questi misteriosi omicidi.

Malgrado il nome di Massimo Troisi campeggi sul manifesto, come se ne fosse protagonista, egli si nota solo in qualche scena; un vero e proprio specchietto per le allodole (frase che poi ricorre in una gag straordinaria del film). In ogni caso la sua presenza salva forse una pellicola alquanto sempliciotta e recitata così così, e a detta di molti alquanto lontana da quello su cui voleva focalizzarsi il soggetto di Troisi, ovvero il contrasto tra tradizione e innovazione, che qui è ridotto solo a pretesto dei vari omicidi.

Non mancano però scene di assoluta genialità, elementi di comicità napoletana pura anche senza Troisi: la scena ripetuta del numero sbagliato alla cabina del telefono (recitata da Sergio Solli, caratterista napoletano eccellente e bravissimo attore di teatro), o i duetti tra il non vedente Dieci Decimi e Lello a Arena.

Il risultato è quindi un pastiche giallo-comico napoletano, uno di quei film che non dispiacciono proprio per la loro non conformazione a un genere predefinito. Un po’ come accade nei film di Arbore e De Crescenzo, o nel documentario “Morto Troisi. Viva Troisi!”, nei quali è forte la presenza di personaggi famosi nei panni di loro stessi, e la “napoletanite” (citando “F.F.S.S.” di Arbore) è un vero e proprio sentimento d’appartenenza, un inno al quale attenersi senza riserve.

Non riuscito però il pretesto di lanciare Lello Arena nel mondo del cinema. Il tempo l’ha poi dimostrato, sia Decaro che Arena non hanno saputo minimamente essere al pari di quella figura comica che è Massimo Troisi, rivelatosi unico nel suo genere. Maddalena Crippa invece, qui in un ruolo in sé anonimo, si rivelerà in futuro un’ottima attrice teatrale.

Curiosità: il regista Lodovico Gasparini diventerà in seguito regista di numerose e celebri serie tv televisive e telefilm, due su tutti “Il Maresciallo Rocca” con Gigi Proietti e “Don Matteo”.”

(Recensione a cura di: Frèdərico Riccardo in cinemaitalianodatabase.com)

 

 

Un attore: Armando Marra (Napoli, 10 gennaio 1936 - Bologna, 24 luglio 2011) è stato un attore, regista, cantante e scrittore italiano. Armando Marra nasce a Napoli, entra nel mondo dello spettacolo all'età di soli 8 anni, dedicandosi alla recitazione teatrale. Prende parte a numerosi spettacoli, crescendo artisticamente insieme a Peppino De Filippo, e diventa uno dei massimi esponenti del teatro napoletano. Recita sia in Italia che all'estero, frequentando anche la Comédie-Française insieme a Jean-Louis Barrault. Tra i lavori teatrali più rilevanti che possiamo citare, ricordiamo La tempesta con la regia di Giorgio Strehler, dove interpreta Trinculo, Il palazzo di cristallo, organizzato da Peter Brook e svoltosi a Broadway, Il berretto a sonagli insieme a Eduardo De Filippo, nel ruolo di Spanò, e Masaniello, con Lina Sastri e Mariano Rigillo.

Recita, inoltre, come protagonista in Iesus, con Anna Miserocchi, e 'O juorno 'e San Michele: spettacolo teatrale riguardante il giorno dell'unificazione d'Italia, organizzato da lui stesso, insieme a Regina Bianchi. Entrambi gli show si svolsero durante il Festival di Settembre al Borgo, a Caserta, dove Marra ricevette il titolo di cittadino onorario.

Marra si è dedicato anche al mondo del cinema: viene scoperto da Pietro Germi e nel 1970 ottiene il suo primo ruolo nel film Le castagne sono buone, recitando solo come comparsa. Nel 1976 lo ritroviamo nelle pellicole L'Italia s'è rotta e Il compromesso... erotico.

