“L’amico del popolo”, 27 marzo 2020

L'amico del popolo
Grandezza Carattere

L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Anno IV. La rubrica ospita il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

Un film un po’ snobbato

CINQUE POVERI IN AUTOMOBILE (Italia, 1952), regia di Mario Mattoli. Soggetto Cesare Zavattini. Sceneggiatura Aldo De Benedetti, Mario Amendola, Titina De Filippo, Aldo Fabrizi, Ruggero Maccari, Mario Monicelli, Steno, Cesare Zavattini, Eduardo De Filippo. Casa di produzione Documento Film. Fotografia Mario Albertelli. Montaggio Giuliana Attenni. Musiche. Vittorio Mascheroni. Cast: Aldo Fabrizi: Cesare Baroni. Eduardo De Filippo: Eduardo Moschettone. Titina De Filippo: Mariù Palombella. Walter Chiari: Paolo. Raimondo Vianello: maggiordomo. Isa Barzizza: Cicci. Aldo Giuffré: Padella. Hélène Rémy: Gina. Laura Carli: la contessa. Pietro Carloni: Fabio Mazzetti. Mario Pisu: titolare dell'autosalone. Bruno Lanzarini: Umberto. Arnoldo Foà: Alfredo. Gianni Cavalieri: Gino Pranzi. Carlo Romano: Rodolfo.Nando Bruno: Battista. Luisa Poselli: Antonietta. Silvana Jachino: segretaria dell'autosalone. Alberto Talegalli: Clemente. Cesare Bettarini: medico. Belle Tildy: signora del "39". Alberto Sorrentino: padre ansioso. Gina Mascetti: barista. Italia Marchesini: comparsa. Enzo Garinei: cameriere. Mario Feliciani: parrucchiere. Luigi Cimara: investito. Giulio Calì: stalliere. Mario Castellani: regista. Alida Cappellini: bambina. Ughetto Bertucci: posteggiatore.

“A Roma, quattro amici accomunati dalle ristrettezze finanziarie comprano in comune un biglietto della lotteria e vincono un'automobile di lusso: dato che la vettura, costosa e dagli alti consumi, non servirebbe a nessuno di loro, decidono di rivenderla allo stesso concessionario da cui la ritirano, incassando il denaro; prima però si mettono d'accordo per usarla ognuno per un giorno, per il gusto di togliersi delle soddisfazioni. Il film quindi, malgrado l'unità narrativa di fondo, si sviluppa praticamente in quattro episodi ben distinti, ognuno dei quali sorretto da uno dei quattro attori principali.

Mariù Palombella, attrice di mezza età, aveva conosciuto il successo in gioventù ma ormai è ridotta a sbarcare il lunario facendo saltuariamente la comparsa a Cinecittà. Frequenta poco la figlia sposata, in quanto ha la sensazione che il genero non la apprezzi per le sue eccentricità, le sue precarie condizioni economiche e la sua propensione a qualche bicchierino di liquore di troppo. Il primo giorno la fuoriserie spetta a lei e ne approfitta per presentarsi a casa della figlia con un vestito elegante, raccontando di essere stata scritturata per fare dei film in America. A mano a mano l'iniziale freddezza si scioglie, grazie anche alla presenza della nipotina che vede la nonna per la prima volta, e, benché credano poco alla storia dell'America, figlia e genero congedano Mariù facendole promettere di tornare.

Cesare Baroni è un vetturino messo in crisi dalla concorrenza ormai generalizzata dei tassisti negli spostamenti urbani. Quando l'automobile spetta a lui, tenta maldestramente di fare uno scherzo a un suo collega, danneggiandogli la carrozzella. Per riparare al danno, Cesare si vede costretto a far proseguire il tragitto in macchina ai due passeggeri della carrozzella. Questi, amanti clandestini, gradirebbero soprattutto restare inosservati, ma finiscono per essere scoperti dal marito di lei, e Cesare, dopo aver pagato un gran numero di multe, rimane senza benzina ed è costretto a far trainare la fuoriserie dalla sua vecchia cavalla.

Isa Barzizza

Eduardo Moschettone si è trasferito a Roma molti anni prima dalla sua Rocca Priora per fare fortuna, ma poi si è ridotto a fare lo spazzino. Con la fuoriserie intende tornare al paese per suscitare l'invidia dei suoi compaesani, e soprattutto per umiliare Catiello, il suo antico rivale in amore. In realtà a Rocca Priora nessuno lo ricorda e la sua visita passa del tutto inosservata; solo casualmente Eduardo incontra Catiello, ridotto all'elemosina e da tempo abbandonato dalla donna che era stata motivo della contesa. Eduardo, impietosito per le condizioni del rivale, rinuncia al suo proposito di presentarsi come un signore benestante e racconta a Catiello di essere l'autista alle dipendenze del padrone della fuoriserie.

Paolo è un facchino d'albergo, innamorato di Gina, cameriera ai piani, e tenta immediatamente di usare l'automobile per fare colpo su di lei, ma la ragazza rifiuta di credere che Paolo sia il proprietario della macchina e per farlo ingelosire accetta di uscire con un altro uomo. Paolo si trova ad accogliere in auto una viziata signora ospite dell'albergo, che, ritenendolo ricco, insiste per passare una serata divertente con lui, facendosi portare in un ristorante carissimo. Paolo, dopo aver girato qua e là con la donna, finisce a notte alta davanti a una casa di cui vuol far intendere di essere il proprietario, quando si fa avanti un maggiordomo e accoglie lui e la sua compagna di viaggio come se si trattasse del padrone. La villa è in realtà proprietà di un'anziana contessa che per filantropia intende temporaneamente metterla a disposizione del giovane; questo però chiarisce di essere innamorato solo di Gina, capitata lì nel frattempo. L'antipatica signora dell'albergo viene scacciata e la contessa saluta i due giovani regalando loro un pieno di benzina.

Il quinto giorno i quattro sono di nuovo riuniti per riconsegnare l'automobile al concessionario e ricavarne i soldi della vendita, quando un passante viene investito e minaccia di sporgere denuncia. Questo in realtà è un altro poveraccio che per sopravvivere si procura degli incidenti per essere risarcito. I quattro provano simpatia per l'uomo, e per scongiurare la possibile denuncia gli offrono un'ultima passeggiata in macchina e una parte del ricavato della vendita.”

(Wikipedia)

 

 

"Era tutt’uocchie
E chelli mmane
Asciutte e bianche,
bianche ‘e chillu biancore d’ ’a magnolia,
che sapevano fa’!"

Sono le parole di una poesia di Eduardo per la sorella Titina. Attrice, autrice di commedie, pittrice, Titina sarà l’ago della bilancia tra due titani del teatro come Eduardo e Peppino.

