“L’amico del popolo”, 20 maggio 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

WAQĀ᾽I῾ SANAWĀT AL-ǦAMR (Cronaca degli anni di brace, Algeria 1974) di Mohamed Lakhdar-Hamina. Sceneggiatura: Mohamed Lakhdar-Hamina, Taw-fiq Fares; fotografia: Marcello Gatti; montaggio: Yussef Tobni; musica: Philippe Arthuys. Con: Jorgo Voyagis (Ahmed), Mohamed Lakhdar-Hamina (Milud), Leïla Shenna (moglie di Ahmed), Cheikh Nourredine (Si Larbi), Larbi Zekkal (Smaïl), Sid Ali Kouiret, Nadia Talbi, Taha El Amiri, Abdelhalim Rais, Brahim Hadjadj, Hassan El Hassani.

“Il film percorre in sei capitoli la storia dell'Algeria dal 1939 al 1954. Primo capitolo. I contadini, le cui terre coltivabili sono state espropriate dai coloni, vivono nella miseria in luoghi sterili, dove i campi sono bruciati dal sole e colpiti dalla siccità. Ahmed è uno di loro. Le tribù si uccidono per poche gocce d'acqua. Iniziano la rivolta dei contadini e l'esodo. Secondo capitolo. Scoppia la Seconda guerra mondiale e gli algerini, considerati solo come carne da macello, si mobilitano per far valere i propri diritti. Terzo capitolo. Sopraggiungono altri periodi di carestia. I giovani, per dare sussistenza alle famiglie, lavorano per i coloni durante il tempo della mietitura e si rendono conto, ancora di più, delle ingiustizie perpetrate nei loro confronti. Le tribù si uniscono nella lotta, distruggono lo sbarramento creato dai coloni e subiscono un'ulteriore repressione. Ahmed, insieme a molti altri, viene arruolato. Quarto capitolo. Nel 1947 scoppiano lotte fratricide; la popolazione algerina, duramente perseguitata, si batte per difendere la propria identità. Ahmed e i suoi amici sono arrestati. Quinto capitolo. È il periodo delle armi, della resistenza in montagna. Milud, con Smaïl, incita il popolo e lo spinge alla rivolta. Ahmed e i suoi compagni evadono, organizzano la ribellione, diventano eroi popolari. Una moltitudine di soldati francesi dà loro la caccia. Sesto capitolo. La narrazione termina l'11 novembre 1954, dieci giorni dopo l'inizio della guerra di liberazione che, otto anni più tardi, avrebbe portato all'indipendenza dell'Algeria.