Nel 1982, impersona Dieci Decimi nel celebre film No grazie, il caffè mi rende nervoso, con Massimo Troisi e Lello Arena; inoltre, prende parte alla pellicola Attila flagello di Dio, con Diego Abatantuono. Nel 1983, recita con Vittorio Gassman e Fanny Ardant, nel film Benvenuta, e con Alberto Sordi ne Il tassinaro. L'anno seguente, è in Arrapaho, nel ruolo di Cavallo Pazzo, e nel film Mi manda Picone con la regia di Nanni Loy, dove interpreta Troncone. Nel 1986, lo ritroviamo nel film Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud. Nel 1987 è nel cast di Intervista, che vede come regista Federico Fellini, e Mosca addio, insieme all'attrice Liv Ullmann. Nel 1986 è la volta de Il commissario Lo Gatto con Lino Banfi, dove interpreta il barbiere. Nel 1989 recita ancora in un film di Nanni Loy girato a Napoli, Scugnizzi, dove interpreta la parte del padre di un minore rinchiuso nel carcere di Nisida.

Nel 1990, recita nei film Il male oscuro di Mario Monicelli, insieme a Giancarlo Giannini, e Nel giardino delle rose di Luciano Martino.

Nonostante la notevole carriera cinematografica, l'artista ha dichiarato di amare esclusivamente il teatro e di non aver mai avuto molto interesse riguardo al grande schermo; in un'intervista del 2006, Marra ha affermato: «Il Cinema per la verità non l'ho mai cercato: io ho sempre amato il teatro». «Per me il teatro è vita, è la mia vita, e io la amo [...]».

Muore a Bologna, all'età di 75 anni, nella casa di cura Villa Chiara, dove era ricoverato.”

(In wikipedia.org)

 

Una poesia al giorno

U Suton, di Dobriša Cesarić (poeta croato, nato il 10 gennaio 1902 e morto nel 1980)

U suton, kada prve zvijezde
I prve gradske lampe sinu,
Kad ljubavnik o dragoj sanja,
A pijanica o svom vinu -

Ja tiho hodam pored kuća
U kojima se svjetla pale;
Sva zla, i nevolje, i sumnje
Najednom budu posve male.
I smiješim se u meki suton,
Od zapaljenih zvijezda svečan,
I osjetim dubinu svega,
I da je život vječan - vječan.

(Traduzione di Ugo Brusaporco)

Al tramonto

Al tramonto, quando le prime stelle
E le luci della città iniziano a brillare,
L'amante sogna della sua dolce metà,
E l'ubriacone del suo vino -

Cammino tranquillamente tra le case
e mentre le loro lampade si accendono
Tutti i mali, i problemi e i dubbi
Sono subito spariti.
E sorrido con il crepuscolo,
Sempre più sorprendentemente illuminato dalle stelle,
E sento la profondità di tutto questo,
E sento che la vita è infinita - infinita.

 

 

Dobriša Cesarić (Požega, 10 gennaio 1902 - Zagabria, 18 dicembre 1980) poeta croato, uno dei più famosi poeti e traduttori croati. Dobriša Cesarić nacque a Požega, figlio di Maria e di Đure, che ha lavorato come ingegnere forestale. Dopo aver trascorso i suoi primi anni di vita a Osijek, Dobriša Cesarić si trasferì nel 1916 a Zagabria, dove compì gli studi superiori ginnasiali e universitari frequentando la facoltà di filosofia, e quindi intraprese le attività di bibliotecario e di pubblicista. Contemporaneamente ad i suoi corsi di studio, Cesarić sin dalla adolescenza si dilettò a scrivere versi ed il suo esordio è datato proprio intorno all'età di quattordici anni, con la lirica intitolata I ja ljubim.

Cesarić viaggiò in Europa, visitando l'Italia, la Germania e la Bulgaria. È stato dapprima assistente alla regia al Teatro Nazionale Croato, successivamente ha lavorato all'Istituto Igienico, come bibliotecario della Scuola di sanità pubblica, e infine è stato funzionario del Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1945 diventò direttore di Zora, una casa editrice croata. Nel 1951 fu eletto membro dell'Accademia Jugoslava di Scienze e Arti.

Gli argomenti peculiari e ricorrenti presenti nelle sue opere risultarono le bellezze della natura, come in Jesen ("Autunno") e in Kasna jesen ("Tardo autunno"), ma anche immagini tristi, malinconiche e luttuose come in Mrtvac ("Il morto"), oltre che ricordi di vite andate, presenti in Pjesma o kurtizani ("Canto della cortigiana") e in Cirkuska skica ("Schizzo di circo").

