“L’amico del popolo”, 29 maggio 2017

L'amico del popolo
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L’amico del popolo”, spazio politico di idee libere, di arte e di spettacolo. Una nuova rubrica ospiterà il giornale quotidiano dell’amico veronese Ugo Brusaporco, destinato a coloro che hanno a cuore la cultura. Un po’ per celia e un po’ per non morir...

Un film al giorno

CATHY COME HOME (Gran Bretagna, 1966), regia di Ken Loach. Sceneggiatura: Jeremy Sandford, Ken Loach. Fotografia: Tony Imi. Montaggio: Roy Watts. Musiche: Paul Jones. Con: Carol White, Ray Brooks, Winifred Dennis, Emmett Hennessy, Adrienne Frame, Wally Patch.

“Nell'ambito della serie televisiva Wednesday Play della BBC, il film racconta la storia di Cathy, una ragazza che perde la sua casa, suo marito e anche i suoi figli a causa dell'inflessibilità del sistema governativo britannico degli affari interni. Si ritrae un'immagine cupa della Londra di metà anni '60, incappando inevitabilmente in un ritratto anche politico della società: il film, alla sua uscita, non mancò infatti di provocare largo sostegno a molte cause che lottavano per i diritti immobiliari”.

“Alla sua diffusione, il film fa l’effetto di una bomba. Il suo impatto è tale che provoca una presa di coscienza da parte del governo e della popolazione inglese sulla realtà del problema degli alloggi nel paese. Costruito come una tragedia greca, in uno stile documentario e con attori straordinari, Cathy è una figura altrettanto indimenticabile di Ladybird”.

Cathy Come Home, del 1966, rappresenta la vetta della prima parte della carriera del regista. La ricerca di un linguaggio sembra a buon punto. Il film racconta la vita di una coppia di disperati, cui lo stato prima toglie la casa e poi anche i figli, anticipando di anni la vicenda narrata in Ladybird Ladybird. La storia è interrotta spesso da statistiche e cifre sociali elencate da una voce over. L’osservazione, pur ottenuta attraverso formule antinaturalistiche e momenti di straniamento narrativo, giunge al cuore dei personaggi e impone in Gran Bretagna il nome di Kenneth Loach (solo più tardi si firmerà con l’abbreviativo Ken).

(fucine.com)

