“L’amico del popolo”, 27 gennaio 2021

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Anno V. La rubrica ospita il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

PASAŻERKA (La passeggera, Polonia, 1963), regia di Andrzej Munk, Witold Lesiewicz. Scritto da Andrzej Munk. Zofia Posmysz-Piasecka. Musiche: Tadeusz Baird. Fotografia: Krzysztof Winiewicz. Montaggio: Zofia Dwornik. Cast: Aleksandra Śląska - Lisa Kretschmer, ex SS Aufseherin ad Auschwitz. Anna Ciepielewska - Marta, la detenuta polacca. Janusz Bylczynski - Capo. Krystyna Dubielowna. Anna Golebiowska - Prigioniera di Auschwitz. Barbara Horawianka - Infermiera. Anna Jaraczówna - Capo. Maria Koscialkowska - Guardia, Inga Weniger. Andrzej Krasicki - Membro della Commissione. Jan Kreczmar - Walter Kretschmer, il marito di Lisa. Irena Malkiewicz - Oberaufseherin Madel. Izabella Olszewska. Leon Pietraszkiewicz - Lagerkommandant Grabner. Kazimierz Rudzki - Membro della Commissione. Wanda Swaryczewska. Tadeusz Łomnicki (voce narrante).

“Una coppia di tedeschi è in viaggio su un transatlantico che si appresta a varcare l'oceano. Lui, Walter, un borghese di mezza età, è emigrato da tempo negli Stati Uniti. Lei, Liza, più giovane, è arrivata in America dopo la fine della guerra. Durante la sosta in un porto inglese sale sulla nave una passeggera che risveglia nella donna i fantasmi di un recente passato. Liza crede infatti di riconoscere nella nuova venuta Marta una prigioniera di Auschwitz-Birkenau, il campo di sterminio in cui lei, militando allora nelle SS, aveva il ruolo di sorvegliante. In un coacervo di sentimenti in cui il rimorso si mescola alla falsa coscienza, racconta all'ignaro marito una versione edulcorata dei fatti, con cui cerca di giustificarsi e di sbarazzarsi del fardello delle sue responsabilità: in realtà, l'algida Liza si era adoperata sadicamente a spezzare la dignità di Marta, giocando sul potere aggiunto che le attribuiva la presenza nel lager di Tadeusz, il fidanzato della ragazza. Poi, senza che le due donne si siano mai incontrate, la passeggera scende dalla nave.

 

PASAŻERKA (La passeggera, Polonia, 1963), regia di Andrzej Munk, Witold Lesiewicz 

Il 20 settembre 1961 moriva in un incidente stradale, a quarant'anni non ancora compiuti, Andrzej Munk, uno dei nomi di primo piano della cosiddetta scuola polacca, autore di lungometraggi come Człowiek na torze (Un uomo sui binari, 1956), Eroica (1957) e Zezowate szczęście (La fortuna strabica, 1959) in cui, mescolando lucidamente tragedia, commedia e farsa, aveva offerto un'interpretazione della storia polacca in qualche modo complementare rispetto all'epos romantico e barocco di Andrzej Wajda. Il regista era in viaggio tra Varsavia e Łódź, dove stava lavorando alle riprese di Pasażerka. Il film è dunque rimasto incompiuto e la versione oggi esistente è frutto della devota ricostruzione di un gruppo di amici cineasti sotto la direzione di Witold Lesiewicz, con un commento esplicativo over di Wictor Woroszylski letto dal celebre attore Tadeusz Łomnicki. Presentata a Varsavia nel secondo anniversario della morte di Munk, quest'opera di lancinante impatto emotivo si apre con una serie di istantanee del regista, a passeggio in una piazza della capitale o sul set, procedendo poi, secondo le indicazioni della sceneggiatura cofirmata dall'autrice del radiodramma di partenza, Zofia Posmysz-Piasecka, su due piani temporali paralleli, alternati da un montaggio fluido, che li fa costantemente interagire. Ma se l'azione nel lager ha una sua compiutezza narrativa, quella sulla nave è forzatamente ricostruita attraverso una serie di immagini statiche, un po' come in Bežin lug (Il prato di Bežin, 1935-37) di Ejzenštejn, in accoppiata con il quale il film conobbe a suo tempo un'effimera distribuzione in Italia.

Questa scelta obbligata finisce per ispessire il diaframma tra passato e presente, il suo magma inestricabile di ambiguità, rendendo ancor più perspicua la giustapposizione tra la 'banalità' della lattiginosa catena di montaggio della morte ad Auschwitz, mostrata nella quotidianità impiegatizia di ambienti, oggetti, corpi, gesti, e la distaccata ed elegante provvisorietà della vita sulla lussuosa nave che, come sottolinea la voce fuori campo, è un'isola nel tempo, e in cui ogni passeggero è a sua volta un'isola. Da un lato, dunque, psicologia e geometria dell'annientamento portate ai livelli stilistici più alti, di cui ha fatto certamente tesoro, per esempio, lo Jancsó di Szegénylegények (I disperati di Sandor, 1964), con la relazione tra dominatore e succube che si colora di neppure troppo latenti ambiguità sessuali (Liza, la cui anaffettività è leggibile in una sfumata sintomatologia, è attratta e respinta da Marta, della quale invidia la pienezza umana, anche nel suo darsi all'amato, che riesce a conservare intatta nell'orrore). Dall'altro, il trauma del sopravvissuto che, vittima o carnefice, deve comunque giustificare, agli altri ma soprattutto a se stesso, la propria sopravvivenza, facendo i conti con sensi di colpa e recuperi autogiustificatori. Sorta di Nike di Samotracia dell'Olocausto, sul quale rimane il film "più bello e insostenibile" (R. Bellour), Pasażerka deve probabilmente la propria forza anche a questa miracolosa incompiutezza, e al sentimento di sospensione e spiazzamento che ne deriva. Se infatti le immagini del campo di sterminio sono, assieme a quelle 'documentarie' di Nuit et brouillard di Resnais, quanto di più sobriamente atroce il cinema ci ha tramandato in materia, la fissità delle immagini 'contemporanee', relazionandosi in maniera sotterranea con le prime, sembra rivolgersi alle profondità dell'inconscio, toccando il nervo scoperto di false coscienze ancora non sopite.”