Il pessimismo che ha intriso molte liriche di Cesarić, accompagnò sia i toni riflessivi e intimistici sia gli slanci sociali e umanitari ben rappresentati nella Balada iz predgradja ("Ballata del sobborgo") e in Mrtvancica najbjednijih ("Obitorio dei più miseri"), opere che focalizzano l'attenzione intorno alle problematiche delle periferie urbane. Viceversa, in altre liriche appare un'espressione di ottimistica fiducia nella vita umana, nei valori e nella società, come evidenziato in Zidari ("Muratori"), in Spoznanje ("Conoscenza") e in Na novu plovidbu ("Ad una nuova navigazione").

Le opere di Cesarić si caratterizzarono per la dolce linearità dei versi, per la melodiosità, per l'armonia del ritmo e della metrica, per la limpidezza delle immagini.

Le raccolte più prestigiose di Cesarić si rivelarono Lirika ("Lirica") del 1931, Izabrani stihovi ("Versi scelti") del 1942, Pjesme ("Poesie") del 1951 e Goli căsovi ("Momenti nudi") del 1956. Tra gli scrittori preferiti da Cesarić, e che maggiormente lo ispirarono si possono menzionare quelli in lingua germanica e slava, da Goethe ad Heine e Rilke, da Puschkin a Lermontow e Esenin. Vinse numerosi premi e riconoscimenti per il suo lavoro e il suo talento: nel 1931 ha ricevuto il "Jazu Award" per la sua raccolta di canzoni Lirika; nel 1960 ha ricevuto il "Dragon Award"; nel 1964 il premio letterario "Vladimir Nazor".

(In wikipedia.org)

 

 

Un fatto al giorno

10 gennaio 1922: Arthur Griffith viene eletto presidente dello Stato Libero d'Irlanda.

Arthur Joseph Griffith (irlandese: Art Seosamh Ó Gríobhtha; 31 marzo 1871-12 agosto 1922) è stato uno scrittore, editore di giornali e politico irlandese che ha fondato il partito politico Sinn Féin. Ha guidato la delegazione irlandese ai negoziati che hanno prodotto il Trattato anglo-irlandese del 1921 e ha servito come presidente del Dáil Éireann dal gennaio 1922 fino alla sua morte avvenuta nel mese di agosto.

Dopo un breve periodo in Sud Africa, Griffith fondò e diresse il quotidiano nazionalista irlandese The United Irishman nel 1899. Nel 1904 scrisse The Resurrection of Hungary: A Parallel for Ireland, che sosteneva il ritiro dei membri irlandesi dal Parlamento degli Stati Uniti. Regno e l'istituzione delle istituzioni di governo in patria in Irlanda, una politica che divenne nota come Sinn Féin (noi stessi). Il 28 novembre 1905 presentò "The Sinn Féin Policy" al primo congresso annuale della sua organizzazione, il Consiglio Nazionale; l'occasione è segnata come la data di fondazione del partito Sinn Féin. Griffith assunse la carica di presidente del Sinn Féin nel 1911, ma a quel tempo l'organizzazione era ancora piccola. Griffith fu arrestato dopo l'insurrezione di Pasqua del 1916, nonostante non vi avesse preso parte. Al suo rilascio, ha lavorato per costruire lo Sinn Féin, che ha vinto una serie di vittorie suppletive. All'Ardfheis (convegno annuale) del partito nell'ottobre 1917, lo Sinn Féin divenne un partito repubblicano inequivocabilmente e Griffith si dimise dalla presidenza a favore del leader del 1916 Éamon de Valera, diventando invece vicepresidente. Griffith fu eletto deputato per East Cavan in un'elezione suppletiva nel giugno 1918 e rieletto nelle elezioni generali del 1918, quando lo Sinn Féin vinse un'enorme vittoria elettorale sul Partito parlamentare irlandese e, rifiutandosi di prendere posto a Westminster, ha istituito la propria assemblea costituente, Dáil Éireann.

Nel Dáil, Griffith prestò servizio come ministro degli affari interni dal 1919 al 1921 e ministro degli affari esteri dal 1921 al 1922. Nel settembre 1921 fu nominato presidente della delegazione irlandese per negoziare un trattato con il governo britannico. Dopo mesi di trattative, lui e gli altri quattro delegati hanno firmato il Trattato anglo-irlandese, che ha creato lo Stato libero irlandese, ma non come una repubblica. Ciò ha portato a una divisione nel Dáil. Dopo che il Trattato fu approvato per un soffio dal Dáil, de Valera si dimise da presidente e Griffith fu eletto al suo posto. La scissione portò alla guerra civile irlandese. Griffith morì improvvisamente nell'agosto del 1922, due mesi dopo lo scoppio di quella guerra.