Annunziata De Filippo nasce a Napoli: «nel pieno del suo sviluppo artistico e culturale - racconta il figlio Augusto - aveva punti di riferimento in personaggi come Roberto Bracco, Rocco Galdieri, Ferdinando Russo, Salvatore Di Giacomo, e in Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao». Dopo Titina nasceranno Eduardo e poi Peppino. I tre sono figli naturali che Eduardo Scarpetta, grande commediografo e attore, ricco e famoso, ha avuto da Luisa De Filippo, giovane nipote della moglie Rosa. L’unione è di dominio pubblico, quasi un matrimonio parallelo; le due famiglie vivono molto vicine in eleganti quartieri napoletani. Eduardo Scarpetta quando si muove con la compagnia, porta con sé entrambe le famiglie a cui non fa mancare nulla.

Annunziata studia pianoforte e impara il francese. Debutta sul palcoscenico piccolissima. Nel 1905 impersona Peppeniello in Miseria e Nobiltà al Teatro Valle di Roma. Titina si divide tra i palcoscenici di Roma e Napoli alternando parti maschili e femminili. Sotto l’occhio vigile e severo del padre che descrive così: «Presso la buca del suggeritore c’è un uomo dal volto mobilissimo. […] È autorevole, nervoso, gesticolante, autoritario con tutti. Avevo terrore persino del suo sguardo».

Nel 1915 Titina lavora nella Compagnia Comica Napoletana del Comm. Eduardo Scarpetta diretta dal figlio, Vincenzo Scarpetta.

Nel 1921, nella compagnia di Francesco Corbinci, incontra Pietro, un giovane attore che appartiene ad una delle famiglie teatrali napoletane più numerose: i Carloni. Si sposeranno nel luglio del 1922 e avranno un figlio, Augusto. Nel 1931 a Roma debutta la Compagnia del Teatro Umoristico di Eduardo De Filippo ribattezzata poi Il Teatro Umoristico I de Filippo: «Si può dire che li vedevo allora per la prima volta. Prima di quel momento confesso di non averli mai conosciuti veramente. Quei ragazzi scorbutici, chiusi in loro stessi. Avevano vissuto con me un’infanzia curiosa, particolare». Il successo è straordinario. Con loro lavoreranno anche Tina Pica, Pietro Carloni, Dolores Palumbo. Titina scrive Quaranta ma non li dimostra e Ma c’è papà.

Nel 1938 Titina e Pietro lavorano nella rivista di Nino Taranto; torneranno con Eduardo e Peppino nel 1942. Il 21 giugno 1944 muore la mamma Luisa. Per Titina, che l’aveva avuta sempre accanto, è un grave colpo. A dicembre Eduardo e Peppino sciolgono la compagnia, si dividono il repertorio e seguono strade diverse; Eduardo crea la Compagnia Umoristica Eduardo e Titina De Filippo e poi Il Teatro di Eduardo con Titina De Filippo. Il 25 marzo 1945, Eduardo mette in scena a Napoli al San Carlo Napoli Milionaria. È il primo autore italiano che racconta la guerra vista dai civili e una società degradata che sembra senza speranze e deve invece ricostruire un futuro. È tra i primi artisti che chiedono una riflessione su quanto è appena accaduto. Dopo Napoli Milionaria e Questi fantasmi!, Eduardo scrive Filumena Marturano, un personaggio complesso con il quale ogni artista, napoletana e non, vorrebbe cimentarsi. Titina non concede nulla al manierismo, alla gestualità prorompente, al patetico o al sentimentalismo; la sua recitazione è naturale, essenziale e moderna; offre al pubblico, con il rigore di una grande attrice, le mille sfaccettature dei personaggi che interpreta magistralmente e che, travalicando i confini della napoletanità, diventano simboli universali della condizione femminile.

Dopo un avvio debole, è un trionfo: al Mediolanum di Milano, Titina riceve trantadue chiamate in proscenio, uno spettatore le bacia l’orlo del vestito. Il 13 luglio 1947 reciterà Filumena davanti a Pio XII. Nel 1948 durante una delle repliche, una forte bronchite ed un collasso mettono a repentaglio la sua vita; è stenosi mitralica: «un collasso dovuto a debolezza generale, dopo di aver ancora una volta recitato Filumena col cuore ancora colmo del successo e del battimani di un pubblico addirittura frenetico, all’inizio dell’anno comico (rischiando così di compromettere l’intera stagione alla compagnia) e con l’andata in scena della Magia alle porte di casa».

Titina inizia a dipingere, a creare quadri formati da pezzetti di carta colorata. Ricorda Luca De Filippo: «La vedevo creare i suoi bellissimi collages, ritagliare con attenzione quei pezzettini di carta colorata per dargli vita, con cura».

Nel 1952 firma le scene di atti unici rappresentati al Ridotto dell’Eliseo. Nel 1954 le sue opere sono in mostra a Parigi. Jean Cocteau l’ammira: «Questi pezzetti di carta che arrivano da tutte le parti, finiscono per obbedirvi e per assomigliarvi». Nello stesso anno Eduardo apre il Teatro San Ferdinando a Napoli e Titina gli scrive: «Mi sento un corpo senz’anima condannata ad una atroce immobilità. […] Non mi so rassegnare».

E non si rassegna: si candida nelle liste della Democrazia Cristiana come indipendente, capirà presto che quella non è la sua strada. Si dedica al volontariato e intanto accetta di recitare in alcuni film. In televisione appare nel Musichiere e l’anno seguente ne Il Novelliere regia di D’Anza. Nino Taranto le offre ancora di lavorare insieme. Titina scrive Virata di bordo, poi si ritira definitivamente e vive gli ultimi anni curando la sua famiglia, circondata dall’affetto dei suoi nipoti. Muore il 26 dicembre 1963. I funerali riuniranno attori, compagni di lavoro da De Sica a Totò; Eduardo, Peppino e i loro figli e poi tantissima gente che la seguiva e l’amava, per la sua dolcezza e la sua forza, la sua umiltà e la sua arte: «Si chiamava Titina De Filippo - scriverà Spurle - ma il cognome nessuno glielo usava: dicevano tutti, solamente: ‘la Titina’».”

(Maria Procino in: www.enciclopediadelledonne.it)

Eduardo, Titina e Peppino de Filippo

 

Una poesia al giorno

Divljaci! di Jelene J. Dimitrijević

„Divljaci! Žena još je vama „ žena”,
Stvor od drveta, haljina od tkiva,
Od sto vam ljeta maloletna biva.
Divljaci! Žena još je vama „žena”!