(Paolo Vecchi - Enciclopedia del Cinema, 2004, in www.treccani.it)

“E' l'ultimo film di Andrzej Munk, che morì in un incidente d'auto nel corso delle riprese. Durante una crociera una tedesca che fu guardiana di un lager crede di riconoscere sulla stessa nave una delle prigioniere ebree di allora, una donna che lei aveva trattato particolarmente bene ricevendo in cambio un odio profondo. Andando con la memoria a quei giorni la tedesca si rende conto di aver sempre voluto schiacciare la forte personalità dell'altra e convincerla a tradire i compagni, e capisce perciò la sua avversione. L'incompiuta opera postuma è uno fra i più duri documenti sulla vita nei lager nazisti, soprattutto per l'analisi dei rapporti fra carceriere e prigioniero, fra criminale e vittima, fra aguzzino e torturato. Il duello fra le due donne sovrasta tutta la storia. Il 20 settembre 1961, tornando dal set della Passeggera, Andrzej Munk morì in un incidente automobilistico. Non aveva ancora 40 anni. Per celebrare l’ottantesimo della nascita e il quarantesimo della morte, la Mostra di Venezia ha voluto giustamente organizzare una retrospettiva completa di Munk, un grande regista polacco poco noto fuori dei confini del suo Paese, da troppi anni dimenticato, ricordato soprattutto per quel film, di cui, fra l’altro, non era soddisfatto, rimasto incompiuto, completato da Witold Lesiewicz nel 1963, premiato al Festival di Cannes nel 1964. Un film certamente esemplare, non foss’altro per essere riuscito a descrivere l’universo concentrazionario di Auschwitz dall’interno, con grande discrezione, attraverso la dolorosa confessione di un’aguzzina e il delicato rapporto fra vittima e carnefice (in modi e forme ben più sottili e profondi, ad esempio, del Portiere di notte della Cavani). Ma un film che non soltanto non esaurisce la politica dell’autore, ma anzi, per molti versi, se ne discosta.”

(Gianni Rondolino su la Stampa del 29/8/2001)

 

PASAŻERKA (La passeggera, Polonia, 1963), regia di Andrzej Munk, Witold Lesiewicz

 

“Il 20 settembre 1961 è perito in un incidente stradale Andrzej Munk, uno dei registi polacchi più significativi, autore di Eroica e Zezowate szczescie (La fortuna strabica), film che sono entrati una volta per sempre nella storia della cinematografia polacca. Munk si stava recando da Varsavia a Lódz, dove stava girando Pasazerka. La scomparsa del regista ha interrotto la lavorazione del film, troppo originale e caratteristico perché chiunque altro potesse tentare di ultimarlo.

Ciò malgrado il 20 settembre 1963, nel secondo anniversario del tragico incidente, a Varsavia si è svolta la proiezione di Pasazerka opera postuma dell'artista. È stata una delle "prime" più particolari cui mi sia capitato d'assistere. Il film è stato preceduto da una serie di foto del regista: Munk al lavoro, Munk che passeggia nella piazza del suo quartiere, Nowe Miasto, Munk radioso e sorridente, che non sa cosa lo aspetta. C'è poi un commento che racconta cosa è successo quel giorno di due anni fa e spiega che un gruppo di suoi amici, capeggiati dal regista Witold Lesiewicz, ha deciso di presentare al pubblico quel che è rimasto di quest'opera incompiuta. Si noti la differenza di termini: non "finire" il film, ma "presentare" ciò che di esso è rimasto. Pasazerka, basato sulla sceneggiatura del regista e della scrittrice Zofia Posmysz, avrebbe dovuto avere due diversi piani temporali. Il presente è una coppia di sposi tedeschi che naviga su un transatlantico: lui, più anziano, è emigrato ormai da tempo negli USA, lei, più giovane, invece è arrivata in America alla fine della guerra. Durante la navigazione la donna incontra una persona che all'improvviso la riporta al passato, alla guerra. Si tratta di una giovane polacca, ex detenuta del lager di Auschwitz. La rispettabile dama in crociera sul transatlantico si rivela così una sorvegliante del campo. Questo meccanismo retrospettivo è servito a Munk per cercare di spiegare ciò che era accaduto vent'anni prima nell'abisso dell'inferno di Auschwitz, dal punto di vista di una viaggiatrice europea, una giovane moglie desiderosa di occultare, di mettere in ordine e di rendere accettabile dal punto di vista delle categorie morali altrui il proprio passato. Della parte retrospettiva del lager Munk ha girato 1700 metri, completandola, mentre non ha lasciato che qualche centinaio di metri appena di quella che si svolge sulla nave. Chi ha presentato il suo film non ha voluto aggiungere neanche un metro, ha concepito la propria funzione come quella di un archeologo che non completa una statua danneggiata, non vi aggiunge degli elementi, ma cerca solo di rimettere insieme i frammenti ritrovati e di ricostruire con essi la forma dell'intero film. La parte incompiuta del film, quella che si svolge ai nostri giorni, è statica. Tra i materiali lasciati dal regista è stata scelta una serie di fotografie fisse: i gesti bloccati a metà, le smorfie congelate sui volti, le espressioni lasciano intuire il dramma che si compie tra i personaggi. Un commento aiuta poi a capire il senso della retrospezione. Dal passato Munk ci racconta con le immagini e le scene che ha ultimato. Ed ecco che dallo schermo spira l'afflato di un grande film, forse il migliore tra quelli che il regista abbia mai realizzato.