Arthur Joseph Griffith è nato a 61 Upper Dominick Street, Dublino il 31 marzo 1871, di lontano lignaggio gallese. Il suo trisavolo, William Griffith di Drws-y-coed Uchaf, Rhyd-ddu, Caernarvonshire (1719-1782), era un contadino e sostenitore della causa della Chiesa di Moravia. Il suo bisnonno, Griffith Griffith (n. 1789), emigrò prima negli Stati Uniti e poi in Irlanda, dove alcune delle sue sorelle si erano stabilite a Dublino tra la comunità della Moravia. Cattolico romano, Griffith fu educato dagli Irish Christian Brothers. Ha lavorato per un certo periodo come tipografo prima di entrare a far parte della Gaelic League, che aveva lo scopo di promuovere il ripristino della lingua irlandese.

Suo padre era stato un tipografo sul quotidiano The Nation: Griffith era uno dei numerosi dipendenti bloccati all'inizio degli anni '90 dell'Ottocento a causa di una disputa con un nuovo proprietario della carta. Il giovane Griffith era un membro della Irish Republican Brotherhood (IRB). Griffith inizialmente sostenne le opinioni politiche di Parnell, ma poi decise che la visione politica di Parnell non era quella che pensava fosse la migliore per l'Irlanda. Griffith visitò il Sudafrica dal 1896 al 1898. In Sud Africa, Griffith sostenne i boeri nella loro campagna contro l'espansionismo britannico ed era un sostenitore di Paul Kruger.

Nel 1899, al suo ritorno a Dublino, Griffith ha co-fondato il settimanale United Irishman con il suo socio William Rooney, morto nel 1901. Il 24 novembre 1910, Griffith sposò la sua fidanzata, Maud Sheehan, dopo un fidanzamento di sei anni; avevano un figlio e una figlia. La feroce critica di Griffith all'alleanza del Partito parlamentare irlandese con il Partito liberale britannico è stata fortemente influenzata dalla retorica anti-liberale del giovane irlandese John Mitchel. Griffith ha sostenuto il boicottaggio di Limerick, sostenendo di evitare le attività di proprietà degli ebrei in città. Griffith ha anche sostenuto i movimenti che cercano l'indipendenza nazionale dall'Impero britannico in Egitto e in India e ha scritto una descrizione altamente critica dell'azione del governo britannico a Matabele. Nonostante la sua opposizione al comunismo e al socialismo, a volte ha lavorato con James Connolly, che ha anche sostenuto il nazionalismo irlandese.

Nel settembre 1900 fondò un'organizzazione chiamata Cumann na nGaedheal ("Società dei Gaeli"), per unire gruppi e club nazionalisti e separatisti avanzati. Nel 1903 istituì il Consiglio nazionale, per fare una campagna contro la visita in Irlanda del re Edoardo VII e della sua consorte Alessandra di Danimarca.Nel 1907, quell'organizzazione si fuse con la Sinn Féin League, che a sua volta era stata formata da una fusione di Cumann na nGaedheal e Dungannon Clubs, per formare quello che sarebbe diventato lo Sinn Féin.

Nel 1906, dopo che il diario United Irishman crollò a causa di una causa per diffamazione, Griffith lo rifondò con il titolo Sinn Féin. Divenne brevemente un quotidiano nel 1909 e sopravvisse fino alla sua soppressione da parte del governo britannico nel 1914, dopodiché Griffith divenne editore del nuovo giornale nazionalista, Nationality.

La maggior parte degli storici opta per il 28 novembre 1905 come data di fondazione perché fu in questa data che Griffith presentò per la prima volta la sua "Politica del Sinn Féin". Nei suoi scritti, Griffith dichiarò che l'Atto di Unione di Gran Bretagna e Irlanda del 1800 era illegale e che, di conseguenza, la doppia monarchia anglo-irlandese che esisteva sotto il parlamento di Grattan e la cosiddetta Costituzione del 1782 erano ancora in vigore. Il suo primo presidente fu Edward Martyn.