Još joj kažete:„ To nije za žene”!
S fizičke strane u ponosu svome,
Ko sa svojinom postupate s njome.
Još joj kažete:„ To nije za žene”!
Puna Vam usta: „Kultura, kultura”
Kultura svuda svojim kril’ma vije
Al’ do vas puta prokrčila nije
Puna vam usta: „Kultura, kultura”!

(Traduzione tentata)

“Selvaggi! La donna è ancora "donna" per te,
Una cosa di legno, un vestito di tessuto,
Sei minorenne per cento estati.
Selvaggi! La donna è ancora "donna" per te!

Le dici ancora, "Questo non è per le donne"!
Sul lato fisico, nel tuo orgoglio,
Chi tratta la tua proprietà con esso.
Le dici ancora, "Questo non è per le donne"!
La tua bocca: cultura, cultura
La cultura è ovunque con le sue ali
Ma non l’hai compreso
La tua bocca è piena: "Cultura, cultura"!

Jelena Dimitrijević (27 marzo 1862 - 10 aprile 1945) 

“Poeta, viaggiatrice e scrittrice, poliglotta, femminista, Jelena Dimitrijević (27 marzo 1862 - 10 aprile 1945) sembra più una donna dei nostri tempi che non dei decenni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento durante i quali ha vissuto e operato. Lo evidenzia Marija Mitrović nell’introduzione al volume Lettere da Salonicco, in cui vengono pubblicate per la prima volta in italiano le dieci missive che dalla città macedone, all’epoca ancora parte dell’impero ottomano, Jelena indirizzò tra l’agosto e il settembre 1908 all’amica Luisa Jakšić, insegnante presso la Scuola Superiore Femminile di Belgrado. Per la loro attualità le lettere furono subito pubblicate a puntate sulla rivista serba Srpski književni glasnik (Messaggero letterario serbo) e già nel 1918, a Sarajevo, dall’editore I. D. Durđević; più recentemente in un’edizione bilingue in serbo e greco (Loznica, Karpos, 2008) e in una in lingua inglese (Piscataway, New Jersey, Gorgias Press LLC, 2017).

Della contemporaneità di questa scrittrice finalmente fruibile anche in italiano, testimoniano sia la biografia sia lo stile di scrittura, spigliato, diretto, senza fronzoli, con l’andamento di un reportage che, senza sacrificare una punta di affettuosa familiarità epistolare, presenta il taglio documentario del migliore giornalismo di viaggio.

Jelena era nata a Kruševac, nella Serbia centrale, da un secondo matrimonio di Stamenka Knez con il ricco commerciante Nikola Miljković. Dopo la morte del padre, a nove anni si trasferisce con la madre ad Aleksinac, presso un ricco fratellastro che possiede una cospicua biblioteca. Ed è qui che, da autodidatta, comincia a leggere alacremente e a dare forma alla sua ampia cultura cosmopolita, mostrando tra l’altro una particolare predisposizione per le lingue straniere: leggeva, parlava e scriveva in inglese e francese, conosceva il tedesco, il greco, l’italiano e il turco, l’idioma dell’impero che aveva dominato la Serbia per quasi cinque secoli. Aveva cominciato a studiare il turco a Niš - città diventata da turca a serba nel 1878 - quando vi si era trasferita nel 1881 a seguito del suo matrimonio con Jovan Dimitrijević, ufficiale d’artiglieria e accanito lettore, proprietario di una biblioteca che andava ampliando costantemente. E aveva voluto apprenderla perché desiderava capire lo spirito della cultura ottomana ed entrare in contatto con le donne degli harem, sia turche che islamizzate. Lo aveva già fatto a Niš, pubblicando nel 1897 Lettere da Niš sugli harem (Pisma iz Niša o haremima). Poi, per conoscere meglio la vita delle musulmane aveva viaggiato insieme al marito a Skopie, Salonicco e Istanbul.

Quando nel luglio 1908 comincia a Salonicco la rivoluzione dei Giovani Turchi, apprendendo dai giornali che l’auspicata democratizzazione stava modificando anche le abitudini delle donne e che queste si erano tolte il velo, come una vera e propria inviata speciale cambia la meta di un viaggio già programmato per l’Europa occidentale e, insieme al marito, raggiunge la città: vuole vedere con i propri occhi e sentire con le proprie orecchie dalle dirette interessate quali sono i cambiamenti determinati dalla rivoluzione nella vita delle donne islamiche. Jelena resta a Salonicco sei settimane. Grazie alla sua non comune capacità di relazione, a rapporti con persone più o meno influenti e alla conoscenza del turco, oltre a osservare quanto accade politicamente in città riesce a introdursi in alcuni salotti e negli harem. Per scoprire che è difficile decifrare fino a che punto fossero vere le notizie sullo svelamento del volto e ancor più decifrare il quadro delle donne islamiche di Salonicco, che è molto più variegato e complesso di quanto si dica e si sappia e, soprattutto, attraversato da fermenti culturali e sociali e da istanze che vanno ben al di là dell’adozione o meno degli indumenti tradizionali.
Nello strabiliante incrocio di culture della città, turca ancora per poco (resterà sotto il controllo ottomano fino al 1912), dove la metà dei 150.000 abitanti sono ebrei che convivono pacificamente con musulmani e cristiani e in cui, per le effervescenze democratiche della rivoluzione dei Giovani Turchi, sono in arrivo nuove e consistenti migrazioni di Greci e di Bulgari, Jelena Dimitrijević frequenta le musulmane e le dunmeh, ossia le donne appartenenti a famiglie ebraiche che, pur mantenendo la fede degli antenati, avevano assunto gli usi dell’islam. Sono loro che per prime si sono tolte il velo e si sono mescolate agli uomini, ma la stratificazione sociale appare complessa e trasversale. Vi sono, sia tra le dunmeh che tra le musulmane, le anziane che restano ancorate alla tradizione, e quelle che Jelena definisce “nuove”: donne aperte e intelligenti che conoscono e assimilano la cultura occidentale, parlano francese e seguono gli usi parigini, ma sono restie a togliere il velo e a ricevere gli uomini nei loro spazi, con la motivazione che i cambiamenti sono politici mentre l’abbigliamento fa parte della tradizione e della religione.

A partire dalle contrastanti conversazioni negli harem e non solo, corre anche il dubbio, nella scrittrice, che le giustificazioni addotte altro non siano che un modo per compiacere il bisogno di dominio e l’inestirpabile gelosia maschile, un prudente ancorarsi alla consuetudine mentre nell’animo premono pulsioni ribelli e desideri di una più completa libertà.
Questa dialettica femminile tra conservatorismo islamico e spinte all’occidentalizzazione, di cui Jelena Dimitrijević rende conto attraverso testimonianze e le sue personali osservazioni, è quanto mai interessante e attuale: oggi come allora resta, nella società turca, una questione aperta, specie considerando la reviviscenza di idee e costumi tradizionalisti dovuta alla stretta politica dell’odierna Turchia.