Il lager di Auschwitz, il sadismo nazista non sono certo un tema nuovo per il cinema, basti pensare al nostro film Ostatni etap (L'ultima tappa), ai russi o al recente Kapò, un film italiano assai interessante. Munk invece ha mostrato qualcosa di nuovo, mai comparso finora. A cercarne le ascendenze artistiche bisogna guardare al surrealismo, un surrealismo che non nasce dalla maniera, dalla speculazione intellettuale, ma che è la vita stessa a suggerire. Immaginatevi ad esempio un'area di varie decine di ettari, l'area di una media industria: ecco che per quell'angolo di mondo passano milioni di uomini. Giungono dalla parte della vita, sperando nella vita, vestiti come sempre, con le loro mogli, i loro bambini, le loro valigie. Ed ecco che trovano invece la morte nella "fabbrica" di Auschwitz, una morte all'ingrosso, industrialmente organizzata, senza cerimonie, una morte nuda e senza nome. Questa morte di massa lascia dietro di sé il suo lezzo orrendo, tutto ciò che vediamo sullo schermo mucchi di oggetti lasciati dai morti, assurde pile di cesti, piramidi di valigie, mandrie di carrozzine per bambini tutto questo sa di morte. Da questo deriva un'atmosfera assurda, un senso ipnotico di distruzione, per tutto il tempo si ode il calpestio degli eserciti del Reich che risuona da qualche parte fuori campo in marcia [...] dalla vita verso la nonvita, dal ricordo all'oblio. Sullo sfondo del lager Munk abbozza così il dramma della sorvegliante e della sua prigioniera, che si sviluppa in complessi meandri psicologici, in un chiaroscuro. Il boia di un tempo cerca oggi di assumere una forma umana, cercando di convincere se stesso di aver avuto dei sentimenti. Ma il fango di Auschwitz, il fango calpestato da milioni, il fango che li ha ricoperti protesta contro la menzogna. È lui il testimone più importante.

Munk ha mostrato questo nel suo film: forse avrebbe mostrato qualcosa di più se avesse potuto finirlo. Oggi noi che lo possiamo guardare, grazie a quanti hanno ricostruito questi nobili frammenti, intuiamo il capolavoro, e rimaniamo in attesa della sua parola incompiuta.”

(Krzysztof Teodor Toeplitz, Niedopowiedziane slowo, "Polska", Varsavia, n. 12, 1963 in www.torinofilmfest.org)

 

PASAŻERKA (La passeggera, Polonia, 1963), regia di Andrzej Munk, Witold Lesiewicz

 

Il film:

27 gennaio 1945: Il campo di sterminio di Auschwitz viene liberato dall'Armata rossa.

 

Una poesia al giorno

Tre donne intorno al cor mi son venute (Rime, 47), di Dante Alighieri

Tre donne intorno al cor mi son venute,
e seggonsi di fore:
ché dentro siede Amore,
lo quale è in segnoria de la mia vita.
Tanto son belle e di tanta vertute
che ’l possente segnore,
dico quel ch’è nel core,
a pena del parlar di lor s’aita.
Ciascuna par dolente e sbigottita,
come persona discacciata e stanca,
cui tutta gente manca
e cui vertute né beltà non vale.
Tempo fu già nel quale,
secondo il lor parlar, furon dilette;
or sono a tutti in ira ed in non cale.
Queste così solette
venute son come a casa d’amico:
ché sanno ben che dentro è quel ch’io dico.

Dolesi l’una con parole molto,
e ’n su la man si posa
come succisa rosa:
il nudo braccio, di dolor colonna,
sente l’oraggio che cade dal volto;
l’altra man tiene ascosa
la faccia lagrimosa:
discinta e scalza, e sol di sé par donna.
Come Amor prima per la rotta gonna
la vide in parte che il tacere è bello,
egli, pietoso e fello,
di lei e del dolor fece dimanda.
«Oh di pochi vivanda»,
rispose in voce con sospiri mista,
«nostra natura qui a te ci manda:
io, che son la più trista,
son suora a la tua madre, e son Drittura;
povera, vedi, a panni ed a cintura».

Poi che fatta si fu palese e conta,
doglia e vergogna prese
lo mio segnore, e chiese
chi fosser l’altre due ch’eran con lei.
E questa, ch’era sì di pianger pronta,
tosto che lui intese,
più nel dolor s’accese,
dicendo: «A te non duol de gli occhi miei?».
Poi cominciò: «Sì come saper dei,
di fonte nasce il Nilo picciol fiume
quivi dove ’l gran lume
toglie a la terra del vinco la fronda:
sovra la vergin onda
generai io costei che m’è da lato
e che s’asciuga con la treccia bionda.
Questo mio bel portato,
mirando sé ne la chiara fontana,
generò questa che m’è più lontana».

Fenno i sospiri Amore un poco tardo;
e poi con gli occhi molli,
che prima furon folli,
salutò le germane sconsolate.
E poi che prese l’uno e l’altro dardo,
disse: «Drizzate i colli:
ecco l’armi ch’io volli;
per non usar, vedete, son turbate.
Larghezza e Temperanza e l’altre nate
del nostro sangue mendicando vanno.
Però, se questo è danno,
piangano gli occhi e dolgasi la bocca
de li uomini a cui tocca,
che sono a’ raggi di cotal ciel giunti;
non noi, che semo de l’etterna rocca:
ché, se noi siamo or punti,
noi pur saremo, e pur tornerà gente
che questo dardo farà star lucente».