I principi fondamentali dell'astensionismo su cui si fondava lo Sinn Féin furono delineati in un articolo pubblicato nel 1904, da Griffith intitolato The Resurrection of Hungary, in cui, notando come nel 1867 l'Ungheria fosse passata dall'essere parte dell'Impero austriaco a un separato coeguale regno in Austria-Ungheria. Sebbene non fosse lui stesso un monarchico, Griffith sostenne un tale approccio per le relazioni anglo-irlandesi, vale a dire che l'Irlanda dovesse diventare un regno separato insieme alla Gran Bretagna, i due formando una doppia monarchia con un monarca condiviso ma governi separati, poiché si pensava che questa soluzione sarebbe più appetibile per gli inglesi. Questo era simile alla politica di Henry Grattan un secolo prima. Tuttavia, questa idea non fu mai realmente accolta dai leader separatisti successivi, in particolare Michael Collins, e non arrivò mai a nulla, sebbene Kevin O'Higgins giocò con l'idea come mezzo per porre fine alla spartizione, poco prima del suo assassinio nel 1927.

Griffith ha cercato di combinare elementi di parnellismo con l'approccio separatista tradizionale; si vedeva non come un leader ma come un fornitore di una strategia che un nuovo leader avrebbe potuto seguire. Al centro della sua strategia c'era l'astensione parlamentare: la convinzione che i parlamentari irlandesi dovessero rifiutarsi di partecipare al parlamento del Regno Unito a Westminster, ma dovessero invece istituire un parlamento irlandese separato (con un sistema amministrativo basato sul governo locale) a Dublino.

Griffith era un convinto nazionalista economico, sosteneva che il nazionalismo fosse fondamentale per promuovere la crescita economica. Citava spesso le opere dell'economista tedesco Friedrich List.

Nel febbraio 1908, il Sinn Féin contestò senza successo un'elezione suppletiva a North Leitrim, dove il parlamentare in carica, un certo Charles Dolan di Manorhamilton, nella contea di Leitrim, aveva disertato nello Sinn Féin. In questo momento lo Sinn Féin era infiltrato dalla Fratellanza Repubblicana Irlandese, che lo vedeva come un veicolo per i loro obiettivi; aveva diversi consiglieri locali (per lo più a Dublino, incluso WT Cosgrave) e conteneva un'ala dissidente raggruppata dal 1910 attorno al periodico mensile chiamato Irish Freedom. I membri dell'IRB hanno sostenuto che l'obiettivo del doppio monarchismo dovrebbe essere sostituito dal repubblicanesimo e che Griffith era eccessivamente incline a scendere a compromessi con elementi conservatori (in particolare nella sua posizione a favore del datore di lavoro durante il blocco di Dublino del 1913-1914, quando vide il sindacalismo di James Larkin come mirato a paralizzare l'industria irlandese a beneficio della Gran Bretagna).

Nel 1911, aiutò a fondare la Proportional Representation Society of Ireland, credendo che la rappresentanza proporzionale avrebbe aiutato a prevenire l'animosità tra unionisti e nazionalisti in un'Irlanda indipendente.

Nel 1916, i ribelli presero e presero il controllo di una serie di luoghi chiave a Dublino, in quella che divenne nota come la Rivolta di Pasqua. Dopo la sua sconfitta, è stata ampiamente descritta sia dai politici britannici che dai media irlandesi e britannici come la "ribellione del Sinn Féin", anche se lo Sinn Féin ha avuto un coinvolgimento molto limitato. Quando nel 1917, i leader sopravvissuti alla ribellione furono rilasciati dalla prigione (o fuggirono) si unirono in massa allo Sinn Féin, usandolo come veicolo per l'avanzamento della repubblica. Il risultato fu un aspro scontro tra quei membri originali che sostenevano il concetto di Griffith di una doppia monarchia anglo-irlandese e i nuovi membri, sotto Éamon de Valera, che volevano ottenere una repubblica. Le questioni portarono quasi a una divisione all'Ard Fheis (conferenza) del partito nell'ottobre 1917.