Le dieci Lettere da Salonicco conducono chi legge in un’immersione di grande interesse non solo nell’universo femminile, ma nell’intera storia quotidiana di questa terra balcanica di frontiera: gli usi di varie e diverse etnie, le relazioni familiari e sociali, le atmosfere cittadine in questo scorcio di inizio secolo che prelude alla Prima guerra dei Balcani e alla caduta e allo smembramento dell’impero ottomano, irrompono nelle pagine attraverso descrizioni e considerazioni acute, stringenti, talvolta appassionate talvolta ironiche. Il volume è inoltre corredato da foto d’epoca che rendono più semplice e al tempo stesso suggestivo orientarsi in spazi muliebri e sociali di non facile decifrabilità.
Rimasta vedova nel 1915 Jelena continua a viaggiare in Europa e nel mondo, sempre mettendo al centro dei suoi viaggi e dei suoi scritti i contatti con le rappresentanti dei movimenti delle donne, sempre confrontandosi con grande apertura con culture e religioni diverse. La sua intelligenza, la sua versatilità multiculturale e il suo attivismo testimoniano di un’eccellenza di pensiero e di una libertà femminili che, a conoscerle e a saperle riconoscere, sono sempre esistite.”

(In: www.lauraricci.it)

Jelena Dimitrijević (27 marzo 1862 - 10 aprile 1945)

“Poetessa, scrittrice di viaggi, infermiera, poliglotta, femminista. Jelena Dimitrijević nasce il 27 marzo 1862 a Kruševac da Nikola Miljković, commerciante, e da Stamenka, figlia del principe Milojko di Aleksinac. Insieme al marito viaggia molto, tra Skopje, Salonicco, Costantinopoli e altrove. Attratta dal mondo orientale e dalle donne turche, entra negli harem per conoscerle direttamente. Scrive numerose opere letterarie in versi e prosa. Nel 1918 a Sarajevo escono Pisma iz Soluna (Lettere da Salonicco), una raccolta di lettere già pubblicate a puntate a Belgrado nel 1909.

Scrive: «Sono passati i tempi in cui la donna era oggetto di piacere del marito. E sono passati i tempi in cui la donna era considerata una cosa, un oggetto senz’anima… Questo mi è venuto in mente più di una volta ora, a Salonicco; e da due sere penso soltanto a questo e rifletto su come cominciare e su chi deve cominciare. Le donne, ovviamente, ma solo le turche o… E ho sentito, e ne sono stata molto contenta, che hanno cominciato da sole. Alcune di loro, intelligenti e libere, si sono riunite e hanno scritto una domanda. […] E sono andata alla ricerca di quelle donne eroiche, delle loro firme su quella petizione, ma non le ho trovate. Forse sono state loro stesse a mettere in circolazione la voce per far sì che i loro uomini cominciassero a riflettere…».

(In www.feminismfieraeditoriadelledonne.it)

 

Un fatto al giorno

27 marzo 1309: Papa Clemente V impone la scomunica e l'interdizione a Venezia e un divieto generale di tutti i rapporti commerciali con Venezia, che si era impadronito di Ferrara, feudo papale.

“Le quattro scomuniche papali a Venezia dal 27 marzo 1309 al 16 aprile 1606. Motivi morali o economici? Cosa fece arrabbiare così tanto i pontefici? Era il 16 aprile del 1606 quando Venezia fu colpita dall’interdetto di papa Paolo V. Ma quella fu solo la quarta volta prima di allora. Facciamo un passo indietro.

Nel diritto canonico, l’interdetto equivale a una scomunica rivolta non a una singola persona ma a un territorio. Con esso si nega la possibilità di celebrare battesimi, matrimoni, funerali e di dire messa. Ma per quale motivo Venezia fu colpita così tante volte? Motivi “etici”? O piuttosto… economici?

(Leggi l’articolo di Alberto Sanavia in www.albertosanavia.com)

Cattività avignovese 

CLEMENTE V, Bertrando de Got, francese (pontificato 1305-1314).

Benedetto XI appena spirato, i cardinali in numero di venticinque, si riunirono in conclave nel palazzo arcivescovile di Perugia; avevano fretta di eleggere il successore, per il motivo che temevano ingerenze esterne. Ma allo stesso interno le fazioni era due, una francese che era per la pace con la Francia, e l'altra italiana che non aveva dimenticato l'oltraggio di Anagni di Filippo il Bello.
Quindi non era facile procedere all'elezione del nuovo Pontefice. Come appena detto, in due parti era diviso il Sacro Collegio: quella fedele alla politica di Bonifazio VIII, era capeggiata da Matteo Rosso degli Orsini insieme a Francesco Caetani; l'altra ligia al re di Francia era guidata dal cardinale Napoleone degli Orsini. Nonostante la fretta, passarono giorni e mesi senza che si venisse ad una decisione. Ne passarono di mesi dodici e i Perugini spazientiti fecero come si usava a Viterbo, scoperchiarono il tetto del palazzo, li misero a pane e acqua e, costretti i cardinali a questo severo digiuno finalmente in pochi giorni fu fatto un compromesso tra le due fazioni cardinalizie: su proposta del cardinal D'Acquasparta, che segretamente favoriva il partito francese, si stabilì che la fazione italiana dovesse proporre tre nomi di prelati stranieri tra i quali la fazione avversa avrebbe scelto il futuro Papa. I cardinali italiani proposero tre prelati francesi notoriamente nemici di Filippo il Bello, tra i quali un arcivescovo di Bordeaux sempre stato favorevole a Bonifacio VIII nella contesa col re di Francia. Ma non sappiamo se veramente sentita o se - con lui vivo - era la sua solo una forma di gratitudine a chi lo aveva nominato vescovo.
Il 5 luglio, il nome prescelto dalla terna fu proprio l'arcivescovo di Bordeaux, Bertrando De Got. Era nativo di Villandraut nella Gironda, aveva studiato a Orleans e Bologna, e proprio Bonifacio VIII, lo aveva eletto arcivescovo (ma non ancora cardinale) di Bordeaux. Tuttavia non era come il suo protettore in cattivi rapporti con Filippo il Bello, anche perché risiedeva in Francia, dove c'era un episcopato con una gran voglia di autonomia da Roma. Più servile nei confronti del sovrano che non alla Santa Sede.
E proprio per questi buoni rapporti, sono sorte leggende intorno a questo papa che andò a sconvolgere il papato, la sua sede naturale, e di conseguenza tutta la politica della Santa Sede in Italia per un settantennio.

