“L’amico del popolo”, 28 aprile 2021

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Anno V. La rubrica ospita il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

DUEL IN THE SUN (Duello al sole, US 1946), regia di King Vidor. Prodotto da David O. Selznick. Scritto da Oliver H.P. Garrett (adattamento), David O. Selznick (sceneggiatura). Ben Hecht (non accreditato). Basato sul romanzo Duel in the Sun del 1944 di Niven Busch. Narrato da Orson Welles. Musiche: Dimitri Tiomkin. Fotografia: Lee Garmes, Ray Rennahan, Harold Rosson. Montaggio: John D. Faure, Charles L. Freeman, Hal Kern, William H. Ziegler.

Cast: Jennifer Jones nel ruolo di Pearl Chavez. Joseph Cotten nel ruolo di Jesse McCanlesà. Gregory Peck nel ruolo di Lewton "Lewt" McCanles. Lionel Barrymore nel ruolo del senatore Jackson McCanles. Herbert Marshall nel ruolo di Scott Chavez. Lillian Gish nel ruolo di Laura Belle McCanles. Walter Huston nel ruolo di Jubal Crabbe, The Sinkiller. Charles Bickford nel ruolo di Sam Pierce. Harry Carey nel ruolo di Lem Smoot. Charles Dingle nel ruolo dello sceriffo Hardy. Sidney Blackmer nel ruolo dell '"amante" della signora Chavez. Butterfly McQueen nel ruolo di Vashti. Otto Kruger nel ruolo del signor Langford. Joan Tetzel nel ruolo di Helen Langford. Tilly Losch nel ruolo della signora Chavez.

 

Texas, fine XIX secolo: un condannato a morte, colpevole di uxoricidio, riceve in cella la visita della figlia Perla per un ultimo saluto. La esorta a trasferirsi presso la tenuta di una lontana parente, Arabella, moglie di un ricco senatore, dove potrà trovare affetto e serenità. Giunta là, Perla attira però i desideri dei due figli della coppia, a causa della sua prorompente bellezza. Il senatore stravede per un figlio, Lewis, audace, coraggioso e arrogante, mentre mostra insofferenza verso quello maggiormente sensibile e responsabile, Jackie. Sarà allora proprio il favorito dei due, Lewis, a tentare approcci pesanti con la ragazza, la quale se ne innamorerà. Col passare del tempo i dissapori tra i fratelli aumentano, nutriti anche dal differente modo di rapportarsi alla giovane: Lewis si spingerà fino al punto di sparare a Jackie.

 

“Il melodramma (western) preferito da Martin Scorsese. A ragione. Film unico col suo technicolor delirante, l'erotismo che gronda tra le maglie della censura dell'epoca, i set grandiosi. I cattivi, Peck e Jones, sono i veri protagonisti del film, col loro rapporto sadico, violento, sanguigno, completamente immorale e che li porterà alla morte, tenendosi per mano dopo essersi uccisi a vicenda.

È uno di quei film hollywoodiani che si può dire essere più del produttore che del regista. Selznick ne cambiò più di uno, supervisionò l'intero lavoro. dalla sceneggiatura al casting (davvero trasgressiva e grande la scelta della Jones che aveva interpretato poco prima Bernadette e ora si trovava ad essere una focosa messicana), insomma una specie di Jerry Brucheimer più intelligente e utile alla storia del cinema.”

(In www.pigrecoemme.com)

 

“Il più malato, perverso, morboso, melodrammatico, fiammeggiante western che mai sia stato fatto. Lo firma King Vidor nel 1946, produttore quel genio immane e insopportabile di David O. Selznick, quello per capirci di Via col vento. L’amore tra la meticcia Perla e Lew, il bacato figlio del padrone, è amour fou nel senso più pieno e letterale. Inutilmente cercheranno di lasciarsi, si ritroveranno insieme e insieme moriranno da amanti-nemici, in una scena finale da storia del cinema. Impossibile dimenticare, impossibile non amare quel loro duello tra le rocce che, tra sangue e urla, è disperata, furibonda dichiarazione d’amore e si conclude in un abbraccio di corpi senza vita. Sì, qui eros e thanatos viaggiano davvero insieme, e non è una forzatura psicanalitica. È, semplicemente e soltanto, cinema. Grande coppia Gregory Peck-Jennifer Jones. Ma a risplendere è soprattutto lei, eroina folle e disperata. Colori folli e aggressivi, strapieni, come il film. Capolavoro.”

(In nuovocinemalocatelli.com)

 

Il film:

  • Duel In the Sun, 1946, Western con Gregory Peck, Jennifer Jones, Joseph Cotten
  • Duel in the Sun | Western, Drama | Jennifer Jones, Joseph Cotten| Directed by King Vidor
  • Duello al sole - con Gregory Peck - Joseph Cotten. Film Completo ITA

 

Un grande attore: “Barrymore, Lionel, nome d'arte di Lionel Blythe, attore teatrale e cinematografico statunitense, nato a Filadelfia il 28 aprile 1878 e morto a Van Nuys (California) il 15 novembre 1954.

Primogenito di una celebre famiglia di attori, nella sua lunga carriera cinematografica (45 anni e circa 250 film) fu soprattutto un caratterista di lusso, ma ricevette un Oscar per uno dei suoi rari ruoli da protagonista, in A free soul (1931; Io amo) di Clarence Brown.

Fin da bambino recitò episodicamente in teatro, ma il suo vero debutto avvenne a quindici anni, a fianco della nonna materna Louisa Lane; nel 1900 era già un attore affermato, e iniziò a recitare a Broadway.

Nel frattempo, frequentò diverse scuole d'arte in patria e in Gran Bretagna, e dal 1906 al 1909 studiò pittura a Parigi. Tornato a New York, riprese saltuariamente l'attività teatrale ed esordì nel cinema lavorando tra il 1909 e il 1914 come attore alla Biograph (prevalentemente con David W. Griffith, per il quale nel 1912-13 scrisse anche tre sceneggiature); nel 1913 fu inoltre regista di cinque cortometraggi. Passò poi ad altre case di produzione, e nel 1917 diresse e sceneggiò il suo primo lungometraggio (Life's whirlpool, in cui recitava la sorella Ethel).