In un compromesso, è stato deciso di cercare di stabilire inizialmente una repubblica, quindi consentire al popolo di decidere se voleva una repubblica o una monarchia, a condizione che nessun membro della casa reale britannica potesse sedere su un potenziale trono irlandese. In quell'Ard Fheis, Griffith si dimise dalla presidenza del Sinn Féin a favore di de Valera; lui e p. Michael O'Flanagan è stato eletto vicepresidente. I leader dell'Irish Parliamentary Party (IPP) hanno cercato un riavvicinamento con Griffith sulla minaccia britannica di coscrizione, che entrambe le parti hanno condannato, ma Griffith ha rifiutato a meno che l'IPP non avesse abbracciato i suoi ideali più radicali e sovversivi, un suggerimento che John Dillon, un leader di l'IPP è stato rifiutato come irrealistico, anche se alla fine avrebbe significato la sconfitta e lo scioglimento dell'IPP dopo le elezioni del dicembre 1918. Nel maggio 1918, insieme a Éamon de Valera e altri 72 Sinn Féiners, Griffith fu arrestato con il pretesto di essere coinvolto nel fittizio complotto tedesco. Griffith trascorse dieci mesi internato nella prigione di Sua Maestà Gloucester, venendo rilasciato il 6 marzo 1919. p. O'Flanagan è stato lasciato come presidente ad interim del Sinn Féin. Griffith fu proposto come candidato dello Sinn Féin per le elezioni suppletive di East Cavan il 20 giugno 1918. Con lo slogan "Mettilo dentro per tirarlo fuori" ed è stato eletto. e ha ricoperto il seggio quando lo Sinn Féin ha successivamente sconfitto il Partito parlamentare irlandese alle elezioni generali del 1918 con un impegno di astensione da parte della Camera dei Comuni britannica. Griffith è stato restituito sia per East Cavan che per Tyrone North West...”

(Articolo completo in wikipedia.org)

 

Una frase al giorno

“Dall'altra parte del recinto c'è la realtà,
anche questo lato della recinzione è
realtà; l'unico irreale
è il recinto”.

(Francisco Urondo, scrittore argentino, nato il 10 gennaio1930 e morto nel 1976)

 

Francisco Urondo, la parola in azione: biografia di un poeta e militante, di Pablo Montanaro

“Dal colpo di stato militare del 1976, e forse anche prima, il nome di Urondo era stato condannato alla più crudele delle tenebre: quella del silenzio. Così la sua implacabile, chiara e vitale opera letteraria era stata seppellita nelle tombe dell'oblio”, scrive l'autore della biografia pubblicata da Editorial Bärenhaus, su uno dei più grandi poeti argentini della generazione degli anni '60.

È difficile per me specificare quando è nato il mio interesse per Francisco Urondo. Scorro le pagine dei suoi libri, mi fermo alle sottolineature che ho fatto in alcuni suoi versi. Quei segni che hanno resistito allo scorrere del tempo dimostrano la scoperta di una poesia esperienziale, in stato di pienezza, spogliata di ogni retorica, che si nutre di parole quotidiane per rendere conto di ciò che accade intorno a sé ma che offre anche spazio a incroci interiori: “Posso indagare o scrivere paragrafi luminosi / che da soli aprirebbero il futuro / posso essere un intellettuale responsabile o senza scrupoli / segno o non segno / tradire o giocare alla lealtà / (…) posso scegliere il mio destino / anche se non so come dargli il modo giusto / o da dove cominciare”.

Ho confermato quell'ammirazione per la sua poesia quando ho potuto ottenere un'antologia che raccoglieva il suo lavoro, pubblicato da Casa de las Américas nel 1984, e una registrazione che leggeva alcuni suoi testi. In quegli anni, la metà degli anni '80, c'erano pochi servizi giornalistici su di lui, personaggio estremamente attraente ma allo stesso tempo sconosciuto, come se fosse stato esiliato. Cominciai a capire quanto o poco avessi scritto su Urondo, che divenne un'ossessione. Mi sono detto che un giorno avrei scritto un libro su questo poeta e giornalista.

Dal colpo di stato militare del 1976, e forse anche prima, il nome di Urondo era stato condannato alla più crudele delle tenebre: quella del silenzio. In questo modo la sua implacabile, chiara e vitale opera letteraria era stata sepolta nelle fosse dell'oblio. Fu condannato all'oblio perché lo squisito poeta divenne un rivoluzionario romantico, arrogante e irresponsabile? È stato identificato come il guerrigliero montonero morto di fronte alle forze armate. Quella fu proprio l'ultima immagine di Urondo rimasta in quella società argentina, così a corto di memoria. Molti intellettuali e letterati soffrivano dello stesso sintomo. I suoi libri erano scomparsi da tempo dalle librerie e anche dalle biblioteche personali.

