GLI OCCHI DEL LUPO

Hobby Scrittura
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I suoi occhi erano azzurro chiaro, quasi trasparente. Guardavano Luciano con intensità, ma parevano osservare anche altrove. Il muso era allungato, fiero; e celava la bocca chiusa, disegnata come un taglio da una parte all’altra. Ogni tanto pareva deglutire, ammiccando con le palpebre. Per il resto, rimaneva immobile: seduto sulle zampe posteriori. Era il lupo.

Luciano l’aveva incontrato più volte, tra gli alberi. Non si erano mai guardati, lui e l’animale, che sembrava cercare sempre qualcosa tra le foglie. Questa volta era diverso: quel piccolo cane, dal pelo rado e scomposto, pareva una statua; solido e orgoglioso di esserci.

La scena era surreale: uomo e lupo erano l’uno di fronte all’altro in una prospettiva inusitata. Luciano cercava di comprendere l’accaduto. Si trovava seduto su un cumulo di foglie secche, con la schiena appoggiata a un castagno.

La fotocamera era caduta più in basso, con vicino lo zainetto. Col lupo sempre davanti, Luciano si domandava se per caso fosse caduto. E come. Ricordava che stava pensando ad altro, questo sì; ripercorrendo mentalmente luoghi e sensazioni dei suoi viaggi.

Gli vennero in mente gli Stati Uniti, il peregrinare in Vespa e anche la Provenza, con la lavanda, i cavalli, la luce bianca e trasparente. Diceva a se stesso che avrebbe voluto trasferirsi là e ne aveva parlato anche in famiglia.

Provò a sistemarsi facendo leva sulle gambe. Il lupo non lo spaventava, ma voleva rompere quegli istanti sospesi, che parevano eterni.

Si rizzò in piedi poggiando la schiena sul castagno, poi volse lo sguardo verso la fotocamera. Scese il crinale per qualche passo, poi si voltò all’insù: il lupo non c’era più. Avrebbe voluto chiamarlo, ma non sapeva come.

Sentiva che un legame si era stabilito tra lui e l’animale, ma non capiva perché: si erano solo visti altre volte, tutto qui.

Luciano rincasò per la via consueta: un sentiero battuto che ogni tanto proponeva delle verginine. Gli avevano raccontato che un tempo per andare a Calvigi si passava da lì e lui percepiva il peso della storia nelle sue gambe, che adesso calpestavano un manto erboso rado e soffice.

Cercò ancora il lupo: non c’era.

Arrivò a casa più affaticato del solito: non stanco, per carità; solo più provato, come se avesse dovuto sostenere una giornata lavorativa intensa e complicata. I pensieri andavano di continuo all’animale di fronte a lui, a quegli occhi cerulei che parevano guardare altrove: oltre le distanze e il tempo.

Cercava di continuo una spiegazione, quasi che l’accaduto nascondesse una verità ulteriore, un segnale da cogliere.

 

Passarono i giorni, tanti. Gli squarci d’azzurro del cielo non promettevano nulla di buono, anche perché pioveva in continuazione. Oltre alla pioggia, anche il vento non dava tregua; così delle cartacce svolazzavano davanti alle vetrine del negozio. Luciano sentiva che il suo umore era cambiato.

Litigava spesso, il più delle volte per cose di poco conto; cercando in ogni occasione di distinguere tra il bianco e il nero, tra il vero e il falso. Qualcosa del suo vivere cominciava a stargli stretto, come se l’esistenza stesse proponendogli una sterzata improvvisa, un cambio di direzione.

La Provenza rimaneva il suo miraggio: un’immagine piatta, ma nitida; quasi uno schermo da forare per andare oltre, dove sarebbe stato finalmente lui.

 

Il sentiero era soffice, solo leggermente bagnato. Nell’aria si respirava ancora un odore di pioggia, anche se il sole cominciava a scaldare. Luciano camminava risoluto e deciso: aveva scattato delle buone fotografie, così era contento.

Si guardava attorno con curiosità: cercava il suo lupo, che all’improvviso apparve, più in alto sul crinale. L’incedere dell’animale era il solito.

Claudicante, pareva un piccolo cane: pelo scarmigliato, corporatura magra, annusava ovunque, quasi a cercare qualcosa.

Luciano si fermò: voleva guardare meglio. Poi all’improvviso successe qualcosa. Il tempo parve allungarsi a dismisura: quattro cinghiali lo sfiorarono correndo, due ghiri si affacciarono da un buco di un castagno; uno scoiattolo corse su un ramo, subito seguito da un altro; un daino arrivò sulla sinistra drizzando la testa.

Luciano provò un senso di capogiro e cadde, come la volta prima. Cercò di fermare la fotocamera, che invece scivolò più giù; Persino gli scarponcini parvero sfilarsi per via della caduta.

Lui cercò di riordinarsi, ripulendosi con delle manate sui pantaloni, ma il lupo era lì.

 

Gli occhi erano gli stessi della volta precedente: azzurri e trasparenti. Anche la postura assomigliava a quanto ricordava, forse più fiera. Le zampe anteriori si fissavano sul corpo con una muscolatura robusta e tesa. La bocca, quel taglio allungato che percorreva il muso allungato, questa volta parve aprirsi.

Ne uscì un ululato prima acuto, poi profondo; che risuonò come un eco in tutta la valle. Luciano provò un fremito di paura, anche perché riconobbe i denti bianchissimi, questo quando il lupo volse il muso vero l’alto.

Dopo un po’, tutto si fermò. L’animale divenne una statua, che muoveva solo la testa: da un lato all’altro, quasi a chiamare a raccolta qualcuno.

In effetti, vi erano animali ovunque: ghiri, tassi, scoiattoli, daini, cinghiali; tutti con gli occhi puntati su di lui.

Nella penombra della boscaglia ne riconosceva lo sguardo giallastro, percependone quasi un senso di ammonimento. Luciano non sapeva dove guardare. Le pupille erano ovunque, sempre più grandi; si avvicinavano e parevano inghiottirlo, l’una dopo l’altra: lo avvolgevano, poi sparivano nel nulla.

Solo gli occhi del lupo erano fermi, anche se ogni tanto parevano chiamare ora questo, ora quello.

Ci fu un boato, uno di quei colpi che ogni tanto si sentono da quelle parti. Probabilmente si trattò di un aereo, ma generò una fuga generale: tra foglie che cadevano e rumori di zampette.

Il lupo lo guardò, con gli occhi azzurri; questa volta dal basso. Era tornato ad essere quel piccolo cane dal pelo rado. Avvicinò il muso al volto di Luciano, che allungò una mano per accarezzarlo.

Aveva trovato un amico, un altro; e quei monti sarebbero stati ancora più suoi.

Non pensò più alla sua Provenza.

 

Luciano Marchi

 

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