Dal 1917 si dedicò, con grande successo, soprattutto al palcoscenico, che però abbandonò definitivamente nel 1925, mentre l'anno seguente firmò un contratto (rinnovato nel 1943) che lo legò alla Metro Goldwyn Mayer e si trasferì a Hollywood. Il suo fisico (voce rauca e profonda, corpo massiccio, volto dai lineamenti segnati, sguardo penetrante) lo portò a specializzarsi in ruoli di padre burbero ma dal cuore d'oro, e più tardi di uomo vecchio, saggio e comprensivo, specialmente dopo il 1938, quando l'artrite e i postumi di un incidente lo costrinsero a recitare su una sedia a rotelle.

Tra i film da lui interpretati vanno ricordati Treasure island (1934; L'isola del tesoro) e Captains courageous (1937; Capitani coraggiosi) di Victor Fleming, David Copperfield (1935; Davide Copperfield) e Camille (1937; Margherita Gautier) di George Cukor, You can't take it with you (1938; L'eterna illusione) e It's a wonderful life (1946; La vita è meravigliosa) di Frank Capra, Duel in the sun (1946; Duello al sole) di King Vidor, Key Largo (1948; L'isola di corallo) di John Huston. A eccezione di Grand Hotel (1932) di Edmund Goulding e Dinner at eight (1933; Pranzo alle otto) di Cukor, in cui era però affiancato dalle maggiori star di Hollywood (tra cui il fratello John), fu protagonista solo in A free soul e in The devil doll (1936; La bambola del diavolo) di Tod Browning, dove (per metà del film travestito da donna) si scatenò in una interpretazione di alto istrionismo, temperato da una vena d'ironia, inusuale nel genere horror.

Nel periodo 1929-1931 aveva diretto, senza particolare originalità, cinque lungometraggi, tra cui Madame X (1929), che nel 1930 gli valse una nomination all'Oscar per la regia.

Scrisse nel 1951 (con C. Shipp) una storia della sua famiglia, We Barrymores, e nel 1953 un romanzo, Mr. Cantonwine. Fu anche un apprezzato paesaggista e incisore, e un discreto musicista: oltre alle colonne sonore di due suoi film, compose numerosi lavori orchestrali o da camera (tra cui uno in memoria del fratello John), e persino un'opera lirica, tutti eseguiti con successo negli Stati Uniti.”

Callisto Cosulich, Enciclopedia del Cinema, 2003, in www.treccani.it)

 

Immagini:

 

Una poesia al giorno

Ben son lungi da te, vago mio Nume, di Aurora Sanseverino 

Ben son lungi da te, vago mio Nume,
Qual per mancanza di vitale umore
Arida pianta, qual senza vigore,
Palustre augel con basse e tarde piume

Ben son lungi da te qual senza lume.
Notte piena di tenebre, e di orrore:
Ben son lungi da te qual secco fiore,
Cui soverchio calor’ arda e consume,

In te, mia vita, han posa i miei desiri:
Or se da te tant’aria mi diparte,
Qual pace troveran gli aspri martiri?

Ahi dunque è ben ragion, che in mille carte
Sfoghi sue angosce in lagrime, e sospiri
Quest’alma, che sì strugge a parte a parte.

 

 

Aurora Sanseverino nacque a Saponara, oggi Grumento Nova (Potenza), il 28 aprile 1669 (o 1667, secondo una ricerca genealogica) da Carlo Maria, principe di Bisignano e da Maria Fardello principessa di Pacecco.

Le fu dato il nome di Aurora forse perché in un famoso dipinto del tempo, eseguito dall’abate Giovanni Ferro ed intitolato “L’Aurora”, era raffigurata una bellissima fanciulla che spargeva fiori sul mondo. Fin da bambina mostrò intelligenza sveglia e carattere tenace, tanto da indurre i genitori a coltivare queste doti.

Suo padre era appassionato di letteratura, pittura e musica, al punto da far costruire nel suo palazzo, abbellito ed ampliato, addirittura un teatro. Così ella, sulle orme paterne, si avviò agli studi, sotto la guida di ottimi precettori. Studiò varie discipline, fra cui il latino, la filosofia e la storia, mostrando grande passione per la poesia e la musica.

Sposò, il 25-12-1680 (aveva solo 11 anni e 8 mesi), il conte Girolamo Acquaviva di Conversano, il quale morì nel settembre del 1681, lasciandola senza figli. Tale perdita causò in lei grande sofferenza. A Napoli conobbe e poi sposò, il 28 aprile 1686, Nicola Gaetani dell’Aquila d’Aragona. Le nozze, fastosissime, avvennero nei feudi paterni della Basilicata. Durante la cerimonia il padre della sposa fece rappresentare, nel teatro del suo palazzo, il dramma pastorale “Eliodoro”. A quei tempi, a Napoli, vivevano studiosi di letteratura italiana e latina, di filosofia, giurisprudenza, generalmente di medio livello. Questi personaggi si incontravano in eleganti salotti. Tra essi vi era anche Aurora, bellissima dama aristocratica, che già aveva scritto rime poetiche, che le avevano fatto meritare simpatia ed apprezzamento generale. Intanto, nel 1690, a Roma, era nata un’Accademia letteraria, chiamata Arcadia, costituita da un gruppo di letterati che, inizialmente, si riunivano in salotti aristocratici romani. L’intenzione era di opporsi alla poesia artificiosa, auspicando un ritorno al classicismo e ad una poesia ispirata a sentimenti veri. Costoro assumevano nomi evocati dal mondo pastorale e venivano chiamati pastori arcadi.

In verità la poesia non raggiungeva grandi livelli in quei ricchi signori; tuttavia, l’iniziativa favorì incontri fra personaggi diversi e quindi portò un reale sviluppo della cultura (limitatamente a quelle categorie di privilegiati). Anche Aurora s’iscrisse all’Accademia dell’Arcadia di Roma (anno 1695) ed assunse il nome di Lucinda Coritesia, Pastorella Arcade. Poiché anche il marito Nicola apparteneva alla stessa Accademia fra i due, almeno nella prima fase del matrimonio, vi fu buona armonia e unità di vedute. In seguito, Aurora fece parte anche:

  • 1) della Colonia Arcadica Sebezia di Napoli,
  • 2) dell'Accademia degli Spensierati di Rossano (Cosenza),
  • 3) dell’Accademia degli Innominati di Bra (Cuneo), con il nome “La Perenne”.