Il persistere nella memoria collettiva della fatidica fine di Urondo, messo alle strette dalla solitudine e dalla morte in un angolo di Mendoza, potrebbe essere considerato un vero atto di ingiustizia per un uomo generoso e amabile, delicato e tenero nel trattamento personale e possessore di un creativo ricchezza che ha distribuito in vari generi.

Quell'ultima immagine in un angolo di Mendoza, con l'uomo/poeta dalla vita breve ma intensa che “senza vantarsi” confessò che la vita era la migliore che conosceva, scelse di sacrificarsi, di donarsi la propria morte, di esercitare la propria ultima battaglia, è stato ciò che ha motivato queste pagine.

Ho scritto questo libro con l'intenzione di esplorare la sua vita, le sue passioni, le sue creazioni, i suoi sogni di un mondo migliore per il quale ha dato la vita. Lontano era per me analizzare le sue opere letterarie, tanto meno le sue decisioni e azioni, sbagliate o giuste. Ho cercato, sulla base del seguito dei suoi passi e della compilazione di numerose testimonianze, di far conoscere un uomo che ha deciso di percorrere i suoi quarantasei anni di vita lungo due strade, assumendo un impegno pieno e senza contraddizioni. Da un lato, i diversi modi di esercitare la scrittura per rendere conto della realtà e, dall'altro, la militanza politica che lo porterebbe a rinunciare alla propria vita “affinché nulla resti com'è”. Era chiaro che i suoi obiettivi erano arrivare a vivere “nel cuore di una parola”, ed essere testimone di quella rivoluzione, un “salto temuto e amato” che non ci ha mai “lasciato soli”.

Per Urondo non c'era differenza tra poesia e politica perché entrambe condividevano lo stesso terreno, perché “gli impegni con le parole portano o sono le stesse cose degli impegni con le persone, dipende dalla sincerità con cui si affrontano sia un'attività che un'attività, l'altro”.

Si finse poeta e militante “degno di portare quei nomi”. Per questo non si è mai allontanato dalla poesia, nemmeno tra le urgenze ei rischi della militanza e una vita clandestina. La sua opera poetica non fu mai subordinata alla sua militanza politica, non abbandonò la scrittura per fare uso delle armi.

La rivoluzione, come la poesia, è quell'universo onirico tipico della condizione umana. Poesia e rivoluzione, coniugazione del dire e del fare. Una dimora sul destino che è la propria realtà.

Era fedele a quanto aveva scritto al padre in una lettera a 20 anni: "Voglio vivere secondo le mie idee ei miei impulsi". Lo ha fatto. Capì che lo spazio della cultura era il luogo in cui si potevano combattere i mali che assediavano un paese. Le teorie hanno bisogno della pratica per essere valide, rifletté dopo essere stato rilasciato dalla prigione di Devoto nel 1973.

L'idea di trasformare la realtà ingiusta di un paese - per il quale ha dato la vita - è legata ai piaceri e all'amore per la vita, che è ciò che si vede anche nella poesia di Urondo. “Sono stanco, è vero, stufo come tutti quelli che si vantano / o dello sconforto; ma non c'è mai una mancanza/qualcosa, un odore/una risata che mi riporti indietro, /per valerne la pena”, ha scritto. Cambia la vita in modo che ne valga davvero la pena.

Nel prologo dell'“Opera poetica” di Urondo, pubblicato qualche anno fa, Susana Cella, responsabile della sua edizione, ha sottolineato che questo poeta “ha conferito a tutta la sua opera una sostanziale eleganza e precisione, che mostrano pienamente il raggiungimento di una voce poetica inconfondibile. L'inalienabile amore per la vita non smette di riapparire anche nei momenti più terribili, in cui non smetteva di scrivere con immensa lucidità”.

La sua caduta finale, così come la sconfitta di una generazione che ha lottato per una patria libera, giusta e sovrana e alla fine del gioco ha trovato 30.000 scomparsi, ha messo a tacere il suo lavoro per due decenni. Questo libro, forse, serve a riscattare uno dei protagonisti di un tempo controverso ma allo stesso tempo possibili utopie.