Waqā᾽i῾ sanawāt al-ǧamr è un film storico ed epico, corale e individuale, nomade e statico. Lavorando all'interno di questi elementi, talvolta con esemplare fluidità, altre volte in maniera più schematica, il regista algerino Mohamed Lakhdar-Hamina ha costruito un kolossal per narrare, nel corso del tempo, la lotta di un popolo contro la natura ostile (l'aridità delle terre) e l'occupante straniero (l'esercito francese). È un film diviso in capitoli, sostenuto da una solida struttura narrativa, da uno sguardo a tratti uniforme e raffinato, quasi accademico nei movimenti di macchina, a tratti febbrile, dotato di quella straordinaria energia che aveva reso memorabile il lungometraggio d'esordio di Lakhdar-Hamina ῾Āṣifat al-Awrās (Il vento degli Aurès, 1966), premiato al Festival di Cannes come migliore opera prima. Il prologo - inscritto in un duro scontro sociale reso ancora più aspro dalla violenza della sabbia e del vento che si abbatte sui corpi, sulla terra, fino a investire l'inquadratura tutta, invasa da una luce estremamente fisica - e la parte iniziale costituiscono uno dei momenti più significativi di Waqā᾽i῾ sanawāt al-ǧamr, dove si nota una maggiore libertà formale e l'assenza di uno sviluppo tradizionale della storia, che si disegnerà meglio in seguito. Come in al-Mahdu'un di Tawfiq Salih, anche Lakhdar-Hamina filma corpi (un intero popolo) in cammino sotto il sole, una massa dalla quale emergono singoli personaggi, in contatto con la terra secca, la siccità diffusa, gli animali morenti. Una realtà che il regista filtra comunque già attraverso segni avvolgenti ed enfatici (la musica, dolente e coinvolgente; i carrelli morbidi che esplorano quella condizione di sopravvivenza). Si fa strada, da questo inizio errante, il preciso lavoro sullo spazio, il rapporto fra i personaggi e i luoghi nei quali agiscono, che è caratteristica non solo dell'opera di Lakhdar-Hamina ma di buona parte della migliore cinematografia algerina. Ricorrendo al formato panoramico (la fotografia è dell'italiano Marcello Gatti), il regista dà a questa ricerca una dimensione ancora più spettacolare, non dimenticando mai di elaborare il proprio atto di denuncia, che rende Waqā᾽i῾ sanawāt al-ǧamr ancora oggi un testo essenziale per il suo valore di militanza politica. Si fa strada, inoltre, la scelta di comporre un film epico anche nella sua durata (più di tre ore, cosa non frequente nel cinema del Maghreb), inscritto nell'alternanza dei totali e dei dettagli, delle scene collettive e dei primi o primissimi piani (in particolare sui volti dei bambini), degli zoom e delle scene madri, mentre l'instabilità storica e geografica, la guerra, le repressioni e le rivolte, i discorsi per la mobilitazione e le manifestazioni anti-francesi, così come l'inclemenza del clima, si ripresentano costanti a ricordare il motivo scatenante e ispiratore.
Con l'inizio, sono poi alcune altre scene a porsi come momenti di grande impatto: il funerale con le persone che dall'alto della collina scendono in processione verso il cimitero (luogo che compare diverse volte, con precisa funzione realistica), fra il grigio della terra e i vapori che salgono dal fuori campo; il padre con il bambino in braccio, colto nel suo estenuante vagabondare tra vicoli e ospedali improvvisati, come in una infinita odissea fra lazzaretti; i muri screpolati, esattamente simili alla terra, che ricordano la condizione di vivere, sempre, in una situazione di siccità, reale o simbolica, negli spazi di una frattura, di una crepa storica e personale; la corsa solitaria del bambino in fuga, alla fine, per la strada di montagna, mentre fra le lacrime abbandona il corpo senza vita di Milud, il 'folle' che attraversa tutto il film (interpretato dallo stesso regista), il suo volto nell'erba, filmato come una statua.

Con Waqā᾽i῾ sanawāt al-ǧamr, Lakhdar-Hamina si è aggiudicato, nel 1975, la Palma d'Oro al Festival di Cannes. Il premio ha rivestito un significato particolare non solo per l'autore e la cinematografia algerina, ma per tutto il cinema dei paesi arabi e dell'Africa, essendo questo lungometraggio il primo film del continente ad avere vinto il più importante festival del mondo. Waqā᾽i῾ sanawāt al-ǧamr (nel quale sono state inserite anche immagini d'archivio legate alla Seconda guerra mondiale) è stato scritto da Lakhdar-Hamina insieme a Tawfiq Fares, scrittore e poeta, ma anche uno dei pionieri del cinema algerino degli esordi. Negli anni Sessanta Fares ha lavorato alla realizzazione delle Actualités Algériennes, i cinegiornali finanziati dal Ministero dell'Informazione, ha collaborato ad alcuni cortometraggi girati dalla prima generazione di cineasti algerini, ha diretto alcuni film e, per Lakhdar-Hamina, ha sceneggiato il capolavoro ῾Āṣifat al-Awrās”.