Ella riceveva regolarmente gli iscritti a queste Accademie nel suo salotto di casa Gaetani, a Port’Alba, Napoli. Solitamente Aurora viveva a Napoli, ma spesso veniva anche a Piedimonte, nel Palazzo Ducale della famiglia Gaetani. Per suo volere, questo Palazzo subì una profonda ristrutturazione, diventando più elegante e raffinato. Accanto al Palazzo fu costruito, ancora per suo desiderio, un piccolo teatro, nel luogo ove precedentemente era il seggio comunale, comunicante internamente con il Palazzo stesso. Nel 1699 in quel teatro vi fu rappresentata, per la prima volta, una commedia, di autore ignoto, dal titolo “Marte e Imeneo”, con prologo musicato dal bolognese Giacomo Antonio Perti. La stessa Aurora vi partecipò, recitandovi una parte. Nel 1707, ancora in quel teatro, fu rappresentato un melodramma di Giuvo - Fago dal titolo “Il Radamisto”. Nel 1711 vi fu addirittura una stagione lirica. Nello stesso teatro, o in altri saloni, furono rappresentati melodrammi e serenate.

Vi furono rappresentate, in particolare, le opere “Semèle” di Giuvo - Mancini, la “Cassandra indovina “di Giuvo - Fagoe tre serenate: la prima di Perti, la seconda di N. Porpora e la terza di Händel (dal titolo “Aci,Galatea e Polifemo”).

Tra le attività della poetessa vi era anche la caccia al cinghiale nei monti del Matese. Aurora era molto bella e slanciata, aveva i capelli ricci, ma allo stesso tempo doveva essere una donna energica, guerriera, se era in grado di ammazzare i pericolosi cinghiali.

Ebbe due figli: Cecilia e Pasquale, i quali morirono entrambi prima dei genitori.

Aurora morì a Piedimonte (oggi Piedimonte Matese) il 2 luglio 1726 e fu seppellita nella Chiesa dell’Immacolata Concezione (detta anche della SS. Concezione di Maria) dei Chierici Regolari Minori, presso il Convento Madonna delle Grazie (alle falde del monte Cila), da lei fatto edificare.”

(In www.comune.grumentonova.pz.it)

 

Un fatto al giorno

28 aprile 1945: Seconda Guerra Mondiale, Trieste. I tedeschi prima di abbandonare la città prelevano dalle Carceri del Coroneo un gruppo di partigiani e civili italiani e slavi; caricati su di un camion e portati a Opicina, vengono fucilati.

“Opicina è una delle principali frazioni della città di Trieste sul Carso. Prima della Grande guerra era nota col nome triestino di Opcina o in sloveno Opčine. Spesso viene chiamata tuttora Villa Opicina o Poggioreale del Carso che sarebbero ambedue denominazioni dell'importante stazione ferroviaria, ma non del paese stesso. La frazione è da sempre abitata prevalentemente da popolazione di lingua slovena. Nel 1944 contava circa 3.000 abitanti tra i quali 156 entrarono a far parte delle unità partigiane e 84 furono attivisti antifascisti. Opicina rappresentava l’anello di congiunzione tra le unità partigiane del Carso ed il movimento di liberazione di Trieste. I primi contatti con il Fronte di Liberazione Sloveno di Trieste risalgono già all’ottobre del 1941. I comitati clandestini operarono ininterrottamente dall’ottobre 1943 (quando si costituì il primo comitato del Fronte di Liberazione sloveno) sino alla liberazione. Il paese fu presidiato sin dal 1943 dalle forze tedesche, soprattutto per la sua posizione strategica nella difesa della città di Trieste. Il giorno 28 aprile del 1945 prima di abbandonare la città vengono prelevate dalle Carceri del Coroneo un gruppo di patrioti italiani e slavi; caricati su di un camion, furono portati a Opicina dove vennero fucilati. Da un elenco sui registri del cimitero di S. Anna risultano 12 nomi, 8 dei quali portano l'indicazione della morte per fucilazione il 28.4.45 ad Opicina fra le ore 11.15 e le 14.

Elenco delle vittime decedute

  1. Barut Oscar nato il 13/02/1924, 22anni, nato a Trieste, residente a Trieste, partigiano dell’Esercito Popolare di Liberazione di Jugoslavja.
  2. Belloro Adolfo nato il 19/07/1925 (elenco caduti riporta 28/6/1920), 20 anni, nato a Trieste, residente a Trieste, partigiano della Div. Garibaldi Natisone e della Brg. Trieste, elettricista.
  3. Brana (sposata Hass) Albina nata il 01/03/1913, 31 anni, nata a Trieste, residente a Trieste, partigiana dell’Esercito Popolare di Liberazione di Jugoslavja, Distaccamento Litorale Meridionale, I btg. Arrestata dalla Banda Collotti - Ispettorato di Pubblica Sicurezza Trieste, casalinga, moglie di Hass Ruggero.
  4. Bressan Armando nato il 11/06/1919, 26 anni, nato a Polazzo (GO), residente a Fogliano di Redipuglia (GO), partigiano della Brg. Osoppo Friuli, tubista.
  5. Caucci (Kaučič) Bruno nato il 09/07/1927 (altre fonti parlano di 1924), 18 anni, nato a Trieste, residente a Trieste, partigiano della Brg. Garibaldi Trieste, GAP, tornitore.
  6. Hasan - Kara Stjepan, 35 anni.
  7. Hass Ruggero nato il 26/11/1911, 33 anni, nato a Villa Opicina – Trieste, residente a Villa Opicina – Trieste, partigiano della Brg. Garibaldi Trieste, Btg. GAP. Arrestato dalla Banda Collotti - Ispettorato Pubblica Sicurezza, falegname.
  8. Cunja (Huna - Kuna) Ivan non meglio identificato.
  9. Maovaz (Maovac) Mario nato il 12/4/1880, 65 anni, nato a Spalato, residente a Roma domiciliato a Trieste, partigiano del CVL di Trieste della Brg. Giustizia e Libertà, ufficiale di collegamento col CLNAI, commerciante.
  10. Perusic Josip non meglio identificato.
  11. Stipanich (Stipanič) Guido non meglio identificato.
  12. Trevisan Albano nato il 04/08/1923, 21 anni, nato a San Martino del Carso, residente a Redipuglia, partigiano della Div. Garibaldi Natisone, operaio.
  13. Visintin Giuseppe nato il 21/03/1919, 26 anni, nato a Sagrado Poggio Terza Armata, residente a Sagrado Poggio Terza Armata, partigiano della 3 Div. Osoppo Friuli, tracciatore.
  14. Vrhovnik Vladimir non meglio identificato.
  15. Vurnic (Vukič) Ivan, 32 anni, non meglio identificato.