E io, che ascolto nel parlar divino
consolarsi e dolersi
così alti dispersi,
l’essilio che m’è dato, onor mi tegno:
ché, se giudizio o forza di destino
vuol pur che il mondo versi
i bianchi fiori in persi,
cader co’ buoni è pur di lode degno.
E se non che de gli occhi miei ’l bel segno
per lontananza m’è tolto dal viso,
che m’àve in foco miso,
lieve mi conterei ciò che m’è grave.
Ma questo foco m’àve
già consumato sì l’ossa e la polpa
che Morte al petto m’ha posto la chiave.
Onde, s’io ebbi colpa,
più lune ha volto il sol poi che fu spenta,
se colpa muore perché l’uom si penta.

Canzone, a’ panni tuoi non ponga uom mano,
per veder quel che bella donna chiude:
bastin le parti nude;
lo dolce pome a tutta gente niega,
per cui ciascun man piega.
Ma s’elli avvien che tu alcun mai truovi
amico di virtù, ed e’ ti priega,
fatti di color’ novi,
poi li ti mostra; e ’l fior, ch’è bel di fori,
fa disïar ne li amorosi cori.

Canzone, uccella con le bianche penne;
canzone, caccia con li neri veltri,
che fuggir mi convenne,
ma far mi poterian di pace dono.
Però nol fan che non san quel che sono:
camera di perdon savio uom non serra,
ché ’l perdonare è bel vincer di guerra.

 

 

“Tre donne sono venute intorno al mio cuore e siedono fuori, poiché dentro regna l'Amore, il quale domina la mia vita. Sono talmente belle e dimostrano tali virtù che il potente signore, intendo quello che è nel cuore [Amore], a malapena osa parlare loro. Ciascuna sembra addolorata e mesta, come qualcuno che è stato cacciato ed è affranto, al quale voltano tutti le spalle e a cui non giova né la virtù né la bellezza. Ci fu un tempo in cui, stando a quel che dicono, furono amate; ora tutti sono adirati con loro e le disprezzano. Queste donne così sole sono venute qui, come a casa di un amico: infatti sanno bene che dentro il mio cuore vi è quello che dico [Amore].

Una di loro si lamenta molto con le sue parole e si appoggia alla mano come una rosa recisa: il braccio nudo, sostegno al suo dolore, sente le lacrime che cadono dal volto; tiene nascosta l'altra mano e il volto bagnato piangente: è seminuda e scalza ed ha aspetto signorile solo per il suo portamento [non per oggetti esteriori]. Non appena l'Amore vide attraverso le sue vesti lacere le sue parti intime, egli, pietoso e triste, le chiese di lei e del suo dolore. Lei rispose con voce mescolata a sospiri: «Oh tu che sei cibo per pochi, è la nostra natura a mandarci qui da te: io, che sono la più triste, sono sorella di tua madre [Venere] e sono la Giustizia [universale]; come vedi, sono povera nei panni e nella cintura».

Dopo che la donna si fu presentata, il mio signore [Amore] fu preso da dolore e vergogna e chiese chi fossero le altre due che erano con lei. E questa, che era così pronta a piangere, non appena lo sentì si accese ancor più nel dolore e disse: «Non provi dolore per i miei occhi?» Poi iniziò a dire: «Come devi sapere, il Nilo nasce come piccolo fiume da una sorgente dove il sole toglie alla terra le fronde degli arboscelli [all'Equatore]: sopra le acque pure io generai questa donna che mi sta accanto [la Giustizia umana] e che si asciuga il pianto con i capelli biondi. Questa mia bella figlia, specchiandosi nell'acqua chiara, generò quest'altra [la Legge naturale] che è più lontana da me»

I sospiri fecero tacere un poco l'Amore; poi con gli occhi bagnati di pianto, che prima furono sfrontati, salutò le sconsolate sorelle. E dopo aver preso entrambe le frecce [dell'amore e dell'odio], disse: «Alzate le teste: ecco le armi che ho voluto; vedete, per non averle usate sono arrugginite. La Liberalità e la Misura e le altre donne nate dal nostro sangue vanno come mendicanti. Perciò, se avviene questo danno, piangano gli occhi e si lamenti la bocca degli uomini cui questo tocca, che sono colpiti dagli influssi di una simile congiunzione astrale; non noi, che apparteniamo alla rocca eterna [siamo immortali]: infatti, se adesso noi siamo colpiti, noi continueremo ad esistere e verrà poi gente che manterrà lucenti queste frecce».

E io, che ascolto in questo discorso divino questi nobili esiliati che si consolano e si lamentano, ritengo un onore l'esilio che mi è toccato: infatti, se il giudizio di Dio o la forza del destino vuole che il mondo faccia diventare scuri i fiori bianchi [che il male trionfi sul bene], cadere insieme ai giusti è pur sempre degno di lode. E se non fosse per il fatto che a causa dell'esilio non posso più vedere l'oggetto che mi ha fatto innamorare [Firenze], considererei lieve quel che invece per me è grave [l'esilio]. Ma questa pena mi ha già consumato le ossa e la carne, al punto che la morte mi ha già messo la chiave al petto [sta per uccidermi]. Perciò, se ho avuto una colpa, il sole ha fatto passare molti mesi dopo che questa si è estinta, se una colpa vien meno per il pentimento dell'uomo.