(Giuseppe Gariazzo, in Enciclopedia del Cinema Treccani)

WAQĀ᾽I῾ SANAWĀT AL-ǦAMR (Cronaca degli anni di brace, Algeria 1974) di Mohamed Lakhdar-Hamina“In cadenze di poema epico-popolare, è il primo film africano che vinse la Palma d'oro al Festival di Cannes (1975). Giuria internazionale presieduta da Jeanne Moreau. Divisa in 6 capitoli, l'azione si svolge dal 1939 all'11-11-1954, inizio della guerra di liberazione nazionale. Di altissimo costo, realizzato con ammirevole perizia tecnica (splendida fotografia in Panavision del nostro grande Marcello Gatti che nel '66 aveva firmato La battaglia di Algeri). Diretto da un regista che già si era messo in luce nel 1966 con Le vent des Aurès e che vi interpreta la parte emblematica, funzionale e ridondante, del matto del villaggio. Pur ripetitivo e prolisso nel suo atletismo populista e, insieme, estetizzante, ispirato sin dal titolo alla lezione del grande regista ucraino Dovženko, ha momenti di acceso lirismo e passaggi corali di spettacolare magnificenza (l'epidemia di tifo, il massacro della cavalleria). Non distribuito in Italia. Lakhdar-Hamina diresse poi Vent de sable (1982) e La dernière image”.

(Morandini)

 

Una poesia al giorno

Immagine, di Sergio Corazzini. Da “Dolcezze” (1904), Roma.

La rondine di mare che ieri, mia dolente,
volava sopra il lago, con l'alucce sgomente,

erra sempre e la sorte del suo tenero volo?
brutal piombo la colse, e cadde, morta, al suolo?

o pur, libera, dopo lungo palpito d'ale,
giunse all'immenso, azzurro Oceano natale,

ove ne l'aria, ondeggiano esalazioni amare?...
A me, vedi, la piccola rondinella di mare,

stanca, che sfiorava, con l'aluccia sua lieve,
l'onde del lago, troppo, per i suoi voli, breve,

a me sembra il tuo cuore instancabile, ardito,
cuore di donna, cuore acceso d'infinito,

cuor nostalgico in preda al doloroso senso
di cercar, vanamente, per sé un amore immenso!

 

Un fatto al giorno

20 maggio 325: Il Concilio I di Nicea “è il primo Concilio Ecumenico, cioè a dire, universale, in quanto parteciparono vescovi di tutte le regioni dove ci fossero cristiani. Ebbe luogo quando la Chiesa poté godere di una pace stabile e disponeva di libertà per riunirsi apertamente. Si svolse dal 20 maggio al 25 luglio dell’anno 325. Ad esso parteciparono alcuni vescovi che avevano nei loro corpi i segni dei castighi che avevano sofferto per mantenersi fedeli alle persecuzioni passate, che ancora erano molto recenti. L’imperatore Costantino, che all'epoca non si era ancora battezzato, facilitò la partecipazione dei vescovi, mettendo a loro disposizione i servizi delle poste imperiali perché facessero il viaggio, e offrendo loro ospitalità a Nicea di Bitinia, vicino alla sua residenza di Nicomedia. Di fatto, considerò molto opportuna questa riunione, giacché dopo aver ottenuto con la sua vittoria contro Licinio nell’anno 324 la riunificazione dell’Impero, desiderava anche vedere unita la Chiesa, che in quei momenti era scossa dalla predicazione di Ario, un sacerdote che negava la vera divinità di Gesù Cristo. Dall’anno 318 Ario si era opposto al suo vescovo Alessandro di Alessandria, e fu scomunicato in un sinodo di tutti i vescovi d’Egitto. Ario fuggì e andò a Nicomedia, presso il vescovo Eusebio, suo amico. Fra i Padri Conciliari si contavano le figure ecclesiastiche più rilevanti del momento”.