La documentazione non definisce tutte le vittime, in ogni caso dovrebbe trattarsi per lo più di partigiani.

 

“… Si deve ricordare che la sicurezza della città di Trieste era affidata ai comandi della Sipo/SD: la Sicherheitspolizei und Sicherheitsdienst comprendeva la Kriminalpolizei - Kripo - la polizia criminale, responsabile per i reati comuni, la Gestapo - Geheime Staatspolizei - la polizia segreta di stato ed in fine il Sicherheitsdienst, il servizio di sicurezza delle SS, facente parte del Reichssicherhaitshauptamt (RSHA). Le funzioni esercitate dai diversi comandi locali della Sipo/SD erano: la lotta agli oppositori del nazismo, l’individuazione e l’annientamento delle organizzazioni legate al movimento di liberazione, tutte le misure repressive nei confronti degli ebrei, la repressione della criminalità comune. Per quanto riguardava la repressione partigiana si limitava alla raccolta di informazioni e ad operazioni di più spiccato carattere poliziesco, tra cui interrogatori, deportazioni e rappresaglie. Per la provincia di Trieste fu responsabile inizialmente il Comando centrale della Sipo/SD dell’OZAK, poi, sembrerebbe a partire dalla metà del 1944, venne istituita un ufficio distaccato. Per quanto riguarda la città di Trieste i relativi compiti erano svolti direttamente dall’ufficio centrale del Comando Supremo delle forze di sicurezza di tutto il territorio (Höherer SS- und Polizei-Führer in der OZAK).”

(In www.straginazifasciste.it)

 

La Banda Collotti a Trieste negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale

Nell’aprile del 1942 il Ministero degli Interni costituì a Trieste un Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza, il cui scopo era la repressione dell’attività antifascista con particolare riguardo a quella slava. Bisogna precisare che nessun’altra provincia italiana conobbe un’istituzione del genere.

Non fu certo l’arrivo dei nazisti a rendere particolarmente efferati i metodi repressivi dell’Ispettorato Speciale, difatti la maggior parte delle testimonianze raccolte nel corso dei processi, celebrati nel dopoguerra, contro i suoi appartenenti risale a periodi antecedenti il 25 luglio 1943 (destituzione di Mussolini).

All’8 settembre 1943 l’Ispettorato aveva sede a Trieste in Via Bellosguardo 8 in quella che era già nota come la famigerata “Villa Triste”; era comandato dall’ispettore generale Giuseppe Gueli e comprendeva 180 uomini. La villa, che era stata requisita ad una famiglia ebraica, fu demolita nel dopoguerra ed al suo posto fu edificata una palazzina residenziale. È stata quindi in tal modo eliminata la possibilità di utilizzarla quale “memento” di un passato che non dovrebbe più ritornare.

Dopo l’8 settembre l’Ispettorato fu temporaneamente sciolto dal governo repubblichino, ma fu presto ricostituito come Ispettorato Speciale al cui comando rimase sempre Gueli, che però si teneva in disparte lasciando che si facesse notare pubblicamente il giovane ed ambizioso vicecommissario Gaetano Collotti. Va qui ricordato che Gueli s’era trovato a fare parte del corpo di sorveglianza di Mussolini quand’era prigioniero al Gran Sasso: lo sorvegliò così bene che, com’è noto, il “duce” fu liberato da un commando tedesco e portato al Nord. In seguito, diversi agenti che avevano fatto parte del corpo di sorveglianza seguirono Gueli a Trieste quando questi fu rimesso a capo del ricostituito Ispettorato. Il corpo era alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno della Repubblica di Salò, ma era posto sotto il controllo del comando SS di Trieste.

Nel febbraio del 1944 il prefetto di Trieste Tamburini nominò maresciallo lo squadrista Sigfrido Mazzuccato, incaricandolo di costituire un reparto di polizia ausiliaria (la squadra politica che avrà sede nella via San Michele, nota anche come “squadra Olivares”, dal nome della sede del gruppo fascista rionale, intitolata ad Alfredo Olivares, fascista morto nel corso di scontri nel 1921) all’interno dell’Ispettorato stesso. Di questo corpo fecero parte circa 200 ausiliari, per lo più squadristi locali; di essi 170 erano pregiudicati per reati comuni. Il reparto fu sciolto nel settembre del ‘44 per ordine delle autorità germaniche e lo stesso Mazzuccato fu spedito in Germania. Così scrive lo storico Galliano Fogar: “Mazzuccato finisce deportato dagli stessi tedeschi venuti a conoscenza di alcune malversazioni da lui compiute” (“Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali”, Del Bianco 1968).

Leggiamo ora alcune testimonianze tratte dagli atti del processo Gueli, conservate presso l’archivio dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste (all’epoca del processo Gueli, Ercole Miani, il dirigente del CLN triestino e fondatore della Deputazione di Storia del Movimento di Liberazione, poi diventata Istituto Regionale, trascrisse una parte delle testimonianze e le raccolse in un dattiloscritto denominato “carteggio processuale Gueli”, n. d’archivio XIII 915).