Canzone, nessuno metta mano ai tuoi panni per vedere quel che una bella donna nasconde [nessuno cerchi di interpretarti]: bastino le parti visibili; nega a chiunque il tuo dolce frutto [il senso allegorico], per il quale ognuno tende la mano. Ma se accade che tu trovi qualcuno che è amico della virtù e ti prega, assumi nuovi colori e poi mostrati a lui; e fa' desiderare nei cuori pieni d'amore il fiore che appare bello esteriormente.

Canzone, va' a caccia di uccelli con le penne bianche; canzone, va' a caccia con i cani neri, che ho dovuto fuggire ma che potrebbero donare il perdono. Non lo fanno perché non sanno quello che io sono: l'uomo saggio non chiude la camera del perdono, poiché perdonare è un bel modo di vincere la guerra.”

(In letteritaliana.weebly.com)

27 gennaio 1302: Dante Alighieri è esiliato da Firenze. Dante Alighieri è accusato in contumacia dalla città di Firenze di “baratteria, concussione, estorsione e opposizione sediziosa alla politica papale”. Viene condannato a una multa di 5.000 fiorini e all’esilio per due anni.

“Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno - nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo de la vita mia, e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato -, per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito a li occhi a molti che forseché per alcuna fama in altra forma m’aveano imaginato, nel conspetto de’ quali non solamente mia persona invilìo, ma di minor pregio si fece ogni opera, sì già fatta, come quella che fosse a fare” (Convivio, I, 3.)

“Noi però a cui è patria il mondo intero, come ai pesci il mare, sebbene abbiamo bevuto l’acqua dell’Arno da bimbi, prima di mettere i denti, e che a tal segno amiamo Firenze, da subire ingiustamente l’esilio, conformiamo il nostro giudizio più alla ragione che all’apparenza sensibile. E anche se, volendo essere inclini al nostro piacere e alla propensione dei nostri sensi, dovremo dire che non esiste in terra luogo più ameno di Firenze, sfogliando tuttavia i volumi dei poeti e degli scrittori in genere, nelle cui pagine si descrive il mondo nel suo complesso e nelle sue varie zone, e ragionando dentro di noi sull’ubicazione delle diverse zone della terra, in relazione all’uno e all’altro polo e al circolo dell’equatore, capiamo ponderatamente e riteniamo fermamente che esistono regioni e città più insigni e più gradevoli della Toscana e di Firenze, di cui siamo oriundi e cittadini.” (Dal De vulgari eloquentia, I, VI, 3)

 

Un fatto al giorno

27 gennaio 1944: Seconda guerra mondiale, l'assedio di 900 giorni di Leningrado viene revocato.

“Il 27 gennaio nella Federazione Russa si commemora una data importante: il Giorno della Rinascita dopo l'Assedio di Leningrado, perpetrato dalle truppe fasciste-tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Settant'anni fa le truppe sovietiche liberarono la città del Neva dal blocco nazista, durato quasi novecento giorni.

Per 862 giorni gli abitanti sotto scacco, superando la fame, il freddo e i bombardamenti, eroicamente hanno difeso la loro città natale. Imposto dalle truppe naziste, il blocco iniziò l'8 settembre 1941, mentre la liberazione totale avvenne il 27 gennaio 1944. L'Assedio di Leningrado è uno straordinario esempio di valore e fermezza dell'esercito e della popolazione civile. Non si tratta solo di una delle pagine più tragiche della storia della Seconda Guerra Mondiale, ma anche di un evento di rilevanza mondiale, ha dichiarato il professore dell'Accademia delle Scienze Militari, Yuri Rubtsov:

- Non solo gli storici della Russia, ma anche quelli degli Stati Uniti e di altri Paesi evidenziano l'unicità dell'impresa di fronte al blocco di Leningrado, sia dei civili della città del Neva che dell'esercito. La difesa si sviluppò nelle condizioni più avverse: assedio completo, fame, freddo, orrende condizioni sanitarie. Tutto questo e molto altro obbligano a percepire la battaglia per Leningrado come un successo che ha lasciato un segno profondo e memorabile nella storia della guerra.

L'eroica difesa di Leningrado svolse anche un importante ruolo in altre battaglie chiave di quegli anni, influenzando anche il risultato del conflitto, prosegue lo storico:

- Non solo la rottura totale del blocco nel gennaio 1944, ma anche tutte le fasi della difesa della città hanno introdotto, senza dubbio, cambiamenti nei piani strategici delle parti belligeranti e nello spirito dei soldati russi sia sul fronte che nella retroguardia. Il fatto stesso che la città abbia resistito, dopo quasi novecento giorni di blocco, all'inizio totale e parziale durante l'ultimo anno, esercitò un'azione demoralizzante nei soldati tedeschi e finlandesi. I tedeschi, quando si avvicinarono a Leningrado nel settembre 1941, erano sicuri che avrebbero occupato la città nel giro di uno o due mesi.

Di anno in anno c'erano sempre meno superstiti al blocco. Zinaida Shevkunenko aveva sette anni quando iniziò la guerra. Ha trascorso un anno e mezzo nella città assediata. Ma già era un'alunna della prima elementare che comprendeva l'orrore di ciò che stava accadendo. Era terribile, faceva freddo e avevo fame, condivide le sue impressioni Zinaida Shevkunenko:

- Quando bombardarono i depositi di Babaiev nell'agosto 1941 venne tagliata la razione. Ai bambini venivano dati 125 grammi di pane, 225 a chi esibiva il libretto di lavoro. Solitamente bombardavano durante la notte, ma in casa nostra c'era un rifugio antiaereo. Scendevamo lungo il rifugio, ci sedavamo e dormivamo seduti. Più tardi hanno cominciato a mitragliare la città. La nostra casa non venne bombardata né mitragliata, ma altri edifici furono gravemente danneggiati. All'inizio vivevamo con mia sorella, mio fratello e la mamma. Mio fratello maggiore era al fronte. Poi morirono mio fratello e mia sorella, e con mia madre ho vissuto per un lungo periodo di tempo. Poi mia madre s'ammalò. E quando rimasi sola mi portarono via dalla città per la "Strada della vita" [unico accesso alla città che collegava Kirovsk, distante trenta chilometri, ndr] e mi lasciarono in un orfanotrofio.