"So che il futuro e la memoria si vendicheranno un giorno", disse Urondo negli anni '70. L'ergastolo contro quattro dei repressori che hanno partecipato al suo omicidio, pronunciato nell'ottobre 2011, contiene quel sentimento e quel bisogno di vendetta di cui parlava quest'uomo che ha scelto di "vivere nel cuore di una parola".”

(Pablo Montanaro in www.eternacadencia.com)

 

 

La vita del poeta Francisco ‘Paco’ Urondo prende forma attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto. Sua sorella Beatriz, la sua amica e poetessa Noe Jitrik, i suoi compagni attivisti, Miguel Bonasso e Horacio Verbitsky, i suoi figli Javier e Angela. Tutte voci che evocano ricordi, aneddoti e che descrivono un uomo di una sensibilità particolare con una determinata capacità di esprimere poeticamente i suoi pensieri.

 

Un brano musicale al giorno

Elza İbrahimova - Gözlərimdən çəkilmə

“Elza Ibrahimova, anche citata come Elza İbrahimova (in azero Elza İmaməddin qızı İbrahimova; Hajigabul, 10 gennaio 1938 - Baku, 11 febbraio 2012), è stata una compositrice sovietica di appartenenza azera. Nel 2008 viene nominata Artista del popolo della Repubblica dell’Azerbaigian e del Daghestan.

Nacque nel 1938 nella città di Hajigabul. Termina la Scuola musicale n° 8 di Baku nel 1957, diplomandosi in composizione presso la scuola di musica secondaria, intitolata A. Zeynally. Nel 1964 si è laureata presso il Dipartimento di composizione del Conservatorio Statale dell’Azerbaigian, intitolato a U. Hajibeyov, l'attuale Accademia Musicale di Baku. Il suo grande amore per la musica fin dalla sua infanzia e concretatasi con le sue opere venne apprezzato dai suoi genitori e registrato nella scuola di musica.

Compose la sua prima canzone, "Yalan ha deyil" nel 1969, in italiano, "Questa non è una bugia" e interpretata per la prima volta dalla cantante, Shovkat Alakbarova, composta sulle parole delle poesie del poeta sufi, Mohammad Rahim. Elsa Ibragimova fu una delle prime compositrici ad introdurre il ritmo del tango in Azerbaijan, componendo l’opera “Gurban vererdim”, in italiano, "Il mio sacrificio", con le parole della poesia di Rafig Zaka, ma non fu molto apprezzata dal consiglio artistico allora dominante dell'epoca sovietica, in quanto l’armonia borghese del tango non si conformava allo spirito del comunismo sovietico. Più tardi, insieme a “Gurban vererdim”, sono state aggiunte all’elenco delle canzoni preferite del compositore altri brani composti nel ritmo del tango, come “Sen mene lazimsan”, in italiano, "Vai a letto", con parole di Aliagha Kurchayli, e “Baghchadan kechmisen”, in italiano, "Sei fuori in giardino", con parole di A. Alibeyli,

La compositrice, la cui attività non era limitata solo a questo genere, è autrice di un concerto in tre parti per pianoforte e orchestra composto per la tesi di laurea: sono le opere, “Afət”, in italiano, "Disastro", “Sheikh Shamil” e “Yanan laylalar”, in italiano, "Gigli in fiamme", così come l’inno dedicato al 130º anniversario dell’industria petrolifera in Azerbaigian.

Ha composto romanze, sonate, quartetti e canzoni interessanti e autentiche. La canzone “Ey veten”, in italiano, "O patria", da lei composta ed interpretata da Rashid Behbudov, fu una delle canzoni che ha glorificato in tutto il mondo l’Azerbaigian. L'Ibrahimova ha composto canzoni per centinaia di poesie di poeti azerbaigiani e per dozzine di poeti russi.

Nel 1992 le venne conferito il titolo di Artista Onorata della Repubblica dell’Azerbaigian. Nel 2008 fu insignita del titolo di Artista popolare della Repubblica dell’Azerbaigian. È morta l’11 febbraio 2012 all'età di 74 anni dopo una lunga malattia. È sepolta a Baku.

 

 

 


Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

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Ugo Brusaporco

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