Cominciamo dalla testimonianza del dottor Paul Messiner, austriaco, che nel 1944 ricopriva la carica di capo-sezione Giustizia del Supremo Commissariato della Zona di Operazioni del Litorale Adriatico:

“Mi è stato riferito che nell’anno 1944 l’Ispettorato di PS di via Bellosguardo, trasferitosi dopo in via Cologna, procedette all’arresto dei fratelli Antonio e Augusto Cosulich (armatori che avevano finanziato il CLN, n.d.a.). Il barone Economo si rivolse al Supremo Commissario dott. Rainer per ottenere l’immediato trasferimento dei detenuti dall’Ispettorato alla sede delle SS di piazza Oberdan, a causa dei noti sistemi di tortura dei detti agenti italiani, usati contro patrioti. Il Supremo Commissario accolse subito la richiesta e disse che la polizia tedesca non usava i metodi crudeli e le sevizie escogitati dall’Ispettorato. Ho saputo da diverse persone e tra queste dall’avv. Toncic, che la polizia italiana usava metodi barbari e sadici contro i detenuti. Ho parlato e fatto rapporto scritto al dott. Rainer… Mi sono state date assicurazioni in merito. (…) Il giudice Anasipoli sa che ho fatto arrestare due agenti dell’Ispettorato pur non rientrando nelle mie attribuzioni. (…) Ho dato ordine che i tribunali provinciali italiani non potessero giudicare antifascisti e che se avessero violato tale ordine sarebbero stati arrestati”.

Ecco la testimonianza del giudice Anasipoli, allora giudice di collegamento tra la Corte di Appello, Procura Generale, e la sezione giudiziaria retta dal dott. Messiner:

“Ricordo che un giorno il dott. Messiner ebbe casualmente a comunicarmi di essere stato costretto a far arrestare due funzionari di PS dei quali ricordo il nome del Mazzuccato Sigfrido (l’altro era Miano Domenico, n.d.a.). E ciò in seguito a numerose lagnanze presentategli relativamente a maltrattamenti violenze, percosse usate da detti agenti contro persone arrestate”.

Qui potrebbe addirittura sembrare che i nazisti tutelassero i diritti civili a Trieste, ma in realtà, se proseguiamo nella lettura delle testimonianze contenute nel “Carteggio processuale Gueli”, come quella dell’avvocato Toncic, vediamo che la situazione era ben diversa:

“Slavik mi disse di aver fatto un esposto al capo della sezione giustizia dell’ex-Commissariato dott. Paul Messiner e me lo mostrò. In tale esposto oltre a narrare quanto contro di lui era stato commesso dagli agenti (dell’Ispettorato, n.d.a.), espose anche i maltrattamenti e le violenze carnali commesse ai danni di una ragazza diciassettenne e di una signora di Trieste. Il dott. Slavik fu arrestato poco tempo dopo dalle SS germaniche e deportato a Mauthausen dove purtroppo trovò la morte”.

Racconta invece Pietro Prodan, che fu arrestato sedicenne, nel 1944, assieme alle sorelle Nives e Nerina: “Tra i poliziotti che procedettero al nostro arresto c’era anche Sigfrido Mazzuccato”. Dopo un mese e mezzo di sequestro in Via Bellosguardo, dove furono picchiati tutti e tre, anche da Collotti in persona, “mi hanno portato in Germania al campo di Buchenwald dove sono stato liberato dagli alleati. Nello stesso campo di concentramento è venuto nel novembre del 1944 anche il maresciallo Mazzuccato che, la Vigilia di Natale, verso mezzanotte, è stato trasportato nel forno crematorio e gettato in esso. Ho visto coi miei occhi la cartella scritta dai tedeschi in cui si diceva: “Mazzuccato, deceduto per catarro intestinale il 24 dicembre 1944”.

Così dunque morì Mazzuccato, in un finale quasi biblico. Quanto a Miano, fu arrestato dalla Gestapo di Verona il 10/5/44 e dopo cinque mesi nelle celle sotterranee (pare sia anche stato torturato), fu deportato a Flossenburg, da dove fu liberato il 23/4/45.

Sui crimini e misfatti commessi dall’Ispettorato fin dall’inizio della sua “attività” (violenze e torture, ma anche rastrellamenti ed esecuzioni di partigiani, come pure rapine e furti ai danni degli arrestati), esistono moltissime testimonianze, trascritte in più libri e facenti parte, come quelle da noi riportate nelle righe precedenti, degli atti dei processi Gueli e Ribaudo ed anche di quello della Risiera di S. Sabba. Le violenze e le torture erano pratica comune e notoria, al punto che lo stesso vescovo Santin, già nel 1942, aveva cercato di intervenire per far cessare le vessazioni, pur sostenendo che all’inizio non aveva preso sul serio le testimonianze che parlavano delle sevizie inflitte agli arrestati.

Inoltre, l’ispettore Umberto De Giorgi, della Polizia Scientifica, firmò in data 18/1/46 una “perizia sui metodi di tortura dell’Ispettorato Speciale”. Tale perizia, richiesta dal Procuratore Generale Colonna per conto della Corte d’Assise Straordinaria di Trieste (istituita dal Governo Militare Alleato che amministrò la città nell’immediato dopoguerra per punire i crimini nazifascisti) descrive, tra le altre cose, i metodi di tortura della “cassetta” e della “sedia elettrica”. Leggiamone le descrizioni: “stando alle deposizioni testimoniali, allorquando la vittima non confessava (nonostante il dolore provocato dalla distensione forzata di tutto il corpo mediante trazione delle corde fissate agli arti e fatte scorrere negli anelli infissi al pavimento, che spesso provocavano la lussazione delle spalle), era costretta a subire l’introduzione nell’esofago del tubo dell’acqua, che le veniva fatta ingoiare fino a riempimento totale dello stomaco; indi per azione di compressione esercitata da un segugio sul torace, le veniva fatta rigurgitare a mo’ di fontana, che, stante la posizione supina, spesso doveva minacciare di soffocamento la vittima stessa; ed allorquando entrambe le azioni combinate non bastavano a farli confessare, gli interrogati vi venivano costretti, mediante l’azione termica di un fornello elettrico collocato sotto la pianta dei piedi denudati (…) la sedia elettrica consisteva in una sedia-poltrona, a spalliera alta, con leggera imbottitura in cuoio, a braccioli, su cui venivano legati gli avambracci della vittima ad uno dei quali veniva fissato un bracciale metallico unito al polo negativo di un apparecchio conduttore elettrico regolabile, a reostato. Al polo positivo era collegato una specie di pennello con manico isolato, e frangia metallica che serviva per chiudere il circuito su qualsiasi parte non isolata del corpo della vittima, il quale veniva così attraversato dagli impulsi della frequenza della corrente elettrica. Questo metodo, apparentemente molto impressionante, non poteva produrre lesioni organiche o conseguenze dannose sul corpo umano. Tuttavia, è noto che anche volgarissimi pregiudicati rotti a tutte le astuzie e raffinatezze per sfuggire agli interrogatori, si abbandonarono ad esaurienti confessioni, che trovarono conferma nei fatti, alla sola visione dell’apparato, senza essere stati sottoposti alla sua azione” (relazione conservata nell’Archivio IRSMLT n. 913).