E Lidia Jómich, anch'essa abitante della città bloccata, nonostante la sua giovane età, rimase fino alla fine nella Leningrado assediata e come poteva aiutò i cittadini a sopravvivere al blocco. Studiava in una scuola di musica e attraverso l'arte cercò di sollevare lo spirito combattivo dei soldati e degli abitanti. Questa è la storia:

- Si formarono brigate speciali composte da violinisti, violoncellisti, pianisti, narratori. Ad esempio, i bambini recitavano poesie, i vocalisti cantavano. Andavamo nelle fabbriche, negli ospedali. Negli ospedali all'inizio suonammo nell'auditorium, dove si raggruppavano i combattenti feriti che camminavano. Ma spesso abbiamo dato concerti nelle stanze dove vi erano i feriti che non potevano alzarsi dal letto. Portavamo il pianoforte in un'altra stanza e lì offrivamo un altro concerto. I giorni più memorabili per me sono stati i giorni della rottura e la fine del blocco. In seguito l'insegnante della nostra classe di musica organizzò un concerto che dedicò alla Vittoria dell'Esercito Sovietico sul Fronte di Leningrado. Il concerto avvenne il 28 gennaio 1944 e ancora oggi lo ricordano tutti coloro che sono in vita.”

(In www.resistenze.org)

 

“… Il 27 gennaio, infatti, è una di quelle date che, per una pura casualità storica, risultano particolarmente dense di significato: se infatti il 27 gennaio del ‘45 gli uomini dell’Armata Rossa aprono i cancelli di Auschwitz svelandone al mondo l’orrore senza fine, esattamente un anno prima, il 27 gennaio 1944, quegli stessi soldati avevano posto fine ad un incubo che, per due milioni e mezzo di persone, era durato tre anni.

L’8 settembre 1941 è l’inizio di un calvario destinato a durare 900 interminabili giorni, un vero assedio come la guerra moderna sembrava aver dimenticato, con gli abitanti di un’immensa metropoli contemporanea asserragliati in spazi angusti e con condizioni sanitarie e di vettovagliamento che si fanno più drammatiche col passare delle settimane. Il solo cordone ombelicale per gli assediati con il resto del paese è la “strada della vita”, una pista per convogli sul Lago Ladoga ghiacciato che, almeno durante l’inverno, consente l’accesso in città di armi per la resistenza e scarsissimi rifornimenti di cibo. I camion che si allontanano da Leningrado sono, ovviamente, carichi di profughi che tentano in ogni modo di sfuggire alla morte nell’assedio, avventurandosi sulla pista del Ladoga non sfidano solo il rischio di sprofondare nelle acque gelide col loro carico umano ma anche i raid della Luftwaffe che spesso fanno centinaia di vittime quando i mezzi sono centrati dalle bombe. Mentre a pochi chilometri dal centro abitato i due eserciti si affrontano senza nessuna pietà e nessun rispetto per le regole della guerra fino ad allora riconosciute, all’interno gli abitanti sono sottoposti non solo ai quotidiani bombardamenti di mortai ed aerei dalla croce uncinata, ma soprattutto alla fame, ben più letale e terribile delle granate.

Il bilancio umano dei “900 giorni di Leningrado” è incerto ma comunque impressionante: le stime vanno da 400.000 a 1.000.000 di vittime, a Norimberga il tribunale internazionale parlerà di 632.000 decessi di cui il solo 3% dovuto a fatti bellici e il restante 97% agli stenti. Il Museo dell’Assedio è una sorta di memoria della collettività cittadina emersa dall’abisso: a stupire non sono le armi esposte, non i ritratti dei generali e nemmeno i quadri e le foto dei combattimenti, sono i disegni dei bambini e delle bambine delle elementari o il diario di una di queste ultime che, asetticamente, enumera i decessi di tutti i suoi familiari. Una targhetta in basso riporta anche la data di quello della giovanissima autrice.

Un altro dettaglio agghiacciante lo si trova nel “museo del pane” di San Pietroburgo, a poche teche di distanza da quella contenente il pane liofilizzato dei cosmonauti sovietici: è la razione giornaliera degli abitanti della città durante l’assedio, un rettangolino di pochi centimetri quadrati, 125 grammi che dovevano bastare per tutta la giornata e che, in caso di perdita o di confisca della tessera annonaria, venivano impietosamente negati. Poco più grande quello destinato ai combattenti. Quel pane è di color grigio spento che contrasta con quello bruno intenso del “pane nero”, diffusissimo sulle tavole russe, un’ordinanza ne prescrive rigidamente la ricetta e, vista la penuria, i cereali nell’impasto sono quasi del tutto assenti.

In questo panorama di desolazione, tuttavia, ci si sforza di far continuare la vita in una normalità almeno apparente: un torneo di calcio è organizzato in aperta sfida alle armate tedesche e gli atleti della società schermistica continuano, nonostante tutto, gli allenamenti.

Tra gli artisti, Shostakovich compone sotto le bombe la sua Sinfonia di Leningrado, poi divenuta anche oltre i confini sovietici un inno alla resistenza contro il nazifascismo. Marina Nikolaevna Ivanova aveva, ai tempi dell’assedio, poco più di sette anni e, quando i tedeschi strinsero la morsa intorno alla città, si trovava in campagna nella casa dei nonni mentre sua madre era a Leningrado e suo padre a bordo di un’unità della flotta del Baltico.