Il lavoro televisivo di Ken Loach tocca in quegli anni il suo più alto punto di approdo con Cathy Come Home del 1966. Il forte impatto che ebbe sul pubblico ne decretò l'enorme successo. Lo scalpore suscitato eclissò rapidamente quello prodotto da Up the Junction con la sua spiazzante mescolanza di tratti documentali e racconto di finzione. Fu ancora tale duplicità che attizzò le polemiche. Il film racconta infatti nella forma del documentary drama le traversie di una giovane coppia londinese che a causa di gravi problemi economici acuiti dalla disoccupazione viene privata della casa e, alla fine, anche dei figli. La straziante separazione dei bambini dalla madre nella sequenza finale prefigura quanto molti anni più tardi accadrà a Maggie in Ladybird, Ladybird.
La storia è dunque quella di un progressivo precipitare verso il fondo della degradazione attraverso la figura narrativa dell'iperbole, tracciata dall'accumulo delle avversità. A scriverla fu Jeremy Sandford. Dopo avere forzato le consuetudini produttive con il precedente Up the Junction, Loach riuscì a girare Cathy quasi interamente in pellicola. Il film ebbe e tale risonanza che venne replicato tre volte nel corso di due anni senza cessare mai di stupire, provocare, indignare, commuovere. Avrebbe potuto essere proiettato anche nei cinema, ma l'ente televisivo si oppose adducendo come motivazione che la sua funzione era quella di produrre sceneggiati destinati esclusivamente al piccolo schermo.
Le ragioni del forte impatto sul pubblico risiedevano nella storia desolata non meno che nel suo originale registro stilistico. La vicenda costituiva un implicito atto d'accusa all'assetto sociale, incluso quel Welfare State che avrebbe dovuto prendersi cura dei più deboli, e metteva il grande pubblico televisivo, compresi gli agiati benpensanti, di fronte al fenomeno drammatico degli homeless. La denuncia era più forte del consueto perché il film legava la storia individuale alla situazione generale attraverso dati statistici forniti da una voice over, come già in Up the Junction. Passando sulle immagini, oltre a fornire cifre, la voce spiega che, a differenza del passato quando in genere erano furfanti, oggi i senzatetto sono persone normali che spesso hanno perduto il lavoro, tant'è che i dormitori sono affollati da mogli di operai disoccupati. È la mancanza di lavoro, e con esso di un reddito adeguato, che impedisce a Cathy e Reg, i due protagonisti, di trovare una casa. Sono disfunzioni strutturali di un sistema economico spietato. Neppure lo stato sociale riesce ad arginare gli orli di un precipizio entro cui le vite dei due giovani si inabissano.
Cathy Come Home è dunque un film nutrito di passione politica, ma contenuta, giacente nel sottosuolo del racconto. La denuncia, che implicitamente formula, contribuì alla fondazione di un'associazione di volontari per l'accoglienza dei dropout e stimolò iniziative pubbliche sul problema sollevato. Vigeva all'epoca un'idea dell'impegno che concepiva il film soprattutto come azione, anziché come testo nella cui tessitura trova spazio anche l'essenziale funzione poetica che non ha dirette ed immediate ripercussioni nella realtà quotidiana.
Cathy Come Home fece decollare il dibattito storico sul documentary drama. L’aspetto più dirompente del film stava nel fatto che l'incandescente materia politica dei sottoproletari abbandonati al proprio destino era resa nella forma di un realismo estremo che la rendeva "vera". Già nei film precedenti - valga per tutti Up the Junction - Loach aveva prodotto una sensibile cesura nella tradizione degli sceneggiati televisivi, solitamente di fattura teatrale, recitati con voci impostate, nei quali la telecamera riprendeva la continuità dell'azione scenica limitando alquanto i propri movimenti con stacchi solo tra un atto e l'altro. La negazione in blocco di questo modo di fare fiction in tv trovò la sua sintesi in Cathy che divenne un punto di non ritorno nella storia della televisione inglese, una bandiera che sventolava nel tiro incrociato delle polemiche. Il punto più alto della controversia era rappresentato dall'accusa di raccontare una storia inventata con elementi di stile caratteristici del documentario e del reportage d'attualità, confondendo in tal modo realtà e finzione. Il presupposto di chi formulava tale convinzione era che il documentario fosse la forma di un corretto e autentico rispecchiamento del reale, non anch'esso una costruzione cinematografica nella quale l'impressione di realtà è soltanto più accentuata.
Loach forzò la convenzionale frontiera del realismo soprattutto attraverso il lavoro con gli attori. Più che recitare, dovevano reagire alla situazione di fronte alla quale venivano posti. La sconcertante veridicità che ne scaturì aveva a che fare con il sistema della macchina da presa nascosta (hidden-camera, come dice il regista). La prima volta che Roland Joffé vide il film fu incantato dal fatto che sullo schermo c'erano "persone". Sono quelle che infatti secondo Loach si devono vedere, non la bravura degli attori nella performance che le produce e le fa vivere. (...)”

(L. de Giusti, Ken Loach, Il Castoro Cinema, 1966)

CATHY COME HOME (Gran Bretagna, 1966), regia di Ken Loach

 

Una poesia al giorno

Mercoledì, di Yòrgos Chronàs (tradotta da Massimiliano Damaggio)

La prima volta ci siamo amati
in strade deserte
sopra un fiume coperto
sudicio
su incomprensibili colline di terra
in via Kessarìas, Peristàsseos, Kozànis
e nelle altre.