Probabilmente lo stesso estensore del rapporto si sarebbe “abbandonato ad esaurienti confessioni” se messo nella prospettiva di dover subire la tortura della “sedia elettrica”. D’altra parte, è per noi una novità che un corpo umano sottoposto a continue e potenti scariche elettriche non subisca alcuna conseguenza da questo trattamento: basterebbe chiedere a qualcuno che è stato torturato in questo modo.

Ma sempre a proposito di questo metodo di tortura, l’agente di PS Giuseppe Giacomini dichiarò, nel corso del processo contro Gueli: “L’apparecchio di tortura elettrico è stato portato nella sede dell’Ispettorato da Collotti al quale venne regalato dalle SS secondo quanto sentivo dire dagli agenti” (Archivio IRSMLT XIII 915).

Dopo lo scioglimento della “banda Olivares” di Mazzuccato rimasero in forza all’Ispettorato 415 uomini: 100 effettivi, 209 ausiliari, 35 alle dirette dipendenze di Gaetano Collotti (la “banda Collotti” vera e propria). Nell’autunno del 1944 l’Ispettorato si trasferì da via Bellosguardo in via Cologna, già sede di una tenenza dei Carabinieri. L’edificio di Via Cologna è tuttora esistente; nella “galleria” troverete una piantina di esso.

Presso l’archivio dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste è conservata una “foto-ricordo” della “banda Collotti” (n. d’archivio 912, esposta anche al Museo della Risiera di S. Sabba e pubblicata in alcuni libri). Questa foto è stata scattata a Borst-S. Antonio in Bosco, (comune di Dolina-S. Dorligo della Valle, in provincia di Trieste), dopo un’azione di rastrellamento che costò la vita a tre partigiani nel gennaio del ‘45. Allegata alla foto v’è la testimonianza di un agente di PS che identifica i tredici componenti del gruppo.

I componenti del gruppo sono stati identificati come: Gaetano Collotti e Rado Seliskar (fucilati dai partigiani a Carbonera presso Treviso il 28/4/45 mentre cercavano di fuggire); Mauro Padovan (che risulta ufficialmente morto come Guardia civica presso Monfalcone il 30/4/45, ma altre fonti lo danno o ucciso a Carbonera con Collotti oppure nel palazzo di giustizia di Trieste, che era il quartier generale di Globocnik, durante l’assedio operato dall’Esercito jugoslavo); Bruno Pacossi, Salvatore Giuffrida, Nicola Alessandro (che viene dato per ucciso a Carbonera, ma del fatto non abbiamo riscontri anagrafici); Matteo Greco (fucilato e gettato nella foiba “Plutone”); Dario Andrian (arrestato e disperso in Jugoslavia); Antonio Iadecola, che pare si limitasse a fare da autista; Mirko Simonic, che nel dopoguerra dichiarò di avere fatto parte del CLN; Gustavo Giovannini e Gaetano Romano. Inoltre, nella foto appare un SS non identificato.

Oltre alla “lotta antipartigiana” i membri dell’Ispettorato si occupavano anche di andare a prelevare gli Ebrei da deportare in Germania: gli agenti si presentavano in casa delle persone da prelevare, in genere in seguito a denunce di solerti vicini di casa o bottegai della zona (va ricordato che i nazisti ricompensavano con 10.000 lire - dell’epoca! - i delatori per ogni denuncia che portava ad un arresto), i prigionieri venivano poi portati in Via Bellosguardo e di lì “smistati” in Risiera. Forse gli Ebrei arrestati venivano prima portati nella sede della “banda” per poterli derubare prima di consegnarli alle SS? Sarebbe interessante sapere di quali “malversazioni” si macchiò Mazzuccato a parere dei nazisti.

Uno dei membri dell’Ispettorato che, secondo le correnti teorie storiche sulle “foibe”, viene considerato “infoibato” in quanto incarcerato a Lubiana e probabilmente fucilato, è l’agente Alessio Mignacca, specializzato nella ley de fuga, come leggiamo in alcuni documenti raccolti nel “carteggio processuale Gueli”. Ad esempio, uccise Francesco Potocnik, che “rotto un vetro della finestra saltava dal I piano nel cortile interno e cercava di fuggire. Fatto segno a vari colpi di pistola da parte dell’agente Mignacca e raggiunto da un proiettile cadeva ucciso” (Carteggio processuale Gueli, cit.); e ferì gravemente Roberto Caprini che “tentava di darsi alla fuga saltando da una finestra al primo piano nel sottostante giardino ove veniva raccolto dalla guardia di PS Mignacca Alessio”. Mignacca partecipava anche agli “interrogatori”, come nel caso di Umberta Giacomini, che quando fu arrestata era incinta di quattro mesi: fu “interrogata” da Collotti in persona, che la picchiò selvaggiamente assieme ad altri agenti, tra i quali Mignacca, che la colpì con un calcio ed in seguito a questo la donna abortì.