Ancora oggi conserva, in bella vista nel soggiorno di casa, un elefantino di legno nero protagonista di una storia di guerra: durante il conflitto il soprammobile si trovava in casa di una zia della narratrice che un pomeriggio, avuta notizia di una vendita (eccezionale) di caramelle in un cinema, decise che la gola (o per meglio dire la fame) era più potente del freddo e, sfidando l’inverno, uscì di casa per procurarsene qualcuna. Durante la sua assenza, una granata centrò in pieno la sua camera da letto, non esplose, ma perforò i cinque piani sottostanti andandosi a depositare al pian terreno. Di ritorno a casa, sbalzato di vari metri dal fortissimo spostamento d’aria, l’unico oggetto intatto nella camera fu l’elefantino di legno.

“L’uscita di casa fu provvidenziale per mia zia - racconta Marina - se fosse rimasta dentro, per proteggersi dal freddo, avrebbe passato la giornata sotto le coperte e sarebbe stata centrata in pieno. Quella granata colpì indirettamente anche me - continua -, sotto il letto di mia zia conservavo la mia collezione di “fantiki” (carte di caramelle) che non vedevo l’ora di ritrovare”.”

(Luca Di Mauro in www.rifondazione.be)

 

 

Una frase al giorno

“..qu'une couche isolatrice interposée entre deux surfaces dóuéés d'électricités d'espèce contraire,c'est-à-dire, une couche électriquement chargée, offre une suite de couches élémentaires chargées de même. Nous avons donc là une modification particulière qui a lieu dans toutes les molécules d'une couche d'air interposée entre deux corps, qui s'attirent par leurs électricités contraires, puisque cette couche d'air est necessairement chargée". Legge di Amedeo Avogadro.

(dimostrare: “che uno strato isolante interposto tra due superfici dotate di elettricità di tipo opposto, cioè uno strato elettricamente carico, offre una serie di strati elementari caricati allo stesso modo. Abbiamo quindi qui una particolare modificazione che avviene in tutte le molecole di uno strato d'aria interposto tra due corpi, che si attraggono per le loro opposte elettricità, poiché questo strato d'aria è necessariamente carico”)

(Tonino Lorenzo Romano Amedeo Carlo Avogadro, conte di Quaregna e Cerreto, Torino, 9 agosto 1776 - Torino, 9 luglio 1856, è uno dei fondatori della moderna teoria atomica).

Nel 1811 il fisico torinese Amedeo Avogadro formulò una delle ipotesi fondamentali della chimica moderna, quella che stabiliva che volumi uguali di gas dovessero contenere lo stesso numero di molecole. La validità di tale ipotesi, tuttavia, fu riconosciuta soltanto mezzo secolo più tardi. Per questo motivo essa rappresenta un caso assai importante nella storia dello sviluppo del pensiero scientifico.

Uno scienziato dilettante
Amedeo Avogadro nacque nel 1776 a Torino. Il padre Filippo era un importante uomo politico e consigliò al figlio di intraprendere la carriera di avvocato. Amedeo si laureò in legge a vent'anni, ma nel frattempo cominciò a studiare le materie scientifiche per interesse personale (nel Settecento, infatti, la professione dello scienziato ancora non esisteva). Come molti altri giovani del suo tempo, egli rimase soprattutto colpito dall'invenzione della pila di Alessandro Volta; decise così di iniziare a studiare i fenomeni elettrici. Successivamente passò a esaminare le relazioni tra fenomeni elettrici e fenomeni chimici. Lasciò quindi il lavoro di avvocato per dedicarsi a tempo pieno alla scienza.

Lo studio degli atomi e della materia
Nel corso degli anni, Avogadro fu sempre più desideroso di approfondire le sue conoscenze sulla struttura della materia. In modo particolare, egli fu attratto dalla teoria dello scienziato inglese John Dalton: all'inizio dell'Ottocento, Dalton propose nuovamente l'antica idea che tutti gli elementi chimici fossero composti di atomi, le minuscole particelle indivisibili di cui aveva parlato per la prima volta il filosofo greco Democrito. Secondo Dalton, l'unione di un atomo di idrogeno con un atomo di ossigeno determinava la formazione dell'acqua. Utilizzando i simboli moderni, Dalton avrebbe perciò scritto: H (atomo di idrogeno) + O (atomo di ossigeno) = HO (molecola dell'acqua). Oggi invece sappiamo che la molecola dell'acqua è composta da due atomi di idrogeno e da uno di ossigeno (H2O). Il merito di aver aperto la strada a questa scoperta spetta ad Avogadro.

La legge di Avogadro
Avogadro ebbe l'intuizione di collegare la teoria di Dalton con la legge sulla combinazione dei gas, scoperta in quegli anni dal francese Joseph-Louis Gay-Lussac. La legge dimostrava che 2 litri (o volumi) di idrogeno reagiscono con un solo litro di ossigeno per formare 2 di litri di vapore acqueo. Avogadro pensò che anche la legge di Gay-Lussac fosse dovuta all'esistenza degli atomi. Egli fu così in grado di correggere l'opinione di Dalton, ricorrendo a una brillante ipotesi, tanto semplice quanto geniale: "volumi uguali di gas nelle stesse condizioni di temperatura e di pressione, contengono lo stesso numero di molecole" (detto in seguito numero di Avogadro).