(Leggi l’articolo completo in www.storiologia.it)

 

Una frase al giorno

“Mon regard ne pouvait plus s’en détacher, et je puis dire que mon âme n’était plus que mon regard, elle s’écoulait tout entière par mes yeux. De ce moment je ne fus plus à moi, je fus à lui. L’Univers, anéanti dans tout ce qui n’était pas lui, n’exista plus pour moi qu’en lui seul. Soit coup de foudre de cette électricité intérieure qui accumule par sa rapidité la circonférence du globe en un point de l’espace, soit magie qui s’empara surnaturellement des sens et du cœur et qui transporte l’âme du possédé du corps qu’il habite dans un autre corps dont elle n’a plus qu’à subir le sortilège tout en le combattant, je me sentis tout à coup tout aussi attirée, aussi enchaînée, aussi respirée pour ainsi dire par le regard, à la fois dominateur et attractif de cet étranger que si j’avais été enchaînée à ses pieds par des chaînes de fer. Ce mouvement fut si subit que je n’eus pas même le temps d’une réflexion. Je venais de soulever ma paupière pour le regarder, en l’abaissant j’étais vaincue.”

(Il mio sguardo non poteva più staccarsi da lui, e posso dire che la mia anima non era altro che il mio sguardo, scorreva interamente attraverso i miei occhi. Da quel momento non ero più mia, ero sua. L'universo, distrutto in tutto ciò che non lo era, esisteva per me non più di lui da solo. O amore a prima vista di questa elettricità interna che accumula per la sua rapidità la circonferenza del globo in un punto nello spazio, o magia che coglie soprannaturalmente i sensi e il cuore e che trasporta l'anima del posseduto dal corpo dove vive in un altro corpo di cui deve solo subire l'incantesimo. mentre lo combatto, improvvisamente mi sono sentita attratta, incatenata, respirata per così dire dallo sguardo, sia prepotente che attraente di questo sconosciuto, solo se fossi stata incatenata ai piedi da catene di ferro. Questo movimento è stato così improvviso che non ho nemmeno avuto il tempo di pensare. Avevo appena alzato la palpebra per guardarlo, abbassandola fui sconfitta.)

(Teresa Gamba Guiccioli, Ravenna, 1799/1800 - Settimello, 27 marzo 1873, scrittrice e nobile italiana)

G. Fagnani, Ritratto di Teresa Gamba Guiccioli, 1859

Teresa Gamba Ghiselli era figlia del conte ravennate Ruggiero Gamba Ghiselli e di Amalia dei conti Macchirelli di Pesaro. Uscita a 18 anni dal convento dove era stata educata, il 7 aprile 1818 sposò il conte Alessandro Guiccioli, che era rimasto due volte vedovo e che allora aveva 57 anni. A Venezia, nel salotto della contessa Marina Querini, Teresa Guiccioli conobbe Lord Byron che viveva in affitto a palazzo Mocenigo a Santa Croce, dove ancor oggi si mostra la sala dove il poeta ha abitato. Tornata a Ravenna, Byron la raggiunse, frequentò casa Guiccioli e allacciò con Teresa un legame sentimentale. Quando Teresa e il marito partirono per Bologna, Byron li seguì; ma il conte lasciò presto Bologna, affidando a Byron l'incarico di ricondurre Teresa a Ravenna. Al contrario i due amanti fuggirono insieme a Venezia, dove il conte Guiccioli si presentò, per chiedere spiegazioni. Byron in quel periodo era preoccupato per la malattia della figlia naturale Allegra che si trovava in un collegio di monache a Bagnacavallo. Teresa Guiccioli acconsentì a tornare a casa col marito. Teresa e Alessandro Guiccioli ottennero dal papa la separazione a luglio 1820, a condizione che lei vivesse in casa di suo padre. Accaddero due episodi tragici: la morte della piccola Allegra, il 20 aprile 1822, e la drammatica fine di Percy Shelley, fraterno amico di Byron. Teresa Guiccioli incontrò il suo amante ancora una volta, a Pisa, prima che Byron partisse per la Grecia. Egli s'imbarcò da Pisa il 15 luglio 1823 e l'ultima sua lettera alla Guiccioli è datata 17 marzo 1824. Mori il successivo 19 aprile. Rimasero nelle mani di Teresa Guiccioli manoscritti del poeta, oggi conservati alla Pierpont Morgan Library.

Nel 1825 Teresa Guiccioli divenne l'amante del drammaturgo Henri Edward Fox, figlio di Lord Holland. A Roma, a un ballo in casa Torlonia, organizzato per festeggiare il capodanno 1826, conobbe Alphonse de Lamartine, con il quale ebbe una breve relazione.

Alessandro Guiccioli morì il 21 aprile 1840 e nel 1838 Teresa Guiccioli era l'amante del musicista Ippolito Collet. Il 15 dicembre 1847 sposò a Parigi Hilaire Étienne Octave Rouillé de Boissy che divenne senatore e fu un influente uomo politico, al tempo di Napoleone III. Nel 1857 Teresa Guiccioli acquistò per la figlia di suo marito, Ottavia Rouillé de Boissy, il marchesato di Castelnau, a Plou. Rimasta vedova di Hilaire Rouillé de Boissy nel 1866, tornò in Italia. Teresa Francesca Olimpia Caspera Gamba de Boissy è morta all'età di 73 anni.”

(In wikipedia.org)

George Gordon Byron (22 gennaio 1788 - 19 aprile 1824)

“Erano passati solo pochi mesi dal matrimonio, quando Lord Byron e Teresa Gamba si videro per la prima volta a quella “conversazione” in casa Benzoni nell’aprile 1819. In quell’occasione la contessa Benzoni domandò al poeta se desiderasse incontrare e conoscere la giovane contessa Gamba, giunta nel salotto con il marito; in un primo momento egli rifiutò, aggiungendo che non desiderava incontrare alcuna donna, né bella né brutta. Tuttavia, a seguito dell’insistenza della padrona di casa, egli venne presentato a Teresa come “Pari del Regno Inglese e grandissimo poeta”. Quest’ultima rimase subito affascinata dalla sua voce melodiosa e dal suo sorriso, nonché dal suo aspetto celestiale, come scrisse nella sua Vie de Lord Byron en Italie, testo elaborato dopo la morte del poeta. Teresa, nel loro primo incontro, era incinta di tre mesi e piangeva la scomparsa di sua madre e di una delle sue sorelle.