La prima volta ci siamo amati
in strade deserte
sulla marea delle nostre voglie
in angoli oscuri
dietro ai tricicli
dietro ai camion
e agli scuolabus
e ai bulldozer.

Era mercoledì.

Τετάρτη

Την πρώτη φορά αγαπηθήκαμε
σε έρημους δρόμους
πάνω από ένα σκεπασμένο ποτάμι
βρώμικο
σε ακατανόητους χωματόλοφους
των οδών Καισαρείας, Περιστάσεως, Κοζάνης
και των λοιπών.

Την πρώτη φορά αγαπηθήκαμε
σε άδειους δρόμους
πάνω από την παλίρροια των επιθυμιών μας
σε γωνίες σκοτεινές
πίσω από τρίκυκλα
πίσω από φορτηγά
σχολικά λεωφορεία
και μπουλντόζες.

Ήταν Τετάρτη.

 

Un fatto al giorno

29 maggio 1453: Le armate turche ottomane del Sultano Mehmed II prendono Costantinopoli dopo un assedio di due mesi, sconfiggendo e uccidendo in battaglia l'imperatore Costantino XI Paleologo e ponendo così fine al millenario Impero Romano d'Oriente.

Maometto II detto il Conquistatore, Sultano ottomano, figlio di Murad II (n. Edirne 1432-m. 1481), considerato il vero fondatore dell’impero ottomano, salì al trono nel 1451, non ancora ventenne, avendo già partecipato all’assedio vittorioso di Varna (1444) contro i crociati. La sua prima campagna, a lungo preparata, fu la conquista di Costantinopoli (1453), che divenne subito la sua capitale. La vittoria dette a Maometto II un prestigio incomparabile sia rispetto agli altri sovrani musulmani, per i quali egli fu il Ghazi, il conquistatore per eccellenza, sia rispetto al mondo cristiano, di fronte al quale egli si pose come nuovo Cesare, puntando alla conquista di Roma. Dopo aver riunificato l’Anatolia, sconfiggendo definitivamente i Karamanidi, Maometto II procedette verso l’Europa centrale, conquistando Albania (1468) e Moldavia (1476) e giungendo, nel 1480, a Otranto, dove fu fermato dall’esercito radunato da papa Sisto IV. L’anno successivo Maometto II moriva, all’inizio di una nuova campagna per conquistare il regno mamelucco.

Maometto II detto il Conquistatore, Sultano ottomano, figlio di Murad II (n. Edirne 1432-m. 1481)

 

Una frase al giorno

“Praeterita magis reprehendi possunt quam corrigi” (Possiamo più biasimare il passato, che non correggerlo)

(Annibale Barca, 247 - 182 a.C., condottiero e politico cartaginese)

 

Un brano al giorno

Peter Sinfield, (Stillusion), Can You Forgive a Fool

 

Ugo Brusaporco
Ugo Brusaporco

Laureato all’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea Dams. E’ stato aiuto regista per documentari storici e autore di alcuni video e film. E’ direttore artistico dello storico Cine Club Verona. Collabora con i quotidiani L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Brescia Oggi, e lo svizzero La Regione Ticino. Scrive di cinema sul settimanale La Turia di Valencia (Spagna), e su Quaderni di Cinema Sud e Cinema Società. Responsabile e ideatore di alcuni Festival sul cinema. Nel 1991 fonda e dirige il Garda Film Festival, nel 1994 Le Arti al Cinema, nel 1995 il San Giò Video Festival. Ha tenuto lezioni sul cinema sperimentale alle Università di Verona e di Padova. È stato in Giuria al Festival di Locarno, in Svizzera, e di Lleida, in Spagna. Ha fondato un premio Internazionale, il Boccalino, al Festival di Locarno, uno, il Bisato d’Oro, alla Mostra di Venezia, e il prestigioso Giuseppe Becce Award al Festival di Berlino.

INFORMAZIONI

Ugo Brusaporco

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