L'ipotesi di Avogadro era destinata a diventare una delle leggi più famose della scienza e la base della moderna teoria atomica. Avogadro, infatti, aveva introdotto un concetto che permetteva di stabilire i rapporti di combinazione tra entità invisibili (atomi e molecole) attraverso i rapporti di entità ben misurabili (i volumi dei gas).

Grazie alla sua ipotesi, Avogadro individuò il criterio generale per determinare l'esatta combinazione degli atomi in una reazione chimica. L'unione della legge di Avogadro con la legge di Gay-Lussac stabilisce infatti che il numero dei volumi dei gas corrisponde al numero di particelle che si uniscono fra loro in una determinata combinazione. Avogadro, dunque, stabilì correttamente che per formare l'acqua erano necessari due atomi di idrogeno (e non soltanto uno, come aveva sostenuto Dalton) e uno di ossigeno.

Un tardivo riconoscimento
L'ipotesi di Avogadro non fu però immediatamente accettata dagli altri scienziati. Furono necessari molti anni, nuove teorie e numerose esperienze in laboratorio prima che la legge di Avogadro diventasse la base della moderna teoria atomica, assumendo le caratteristiche oggi descritte in tutti i manuali di fisica e di chimica. Avogadro morì a Torino il 9 luglio 1856, quattro anni prima che la sua ipotesi venisse riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale nel corso del celebre Primo congresso internazionale di chimica, che si svolse a Karlsruhe, in Germania, nel 1860. Le ricerche di Avogadro sono uno dei migliori esempi di quanto la creatività, l'immaginazione e la capacità di elaborare ipotesi originali possano risultare determinanti per lo sviluppo del sapere scientifico.”

(In www.treccani.it)

27 gennaio 1811: il chimico italiano Amedeo Avogadro formula l'omonima legge.

 

Un brano musicale al giorno

Giuseppe Verdi, Messa per Rossini: Libera me

Soprano: Gabriela Benackova
Direttore: Helmuth Rilling
Coro: Prague Philharmonic Chorus Choir: Stuttgart Gachinger Kantorei
Orchestra: Stuttgart Radio Symphony Orchestra

La Messa per Rossini è un Requiem composto per commemorare il primo anniversario della morte di Gioachino Rossini. Proposta da Giuseppe Verdi, la Messa avrebbe dovuto essere eseguita il 13 novembre 1869 (primo anniversario della morte del compositore marchigiano) nella Basilica di San Petronio, a Bologna, città dove Rossini era cresciuto e aveva trascorso gran parte della sua vita. Si tratta di una collaborazione tra tredici diversi compositori italiani (ognuno scrisse una parte della Messa). La composizione di tale Messa fu piuttosto travagliata.

Verdi aveva proposto questa collaborazione tramite una lettera del 17 novembre 1868 (quattro giorni dopo la morte di Rossini), indirizzata al suo editore Tito I Ricordi, disponendo che dopo la performance i manoscritti avrebbero dovuto essere sigillati negli archivi del Liceo Rossini.

Il Consiglio Comunale di Bologna e l'Accademia Filarmonica di Bologna accolsero questa idea con favore, e successivamente nacque anche un comitato (formato da Lauro Rossi, Alberto Mazzucato e Stefano Ronchetti-Monteviti) che venne fondato a Milano, con Giulio Ricordi come segretario. Il comitato scelse i compositori ed assegnò loro precisi compiti; Angelo Mariani accettò di dirigere.

Le prime schermaglie non tardarono ad arrivare. Mariani fu coinvolto anche nelle commemorazioni per Rossini svoltesi a Pesaro, città natale di Rossini, programmate per l'agosto 1869. Nonostante le suppliche di Mariani a Verdi (19 agosto 1869), il musicista emiliano rispose in modo indignato (lo stesso giorno), asserendo - inoltre - che non avrebbe partecipato. In una lettera del 24 agosto, Mariani espresse angoscia circa quella risposta. La composizione della parte riservata a Verdi fu intanto terminata nell'estate del 1869, e consegnata a Ricordi il 21 agosto. Nel frattempo, la commissione aveva chiesto all'impresario del Teatro Comunale di Bologna, Luigi Scalaberni (1823-1876), di mettere a disposizione i solisti, l'orchestra ed il coro, in vista della prima del 13 novembre. Il 6 ottobre, però, Scalaberni rifiutò per motivi commerciali, poiché - a suo dire - tale situazione avrebbe compromesso l'andamento della stagione lirica del suo teatro. Le autorità municipali, poi, suggerirono di rinviare le commemorazioni fino a dicembre, dopo la stagione lirica. Verdi contestò tale ritardo, anche per via di un suggerimento del comitato (intenzionato a spostare la prestazione a Milano). In una lettera del 27 ottobre 1869 a Ricordi, Verdi si scaglia contro i ritardi e il trasferimento, accusando il direttore Mariani per la situazione, e aggiungendo: "Chi sarebbe il direttore a Milano? Non può e non deve essere Mariani." L'esecuzione della composizione, completata entro l'estate del 1869, fu poi annullata. Il manoscritto, successivamente, cadde nell'oblio.

Giuseppe Verdi riadatterà il proprio contributo, il conclusivo "Libera me", per la sua Messa da Requiem del 1874, dedicata ad Alessandro Manzoni.

La partitura completa della Messa per Rossini fu scoperta dal musicologo americano David Rosen nel 1986, ed eseguita nel settembre del 1988 dalla Gächinger Kantorei, condotta da Helmuth Rilling, in occasione del Festival Europeo di Musica di Stoccarda, e, nei giorni successivi, prima nel Duomo di Parma, poi nel quadro della Sagra musicale umbra, a Perugia.”

(Wikipedia

27 gennaio 1901: muore a Milano Giuseppe Verdi

 


Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

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Ugo Brusaporco

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