Seguirono frequenti appuntamenti a cena e a teatro, finché una sera Byron le propose di giungere da lui con una gondola, che sarebbe arrivata a una determinata ora; successivamente si sarebbero recati insieme al Casino di Santa Maria Zobenigo. In una lettera all’amico Lord Kinnaird, il poeta romantico definì la sua amata “bella come l’aurora e calda come il mezzogiorno”.

Di questi appassionati appuntamenti e della loro relazione amorosa era a conoscenza anche il marito di Teresa, Alessandro Guiccioli, che la fece rincasare a Ravenna. Qui, colpita dal mal d’amore e ricoverata per un aborto, la giovane donna non abbandonò mai il suo letto, finché egli fece accorrere Lord Byron, ospitandolo addirittura nel suo palazzo ravennate. Questo fatto confermò, davanti a tutti, che il poeta era diventato “cavalier servente” di Teresa, ovvero amante: gli incontri amorosi tra i due erano rivelati da alcune spie; inoltre giungevano al marito lettere anonime ed erano frequenti i motivetti sarcastici che gli venivano indirizzati al suo passaggio per strada, a causa della sua condizione di tradito. Tuttavia, presumibilmente Guiccioli accettava e copriva i due amanti per motivi economici, sperando di guadagnarci con uno scambio di favori, come si può dedurre dalla singolare richiesta all’amante di sua moglie di prestiti di denaro, ma Byron rifiutò. Con l’appoggio di suo padre, Teresa presentò al papa la richiesta di separazione dal marito per gravi ingiurie e oscenità; Guiccioli si difese motivando con gli infedeli atteggiamenti di sua moglie, ma il papa concesse la separazione a patto che ella vivesse con suo padre.

Con il passare del tempo, la travolgente storia d’amore tra Byron e Teresa divenne perlopiù quasi una relazione coniugale e forse fu anche per questo motivo che il poeta cercò un diversivo per partire ed evitare così la noia della vita di coppia.

Già nel corso della loro relazione, Byron si era avvicinato alla Carboneria per mezzo del fratello di Teresa, Pietro, che aderì a questa causa con un ardore tale da obbligare tutta la famiglia ad abbandonare nel 1821 Ravenna per trasferirsi a Pisa, e il poeta li seguì. Si racconta che giunse nella città toscana con sette domestici, cinque vetture, nove cavalli, una scimmia, due mastini, due gatti, tre pavonesse, alcuni polli, una considerevole biblioteca e una grande quantità di mobili. L’animo rivoluzionario che aveva accompagnato Byron in quegli anni non si arrestò, perciò, quando gli si presentò una forte causa per cui combattere, volle a tutti i costi partire per dare il suo contributo. Si trattava della lotta per la liberazione della Grecia dall’oppressione turca. Teresa sarebbe rimasta sola, senza il suo grande amore, ma Lord Byron, desideroso di sentirsi ancora “vivo” dopo il suo periodo italiano, alquanto tranquillo sia socialmente che sentimentalmente, lasciò Livorno nel luglio 1823 per dirigersi verso il territorio ellenico. Disgraziatamente però proprio in Grecia trovò la morte: si ammalò e morì a Missolungi l’anno successivo, all’età di trentasei anni. Teresa si disperò per il tragico evento, ma decise comunque di scrivere la Vie de Lord Byron en Italie, biografia in francese sull’uomo che aveva profondamente amato e che avrebbe amato per sempre, anche se dopo la morte del poeta la giovane si risposò con un altro uomo, divenendo la marchesa de Boissy. La biografia non fu mai pubblicata, poiché ella tenne nascosto per sé il lungo manoscritto, insieme ad alcuni oggetti personali dell’amato: oggi è tutto custodito presso la Biblioteca Classense di Ravenna.

Nel 1833 il poeta Alfred du Musset giunse a Venezia per seguire le orme di Byron e, riferendosi al rapporto amoroso tra Byron e la contessa, scrisse: “Blond cheveaux, sourcils bruns, front vermeil ou pâli; Dante amait Béatrix - Byron la Guiccioli”, ovvero “Capelli biondi, sopracciglia brune, fronte rubiconda o pallida; Dante amava Beatrice - Byron la Guiccioli”. Teresa viene infatti descritta in varie testimonianze come una bellissima ragazza dai capelli lunghi e biondi, dotata di grande sentimento e di un carattere molto dolce e gentile.”

(In www.finestresullarte.info)

 

Un brano musicale al giorno

Canto dei lavoratori [Inno dei lavoratori]

Musica di Amintore Claudio Flaminio Galli, testo di Filippo Turati.

“Fu Filippo Turati, su sollecitazione di Costantino Lazzari, a comporre le quartine di ottonari del testo, che fu pubblicato su "La Farfalla", e, subito dopo, il 20 marzo, su "Il Fascio Operaio", organo del Partito Operaio Italiano. Il suo debutto era previsto durante una manifestazione da tenersi il 28 marzo 1886, che fu invece vietata dal governo Depretis. La prima esecuzione pubblica ebbe luogo a Milano il 27 marzo 1886, nel salone del Consolato operaio in via Campo Lodigiano, ad opera della Corale Gaetano Donizetti. La partitura originale dell'"Inno dei Lavoratori", depositata a termini di legge dalla Carish Editori, è custodita dai pronipoti Roberto Mattei ed Elena Matilde Gigante-Mattei e reca, sul frontespizio, la dicitura: parole di Filippo Turati, musica di Zenone Mattei, riduzione di Tino Pelosi. L'inno fu spesso accusato di incitare all'odio di classe”

(In wikipedia.org)

Filippo Turati

Il testo

Su fratelli, su compagne,
su, venite in fitta schiera:
sulla libera bandiera
splende il sol dell'avvenir.

Nelle pene e nell'insulto
ci stringemmo in mutuo patto,
la gran causa del riscatto
niun di noi vorrà tradir.

Il riscatto del lavoro
dei suoi figli opra sarà:
o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà.

o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà.
o vivremo del lavoro
o pugnando si morrà.

La risaia e la miniera
ci han fiaccati ad ogni stento
come i bruti d'un armento
siam sfruttati dai signor.

I signor per cui pugnammo
ci han rubato il nostro pane,
ci han promessa una dimane:
la dima si aspetta ancor.

Il riscatto del lavoro...

L'esecrato capitale
nelle macchine ci schiaccia,
l'altrui solco queste braccia
son dannate a fecondar.

Lo strumento del lavoro
nelle mani dei redenti
spenga gli odii e fra le genti
chiami il dritto a trionfar.

Il riscatto del lavoro...

Se divisi siam canaglia,
stretti in fascio siam potenti;
sono il nerbo delle genti
quei che han braccio e che han cor.

Ogni cosa è sudor nostro,
noi disfar, rifar possiamo;
la consegna sia: sorgiamo
troppo lungo fu il dolor.