Quando nel dopoguerra fu celebrato il processo contro Gueli ed altri membri dell’Ispettorato si discusse anche delle violenze subite da Umberta Giacomini: la sentenza rileva che nella cartella clinica non v’è “nessun cenno al preteso aborto” e che “per questa ragione e per l’altra che non vi è nessuna prova della pretesa gravidanza della Giacomini, non si può dire che esiste la circostanza aggravante”. Inoltre, dato che la donna sostenne di essere stata picchiata da Collotti, Brugnerotto, Sica e Mignacca, ma nel dibattimento “precisò che mentre Mignacca la colpì con un calcio e gli altri con verghe, il Brugnerotto la colpì solo (il corsivo è nostro, n.d.r) con schiaffi (…) manca la prova certa che il Brugnerotto avesse agito con attività associata e con le stesse intenzioni degli altri, i quali, usando le verghe, cagionarono evidentemente le lesioni più gravi”, motivo per cui Brugnerotto fu assolto per insufficienza di prove dal reato di lesioni.

Nei ranghi dell’Ispettorato entrarono molti volontari, persone che lasciarono il proprio lavoro per potersi permettere impunemente violenze e saccheggi, come nel caso di Mario Fabian, che lasciò il suo posto di tranviere, perché come membro dell’Ispettorato aveva maggiori possibilità di guadagno. Fabian fu ucciso nei primi giorni di maggio ‘45 ed è l’unica persona che risulta essere stata gettata nel pozzo della miniera di Basovizza.

Molti furono poi anche i “collaboratori esterni” dell’Ispettorato, delatori e collaborazionisti che conservavano il proprio posto di lavoro e poi riferivano alla “banda Collotti” o direttamente alle SS. Dei delatori triestini uno dei più noti è un certo Giorgio Bacolis, impiegato al Lloyd Triestino di navigazione. Bacolis si spacciava anche per pastore evangelico o valdese per poter raccogliere più facilmente le informazioni da vendere poi ai nazifascisti. Fu pagato 100.000 lire per aver denunciato il capitano Podestà del CLN.

Abbiamo accennato prima che nel dopoguerra furono celebrati alcuni processi contro membri dell’Ispettorato. Quello più importante vide come imputati Giuseppe Gueli, Umberto Perrone, Nicola Cotecchia, Domenico Miano, Antonio Signorelli, Gherardo Brugnerato e Udino Pavan. Gueli fu condannato in seconda istanza ad otto anni ed undici mesi, gli altri a pene minori, salvo Cotecchia e Perrone assolti.

Il processo contro Lucio Ribaudo, imputato di sevizie particolarmente feroci, si concluse con la condanna a ventiquattro anni, poi ridotti in sede di appello.

Quanto a Gaetano Collotti, che scappò da Trieste il 27 aprile 1945 assieme ad altri elementi della sua “banda” e la sua convivente, fu intercettato da una brigata partigiana della quale faceva parte l’avvocato triestino di Giustizia e Libertà Piero Slocovich. Arrestato, fu fucilato assieme ai suoi a Carbonera presso Treviso, ma nel dopoguerra ebbe addirittura l’onore di venire decorato con medaglia di bronzo al valor militare dalla Repubblica Italiana “nata dalla Resistenza” per le azioni antipartigiane da lui compiute prima dell’8 settembre 1943, e nella fattispecie un’azione che ebbe luogo il 10 aprile 1943 nella zona di Tolmino (Gazzetta Ufficiale n° 12 dd. 16/1/54).

Alle proteste elevate da più parti contro questa onorificenza, il Ministero rispose a suo tempo che, una volta data, la medaglia non si poteva revocare.

Con buona pace dei torturati e dei morti.”

(Claudia Cernigoi, L’Ispettorato Speciale di PS di Trieste nella sede di via Cologna, in La Nuova Alabarda, ottobre 2010, in storiaminuta.altervista.org)

 

Una frase al giorno

“Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo. Impossibile non è un dato di fatto, è un'opinione. Impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è uguale per tutti. Impossibile non è per sempre. Niente è impossibile”

(Muhammad Ali, nato Cassius Marcellus Clay Jr. Louisville, 17 gennaio 1942 - Scottsdale, 3 giugno 2016, pugile statunitense)

 

“Il 25 febbraio 1964 al Convention hall di Miami Beach salgono sul ring per contendersi il titolo di campione del mondo dei pesi massimi Sonny Liston - campione del mondo dei pesi massimi versione Wbc e Wba - e un ragazzo di 22 anni, Cassius Clay. Sarà Clay a vincere per passare anni dopo alla storia come Muhammad Alì.

Quel 25 febbraio 1964 i commentatori sono convinti che il giovane Cassius Clay non abbia alcuna possibilità di sconfiggere il campione del mondo dei pesi massimi. Il ring è quella della Convention Hall di Miami Beach e le voci che si rincorrono danno il giovane pugile per perdente. “Se fossi Cassius, prenderei un taxi e lascerei la città”, diceva qualcuno, “Penso che il match terminerà negli spogliatoi. Penso che Clay sverrà prima di salire sul ring”, aggiungeva qualcun altro. Invece è Sonny a ritirarsi al settimo round (era la prima volta dal 1919 che un titolo mondiale dei pesi massimi si assegnava per ritiro del campione). La rivista Sports Illustrated inserirà il combattimento al quarto posto nella classifica dei più grandi momenti di sport del XX secolo. Grazie alla vittoria su Liston e alla conquista del titolo la carriera di Cassius Clay prenderà definitivamente il volo ed anche la sua vita cambierà radicalmente.

Annuncerà la sua conversione alla fede musulmana e la sua adesione alla Nation of Islam ed inizierà a farsi chiamare Cassius X (i membri dell’organizzazione adottavano come cognome la lettera X non volendo utilizzare ulteriormente quello assegnato alle loro famiglie dagli schiavisti bianchi) trasformando poco dopo definitivamente il suo nome in Muhammad Ali.