(Articolo completo in opusdei.it)

“Nicea: una città d’oriente. Nel 325 dopo Cristo fu il luogo del primo vero Concilio Ecumenico riconosciuto da tutte le Chiese, cattolici, ortodossi ed evangelici, senza eccezioni... Una sorpresa, però: esso fu convocato e presieduto dall’imperatore Costantino, che da qualche anno aveva accolto la religione cristiana nell’impero romano: dopo due secoli il sangue dei martiri aveva generato un popolo numeroso, ma molto agitato, e soprattutto ad Alessandria, in Egitto, c’erano aspri contrasti interni di dottrina che danneggiavano la solidità del centralismo imperiale romano. Al centro dei contrasti il vescovo Ario, che negava la vera e propria divinità di Cristo, visto come un uomo nato normalmente da una Donna e poi adottato in modo speciale da Dio. Non era Dio, dunque, ma simile - in greco omoioùsios - al Padre, ma non identico, in greco omooùsios. Quattro anni prima, nel 321, un sinodo locale, convocato dal vescovo Alessandro, aveva scomunicato Ario, che però con i suoi seguaci continuava a dividere le chiese. Altro contrasto c’era sulla data giusta per la celebrazione della Pasqua. Tutto questo era un pericolo per l’Impero... E allora Costantino convocò a sue spese, il 20 maggio del 325 a Nicea, circa 300 vescovi tutti orientali meno 5: Marco di Calabria, Cecilio, africano di Cartagine, Osio, spagnolo di Cordova, Nicasio di Digione, dalla Gallia e Domnus, dalla ragione danubiana. Del resto la disputa sulla dottrina di Ario era forte solo in Oriente. Due preti delegati rappresentavano Papa Silvestro, vescovo di Roma, inaugurando una prassi che durerà per secoli. Nel Palazzo imperiale la discussione fu forte... Raccontano le cronache che il vescovo Nicola di Mira infervorato prese a schiaffi lo stesso Ario, irremovibile, appoggiato dal solo Eusebio vescovo di Nicomedia e quasi all’unanimità dichiarato eretico, cioè laceratore dell’unità della fede e della Chiesa. In conclusione il Concilio decise una formula che esprime la sostanza della fede, detta Simbolo Niceno proclamando la piena “consustanzialità” di Cristo, vero Dio, con il Padre e con lo Spirito Santo. Egli non è creato, ma generato dal Padre prima di tutti i secoli, incarnato per opera dello Spirito Santo in Gesù di Nazareth e poi veramente crocifisso, morto e risorto, a smentita delle teorie gnostiche che negavano incarnazione e mortalità, indegne della realtà divina. Fu anche decisa la condotta da assumersi per la riammissione dei cosiddetti “lapsi”, quelli che per paura ai tempi delle persecuzioni avevano tradito la fede, e per il battesimo degli eretici che si convertivano alla vera fede. Seguivano parecchi “canoni”, cioè “regole” pratiche, tra cui la proibizione dell’automutilazione sessuale - figlia di qualche follia sessuofobica del tempo - e soprattutto il riconoscimento della “preminenza” del vescovo di Roma, seguito da quelli di Alessandria e Gerusalemme. Il Concilio si concluse solennemente il 25 luglio del 235, giorno del ventesimo anniversario dell’imperatore Costantino, che nella orazione finale ribadì la proibizione delle dispute cristologiche, approvò la datazione da allora definitiva della Pasqua cristiana, distinta da quella ebraica e proclamò trionfante la raggiunta nuova unità reale di tutta la Chiesa. Da Roma Silvestro, informato, in seguito approvò... Primo Concilio: singolare davvero”.

(Gianni Gennari, La Stampa, 12 settembre 2012)

Il Concilio di Nicea I. Affresco bizantino del IX secolo. Myra

 

Una frase al giorno

“Un attore fa di tutto per diventare celebre e poi, quando ci riesce, si mette un paio di occhiali scuri per non farsi riconoscere”.

(Marcello Mastroianni)

 

Un brano al giorno

Malinconia, ninfa gentile”, di Vincenzo Bellini. Soprano Renata Tebaldi. Richard Bonynge, piano.

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

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Ugo Brusaporco

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