Il riscatto del lavoro...

Maledetto chi gavazza
nell'ebbrezza dei festini,
fin che i giorni un uom trascini
senza pane e senza amor.

Maledetto chi non geme
dello scempio dei fratelli,
chi di pace ne favelli
sotto il pie dell'oppressor.

Il riscatto del lavoro...

I confini scellerati
cancelliam dagli emisferi;
i nemici, gli stranieri
non son lungi ma son qui.

Guerra al regno della Guerra,
morte al regno della morte;
contro il dritto del del più forte,
forza amici, è giunto il dì.

Il riscatto del lavoro...

O sorelle di fatica
o consorti negli affanni
che ai negrieri, che ai tiranni
deste il sangue e la beltà.

Agli imbelli, ai proni al giogo
mai non splenda il vostro riso:
un esercito diviso
la vittoria non corrà.

Il riscatto del lavoro...

Se eguaglianza non è frode,
fratellanza un'ironia,
se pugnar non fu follia
per la santa libertà;

Su fratelli, su compagne,
tutti i poveri son servi:
cogli ignavi e coi protervi
il transigere è viltà.

Il riscatto del lavoro...

Amintore Claudio Flaminio Galli

27 marzo 1886 - Milano, salone del Consolato operaio in Via Campo Lodigiano: prima esecuzione pubblica, ad opera della Corale Gaetano Donizetti, dell'Inno dei lavoratori, con testo scritto da Filippo Turati su musica di Amintore Claudio Flaminio Galli.

 


Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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UNA STORIA MODERNA - L'APE REGINA (Italia, 1963), regia di Marco Ferreri. Sceneggiatura: Rafael Azcona, Marco Ferreri, Diego Fabbri, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa, da un'idea di Goffredo Parise, atto unico La moglie a cavallo. Fotografia: Ennio Guarnieri. Montaggio: Lionello Massobrio. Musiche: Teo Usuelli. Con: Ugo Tognazzi, Marina Vlady, Walter Giller, Linda Sini, Riccardo Fellini, Gian Luigi Polidoro, Achille Majeroni, Vera Ragazzi, Pietro Trattanelli, Melissa Drake, Sandrino Pinelli, Mario Giussani, Polidor, Elvira Paoloni, Jacqueline Perrier, John Francis Lane, Nino Vingelli, Teo Usuelli, Jussipov Regazzi, Luigi Scavran, Ugo Rossi, Renato Montalbano.

È la prima opera italiana del regista che, sino ad allora, aveva sempre girato in Spagna.

Alfonso, agiato commerciante di automobili, arrivato scapolo ai quarant'anni decide di prender moglie e si consiglia con padre Mariano, un frate domenicano suo vecchio compagno di scuola e amico di famiglia. Il frate gli combina l'incontro con una ragazza, Regina. Bella, giovane, sana, di famiglia borghese e religiosa, illibata, è la moglie ideale. Alfonso non ci pensa due volte: e padre Mariano li sposa. Regina si dimostra subito una ottima padrona di casa, dolce e tenera con il marito; dal quale decide però di voler subito un figlio. Alfonso, premuroso, cerca di accontentarla, ma senza risultati. A poco a poco l'armonia tra i due coniugi si incrina: Regina gli rimprovera di non essere all'altezza della situazione, di venir meno a una sorta di legge biologica; Alfonso comincia a sentire il peso delle continue prestazioni sessuali che gli sono richieste e che a poco a poco logorano il suo equilibrio psicologico e fisico. Preoccupato, al limite della nevrosi, chiede consiglio a padre Mariano, che non si rende conto del suo problema e inorridisce quando l'amico accenna alla possibilità di ricorrere alla Sacra Rota: il desiderio di Regina di avere un figlio ha la benedizione della Chiesa, e più che legittimo, doveroso. Alfonso tenta di sostenersi fisicamente con farmaci, ma diventa sempre più debole. Arriva finalmente il giorno in cui Regina annuncia trionfante e felice di essere incinta: parenti e amici vengono in casa a festeggiare l'avvenimento. Alfonso, ormai ridotto a una larva d'uomo, viene trasferito dalla camera da letto a uno sgabuzzino, dove potrà finalmente restare a godersi in pace gli ultimi giorni di vita. Alfonso muore, mentre Regina, soddisfatta, prepara la culla per il nascituro.

“Particolarmente avversato dalla censura per i contenuti fortemente anticonvenzionali e anticattolici, il film venne condizionato da pesanti tagli alle scene, modifiche ai dialoghi e con l'aggiunta di Una storia moderna: al titolo originario L'ape regina. Anche la colonna sonora non sfuggì all'attenzione dei censori. La scena del carretto che trasporta i resti di una salma, era in origine commentata da una musica troppo simile al rumore di ossa che ballano, troppo tintinnante e, pertanto, ne fu decisa la cancellazione”

(Wikipedia)

“L’ape regina" segna il primo incontro di Tognazzi con Marco Ferreri e lo sceneggiatore Rafael Azcona: incontro fortunato (per Tognazzi forse ancora più determinante di quelli con Salce e Risi), l'inizio di una collaborazione che diventerà, nel corso degli anni, esemplare. Assieme a Salce, Ferreri è il regista che rende più vigoroso e attendibile il nuovo, complesso personaggio incarnato dall'attore, anche questa volta protagonista maschile assoluto di una storia inconsueta. Al suo apparire, prima al festival di Cannes e poi sugli schermi italiani, il film fa scalpore, suscita polemiche e scandalo, supera a fatica le strettoie della censura (che, fra l'altro, fa misteriosamente premettere al titolo "Una storia moderna: "). Il film (che apre a Tognazzi anche il mercato statunitense) è uno dei maggiori successi commerciali delia stagione 1962/63 e procura all'attore il Nastro d'argento (assegnato dal Sindacato dei Giornalisti cinematografici) per il miglior attore protagonista. Ricordando anni dopo “L’ape regina", Tognazzi ne ha così commentato l'importanza: «Il film mi ha consentito di entrare in un mondo cinematografico che amo. Il cinema che avevo fatto fino ad allora si basava su personaggi estremamente popolari, dei film divertenti, facili, che piacevano al pubblico ma che sono, a conti fatti, delle operazioni prefabbricate. In quei film non occorre quasi mai un grande coraggio. [...] Amo il cinema non in se stesso ma in quanta rappresenta la possibilità di raccontare delle storie che riguardano la nostra vita, i nostri problemi: mi piace inserirmi in questi problemi e analizzarli [...]. Sono molto riconoscente a Ferreri di avermi offerto questa possibilità [...] di conoscere, per mezzo del cinema, la vita.”