Si dice che Muhammad Ali sia stato autore della poesia più breve di sempre. “Me, we”, diceva. Due sole parole separate - o forse più propriamente unite - da una virgola: “Me, noi”. Storicamente non è possibile dimostrare se realmente scrisse lui quei versi, se li pronunciò - come si dice - di fronte agli studenti di un campus americano (secondo alcuni Ali rivelò in un secondo tempo che le parole sussurrate da lui in quell’occasione furono «Me, Whee!», come dire «Io? Evviva»), se quella sia realmente la poesia più breve di sempre. Quel che è e rimane certo è Cassius Clay - Muhammad Ali non fu solo un grande pugile. Fu soprattutto un grande uomo, paladino dei diritti umani, che difenderà sempre. Lo farà assieme all’amico Malcom X, compagno nella lotta per i diritti civili e l’emancipazione dei neri d’America. Lo farà contro la Guerra in Vietnam.

Gli porteranno via il suo titolo mondiale e la licenza di pugile per aver rifiutato di servire l’esercito americano, sarà processato e condannato a cinque anni di carcere (che non scontò). Solo anni dopo la Suprema corte ribalterà la sentenza riconoscendo il suo diritto all’obiezione di coscienza, l’arbitrarietà e l’irragionevolezza della sua sospensione. Muhammad Alì si spegnerà all’età di 74 anni e le ultime foto lo ritrarranno come un uomo pesantemente colpito dal Parkinson.

Affermava il pugile, non senza una certa dose di amara ironia, una una nota intervista alla Bbc: “Mi sono sempre chiesto fin da bambino delle cose, ero molto curioso. Chiedevo a mia madre, perché è tutto bianco? Perché Gesù è bianco e ha gli occhi azzurri? Perché sono tutti bianchi nell’Ultima Cena? Perché anche gli angeli lo sono? Babbo Natale è bianco. E tutto il brutto è nero. Il brutto anatroccolo è nero. Se il gatto è nero, è cattivo e porta sfortuna. Se ti minacciano è blackmail, perché non chiamarlo whitemail? Sapevo che qualcosa non andava. Hai visto Tarzan? Era bianco e parlava con gli animali e gli africani che sono cresciuti lì e sono stati lì per secoli, non potevano farlo. Mi chiedevo: perché Tarzan, il re della giungla in Africa, era bianco? (…) Ho dovuto lasciare il ristorante, nella mia città natale. (…) Nella città in cui sono nato e cresciuto. Avevo vinto una medaglia d’oro e non potevo andare mangiare al ristorante della mia città? Qualcosa non andava”.

Già, qualcosa non andava, qualcosa ancora non va, e noi non ci stancheremo mai di dirlo!”

(Ilaria Romeo in www.collettiva.it)

 

 

28 aprile 1967, USA: pugilato, il campione del mondo dei pesi massimi Cassius Clay si dichiara obiettore di coscienza per evitare l'arruolamento; per questo fatto la World Boxing Association gli toglie il titolo.

 

Un brano musicale al giorno

François GiroustDies Irae

Tim Miller Louis Devos, Choœur de Chambre de Namur, and Musica Polyphonica

François Giroust (Parigi, 9 aprile 1737 - Versailles, 28 aprile 1799) compositore francese.

All'età di sette anni iniziò a frequentare la scuola di canto corale di Notre-Dame a Parigi, dove si formò con il compositore Louis Homet e in seguito, dal 1738, con il maestro di cappella Antoine Goulet. La sua carriera fu rapida e brillante: a quattordici anni compose il primo importante mottetto, e nel 1756 divenne a sua volta maestro di cappella presso la cattedrale di Orléans, dove fu anche direttore d'orchestra e grande organizzatore. Ridiede vita, infatti, all'accademia musicale orleanese con una serie di concerti e opere drammatiche di vari autori, che accompagnava puntualmente con le proprie composizioni originali. Frequentatore del Concert spirituel e ammiratore di Rameau, ricevette da questi giudizi lusinghieri per i mottetti presentati alla manifestazione nel 1762. Due di tali composizioni, composte sul salmo 137, Super flumina Babylonis, si aggiudicarono a pari merito il primo premio nell'edizione 1768, alla quale Giroust aveva partecipato anonimamente. Fu allora che venne chiamato alla direzione del coro dei Santi Innocenti (1769). Dal 1775 al 1780 fu a Versailles come assistente maestro della Cappella reale, per interessamento di Maria Antonietta che ne aveva già assunto a corte la moglie, il soprano Marie-Françoise de Beaumont d'Avantois (1774).

Nel 1780 fu promosso al prestigioso incarico di sovrintendente musicale del re Luigi XVI, che mantenne fino alla caduta della monarchia (1792). Nel frattempo (1777) fu iniziato alla massoneria e divenne membro della loggia Patriotisme (1784 circa). In questo modo, da compositore dedito principalmente alla musica sacra, si avvicinò a una filosofia in qualche modo prerivoluzionaria.

Nelle opere non religiose Giroust si valse della collaborazione del poeta e funzionario del ministero della Casa reale François-Félix Nogaret. Già nel 1780 anticipava in un poema lirico (Irruption de l'Océan dans la partie du Globe appelée aujourd'hui la Méditerranée) l'ideale rivoluzionario della fratellanza nell'affermazione «aimons-nous, tous les hommes sont frères», mentre nell'oratorio L'ombre de Samuel (1781), ispirato al primo libro di Samuele (8, 20-22), proclamava il principio del dispotismo illuminato. Altre opere rappresentano i rituali massonici.

La rivoluzione stravolse la carriera del compositore, che vendette il proprio impiego di sovrintendente a Martini il Tedesco e seguì i reali alle Tuileries come maestro di cappella, ma dopo la proclamazione della repubblica tornò a Versailles, riunì in orchestra gli ex musicisti del re e si mise a disposizione del nuovo regime. A questo periodo appartengono le composizioni ispirate ai nuovi valori e agli eventi della vita civile, a volte adattamenti di precedenti composizioni massoniche al nuovo spirito repubblicano. Tra le opere del periodo rivoluzionario si ricorda l'Hymne des versaillais scritto per l'inaugurazione dei busti di Marat e Peletier il 4 novembre 1793.”

(In wikipedia.org)

 


Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

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Ugo Brusaporco

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