(Ugo Tognazzi in Ecran 73, Parigi, n. 19, novembre 1973, p. 5)

“[...] Ludi di talamo infiorano anche troppo il nostro cinema comico; e le prime scene de L’ape regina, saltellanti e sguaiate, mettono in sospetto. Accade perché il film sfiora ancora il suo tema, lo tratta con estri bozzettistici. Ma quando coraggiosamente vi dà dentro, mostrandoci l'ape e il fuco appaiati in quell'ambiente palazzeschiano, carico di sensualità e di bigottismo, allora acquista una forza straordinaria, si fa serio, e scende alla conclusione con un rigore e una precipitazione da ricordare certe novelle di Maupassant. [...] Ottima la scelta dei protagonisti, un calibratissimo Tognazzi (che ormai lavora di fino) e una magnifica e feroce Marina Vlady.

(Leo Pestelli, La Stampa, Torino, 25 aprile 1963)

     

“Ape regina, benissimo interpretato da Ugo Tognazzi (che ormai è il controcanto, in nome dell'Italia nordica, di ciò che è Sordi per quella meridionale), appare come un film con qualche difetto (cadute del ritmo narrativo, scene di scarsa efficacia e precisione), ma la sua singolarità infine si impone.”

(Pietro Bianchi, Il Giorno, Milano, 25 aprile 1963)

“Il film è gradevole, per la comicità delle situazioni, il sarcasmo con cui descrive una famiglia clericale romana, tutta fatta di donne. Ferreri ci ha dato un film in cui la sua maturità di artista, esercitata su un innesto fra Zavattini e Berlanga, ha di gran lunga la meglio, per fortuna, sul fustigatore, lievemente snobistico, dei costumi contemporanei. Marina Vlady è molto bella e recita con duttilità; Ugo Tognazzi, in sordina, fa benissimo la parte un po’ grigia dell'uomo medio che ha rinnegato il suo passato di ganimede per avviarsi alla vecchiaia al fianco di una moglie affettuosa, e si trova invece vittima di un matriarcato soffocante.”

(Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, Milano, 25 aprile 1963)

“Gran parte dell'interesse del film deriva dal notevole, asciutto stile della comicità di Ugo Tognazzi e dall'asprezza di Marina Vlady. Tognazzi ha un'aria magnificamente remissiva e angustiata e un bellissimo senso del ritmo che introduce delle osservazioni ad ogni sua azione. Quando scherza con un prete, ad esempio, per rompere un uovo sodo, egli riesce ad essere semi-serio in modo brillante. E quando egli guarda semplicemente la moglie, lui tutto slavato e lei tutta risplendente, nei suoi occhi c'è tutto un mondo di umoristica commozione.”.

(Bosley Crowther, The New York Times, New York, 17 settembre 1963)

Scene Censurate del film su: http://cinecensura.com/sesso/una-storia-moderna-lape-regina/

Altre scene in: https://www.youtube.com/watch?v=Cd1OHF83Io0

https://www.youtube.com/watch?v=IalFqT-7gUs

https://www.youtube.com/watch?v=htJsc_qMkC4

https://www.youtube.com/watch?v=9Tgboxv-OYk

Una poesia al giorno

Noi saremo di Paul Verlaine, Nous serons - Noi saremo [La Bonne Chanson, 1870].

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi

che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto

che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,

i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene

accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,

e inoltre ricoperti di una dura corazza,

sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino

per noi ha stabilito, cammineremo insieme

la mano nella mano, con l'anima infantile

di quelli che si amano in modo puro, vero?

Nous serons

N'est-ce pas? en dépit des sots et des méchants

Qui ne manqueront pas d'envier notre joie,

Nous serons fiers parfois et toujours indulgents

N'est-ce pas? Nous irons, gais et lents, dans la voie

Modeste que nous montre en souriant l'Espoir,

Peu soucieux qu'on nous ignore ou qu'on nous voie.

Isolés dans l'amour ainsi qu'en un bois noir,

Nos deux cœurs, exhalant leur tendresse paisible,

Seront deux rossignols qui chantent dans le soir.

Quant au Monde, qu'il soit envers nous irascible

Ou doux, que nous feront ses gestes? Il peut bien,

S'il veut, nous caresser ou nous prendre pour cible.

Unis par le plus fort et le plus cher lien,

Et d'ailleurs, possédant l'armure adamantine,

Nous sourirons à tous et n'aurons peur de rien.

Sans nous préoccuper de ce que nous destine

Le Sort, nous marcherons pourtant du même pas,

Et la main dans la main, avec l'âme enfantine

De ceux qui s'aiment sans mélange, n'est-ce pas?

Un fatto al giorno

17 giugno 1885: La Statua della Libertà arriva a New York. Duecentoventicinque tonnellate di peso, 46 metri di altezza (piedistallo escluso) e 4 milioni di visite ogni anno. La Statua della Libertà, oggi simbolo di New York, ha una storia costruttiva avventurosa e originale, caratterizzata da trasporti eccezionali e un fundraising senza precedenti. Ripercorriamola insieme con queste foto storiche. Fu uno storico francese, Édouard de Laboulaye, a proporre, nel 1865, l'idea di erigere un monumento per celebrare l'amicizia tra Stati Uniti d'America e Francia, in occasione del primo centenario dell'indipendenza dei primi dal dominio inglese. I francesi avrebbero dovuto provvedere alla statua, gli americani al piedistallo. L'idea fu raccolta da un giovane scultore, Frédéric Auguste Bartholdi, che si ispirò all'immagine della Libertas, la dea romana della libertà, per la sagoma della statua, che avrebbe retto una torcia e una tabula ansata, a rappresentazione della legge. Per la struttura interna, Bartholdi reclutò il celebre ingegnere francese Gustave Eiffel (che tra il 1887 e il 1889 avrebbe presieduto anche alla costruzione dell'omonima Torre) il quale ideò uno scheletro flessibile in acciaio, per consentire alla statua di oscillare in presenza di vento, senza rompersi. A rivestimento della struttura, 300 fogli di rame sagomati e rivettati. Nel 1875 il cantiere fu annunciato al pubblico e presero il via le attività di fundraising. Prima ancora che il progetto venisse finalizzato, Bartholdi realizzò la testa e il braccio destro della statua e li portò in mostra all'Esposizione Centenaria di Philadelphia e all'Esposizione Universale di Parigi, per sponsorizzare la costruzione del monumento. La costruzione vera e propria prese il via a Parigi nel 1877.

(da Focus)

Una frase al giorno

“Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare.”

(Gustave Flaubert, 1821-1880, scrittore francese)

Un brano al giorno

Marianne Gubri, Arpa celtica, Il Viandante https://www.youtube.com/watch?v=_URmUFpa52k